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Paola Ottino Krisis.info 03/09/26
Dalle megacostellazioni di SpaceX alla sfida cinese di Guowang, il cielo si sta affollando. E mentre Stati e colossi digitali si contendono risorse limitate, la battaglia per il controllo globale si sposta dalla superficie della Terra allo spazio. Con questo articolo si chiude la serie di Krisis dedicata alla geopolitica dell’invisibile, che sta plasmando il nostro futuro.contemporaneo.
SERIE «Geopolitica dell’invisibile»:
Primo articolo: Il mondo ha finito la sabbia
Secondo articolo: Nell’era dell’IA, il freddo diventa potere
IN BREVE
Nuova frontiera strategica L’infrastruttura digitale globale si espande verticalmente, trasformando le fasce a bassa quota nel fulcro della competizione geopolitica contemporanea.
Processori tra le stelle Grandi gruppi tecnologici testano unità di calcolo e microchip per trasferire i server lontano dalla crosta planetaria e risparmiare risorse.
Accaparramento preventivo Le frequenze radio e le rotte utili scarseggiano. Registrare posizioni permette di bloccare l’accesso e stabilire standard unilaterali.
Detriti a catena L’aumento dei lanci moltiplica i rottami vaganti: il pericolo di impatti a cascata rischia di rendere del tutto inutilizzabili le quote più basse.
Supremazia commerciale Imprese private gestiscono segmenti critici di trasmissione e osservazione, muovendosi più rapidamente delle normative degli organismi multilaterali.
Agiugno 2026 SpaceX si è quotata in borsa. L’obiettivo dichiarato non era soltanto raccogliere capitali, ma finanziare un progetto destinato a cambiare la geografia dello spazio: fino a un milione di satelliti in orbita. Dietro l’annuncio si ripete una dinamica già nota sulla Terra: chi occupa per primo una risorsa scarsa, questa volta lo spazio orbitale, finisce per imporne le regole agli altri.
Cloud sotto il mare
Quando parliamo di cloud immaginiamo qualcosa di leggero, diffuso, quasi immateriale. In realtà, Internet attraversa il pianeta seguendo un’infrastruttura sorprendentemente concreta: oltre 600 cavi sottomarini, lunghi complessivamente più di un milione di chilometri, trasportano oltre il 95% del traffico internazionale di dati[1]. Il cloud non è nel cielo, ma è sul fondo del mare.
Come la sabbia e il freddo, anche questi cavi appartengono alla geopolitica dell’invisibile. Invisibili agli utenti, ma indispensabili al funzionamento dell’economia globale, stanno diventando uno dei nuovi fronti della competizione strategica tra Stati e grandi imprese tecnologiche.
La fragilità di questa rete è tutt’altro che teorica. Tra ottobre 2023 e gennaio 2025 numerosi cavi sono stati danneggiati nel Mar Baltico, compresi il C-Lion1 fra Finlandia e Germania (il collegamento tra Svezia e Lituania[2])e, successivamente, Estlink 2, fondamentale per il sistema elettrico estone. La NATO ha risposto con la missione Baltic Sentry[3], trasformando il Baltico in uno dei principali laboratori della guerra ibrida, dove infrastrutture civili diventano obiettivi strategici.
Parallelamente, il controllo fisico di questa rete si sta concentrando nelle mani di poche aziende. Nel febbraio 2025, Meta ha annunciato Project Waterworth, un cavo sottomarino da oltre 50 mila chilometri che collegherà cinque continenti con un investimento pluriennale multimiliardario, superando per lunghezza l’Africa, il precedente record con i suoi 45 mila chilometri[4].
Negli ultimi dieci anni, Meta ha partecipato allo sviluppo di oltre 20 cavi sottomarini insieme a partner industriali. Un ritmo simile a quello di Google e Amazon, tanto che gran parte della dorsale fisica di Internet è oggi di proprietà, in tutto o in parte, degli stessi gruppi tecnologici che ne sono anche i maggiori utilizzatori.
È questa la trasformazione che caratterizza la geopolitica contemporanea: il potere non si esercita più soltanto sulla superficie terrestre, ma lungo un asse verticale che va dai fondali oceanici fino all’orbita terrestre. I satelliti rappresentano oggi il livello più alto di questa nuova architettura del potere.
Quotazione da record
Il 12 giugno 2026 SpaceX ha realizzato quella che, per capitale raccolto dalle vendite delle azioni, è stata descritta come la più grande offerta pubblica iniziale della storia: azioni a 135 dollari, circa 555 milioni di titoli emessi, una valutazione complessiva intorno a 1.770 miliardi di dollari[5]. Cuore redditizio dell’operazione è Starlink, che gestisce oggi oltre 9.600-10.000 satelliti in orbita bassa e più di 10 milioni di abbonati in oltre 160 Paesi[6].
Ma la notizia che qui interessa non è tanto la cifra della quotazione, quanto ciò che l’azienda ha reso noto nello stesso periodo alla Federal Communications Commission americana e che riguarda un progetto, chiamato Orbital Data Center, che nella sua versione più ambiziosa prevede fino a un milione di satelliti in orbita. Si tratta di un cambio di scala che nessuna infrastruttura spaziale ha mai conosciuto[7].
La geopolitica del XXI secolo non è quindi più circoscritta alla superficie del pianeta, ma si estende verticalmente, e lo spazio orbitale ne è oggi il fronte più mobile.
Unica infrastruttura, dal suolo all’orbita
Le infrastrutture terrestri, dalle reti elettriche ai cavi sottomarini, dipendono sempre più da quelle orbitali impiegabili nella navigazione satellitare, nell’osservazione della Terra, nelle comunicazioni di emergenza, nella sincronizzazione dei sistemi finanziari. Senza questa rete non solo verrebbero compromessi servizi civili essenziali, ma si indebolirebbe l’intera architettura della sicurezza internazionale.
Non è un caso che gli stessi operatori digitali che oggi comprano centrali idroelettriche pensino anche a portare i data center in orbita per sottrarsi ai limiti di suolo, acqua ed energia che la Terra impone. Uno studio pubblicato su Aspenia dall’Aspen Institute Italia registra come, all’inizio del 2026, l’idea non sia più fantascienza ma un insieme crescente di esperimenti concreti[8].
Tra i progetti più avanzati figura il Project Suncatcher di Google, sviluppato insieme alla società Planet per testare in orbita l’elaborazione dati tramite i processori TPU dell’azienda (una categoria di microprocessori e acceleratori hardware sviluppati da Google, ndr)[9].
Un secondo esempio è il satellite dimostrativo Starcloud-1 della statunitense Starcloud, che nel novembre 2025 ha portato in orbita un processore grafico Nvidia H100[10]. A gennaio 2026, anche Axiom Space ha lanciato i primi nodi orbitali di calcolo sulla rete di satelliti di Kepler Communications[11]. Anche in questo caso, però, spostare il problema nello spazio non significa eliminarlo, poiché un data center orbitale deve comunque smaltire calore attraverso radiatori, in un ambiente reso ostile da radiazioni, difficoltà di manutenzione e rischio di detriti.
Orbita come risorsa scarsa
Lo spazio sembra, per definizione, illimitato. Non lo sono, però, le orbite realmente utili. L’orbita terrestre bassa (Low Earth Orbit, LEO), tra circa 160 e 2.000 chilometri di altitudine, è la più ambita per applicazioni commerciali e strategiche, grazie alla minore latenza e ai costi relativamente contenuti. Ed è proprio per questo che si sta congestionando rapidamente.
Secondo i dati aggiornati dell’ESA Space Debris Office, sono oggi tracciati regolarmente circa 45.860 oggetti in orbita, per oltre 16.600 tonnellate di massa complessiva[12].
Il numero di satelliti attivi è passato da circa 2.000 nel 2019 a circa 14.000 nel 2026, e oltre 10.000 di questi appartengono alla sola costellazione Starlink[13].
Un gruppo di astronomi ha calcolato, in uno studio pubblicato a inizio luglio 2026, che l’insieme delle costellazioni esistenti e pianificate potrebbe arrivare a comprendere 1,7 milioni di satelliti, con conseguenze definite «devastanti» per l’osservazione astronomica e per la sostenibilità dell’orbita bassa[14].
A questa scarsità fisica si affianca una scarsità regolatoria, forse ancora più decisiva, rappresentata dalle frequenze radio necessarie a far comunicare i satelliti con la Terra. Qui la competizione è esplicitamente geopolitica. Mentre SpaceX domina grazie a una capacità di lancio senza rivali, la Cina punta sul fronte regolatorio, con richieste presentate all’International Telecommunication Union (ITU), agenzia ONU, per oltre 244.000 posizioni orbitali e frequenze a nome della propria costellazione Guowang[15].
Questo dato rappresenta un numero enormemente superiore ai satelliti che sarà mai in grado di lanciare, ma le serve a riservarsi per il futuro uno spazio nel sistema di allocazione internazionale basato in larga parte sul principio «chi arriva prima»[16].
Colonialismo orbitale
Si configura così una forma di colonialismo orbitale de facto. Non si tratta di una conquista territoriale dichiarata, ma di un’appropriazione progressiva delle orbite e dello spettro radio attraverso il principio del «chi arriva prima». In sostanza, chi dispone oggi della capacità tecnologica di occupare queste risorse rende molto più difficile l’accesso a chi arriverà dopo.
Guowang conta oggi circa 190 satelliti operativi contro i circa 10.000 della rivale americana, ma prevede di lanciarne 310 entro la fine del 2026 e di raggiungere ritmi di 3.600 lanci annui dal 2028[17]. La corsa, in sostanza, è appena cominciata e si gioca tanto sui lanci quanto sulle registrazioni presso l’ITU, l’agenzia ONU[18].
In questa cornice acquista senso anche la nozione di «satelliti fantasma», cioè quei presidi orbitali lanciati non tanto per essere pienamente utilizzati quanto per occupare uno slot e una frequenza, impedendo ad altri attori, spesso Paesi in via di sviluppo privi delle risorse per lanci propri, di accedervi.
Privatizzazione del cielo
Un ulteriore elemento di discontinuità rispetto alla geopolitica tradizionale è il ruolo crescente di attori non statali. Aziende commerciali come SpaceX, Amazon e diversi operatori cinesi controllano oggi segmenti rilevanti di un’infrastruttura critica che riguarda comunicazioni, osservazione della Terra e, in futuro, capacità di elaborazione dati distribuita tra satelliti.
Tra questi ultimi spiccano Shanghai Spacesail Technologies, che gestisce la costellazione Qianfan (Mille Vele) con il sostegno finanziario del comune di Shanghai, e Geespace[19], la società attraverso cui il gruppo automobilistico Geely applica il proprio know-how industriale nell’elettronica automobilistica per sviluppare migliaia di satelliti dedicati all’Internet of Things (IoT) [20] e alla connettività diretta ai dispositivi.
Accanto a queste realtà a capitale misto o prevalentemente privato opera la statale Guowang, gestita dal China Satellite Network Group su mandato del governo di Pechino. Il caso cinese dimostra così che la privatizzazione del cielo non è un fenomeno esclusivamente occidentale. Il confine tra potere statale e potere privato si fa sempre più sfumato, e decisioni con implicazioni strategiche globali possono dipendere da logiche di mercato e dalle scelte di un singolo consiglio di amministrazione.
Questa proliferazione di attori, statali e privati, occidentali e cinesi, rende sempre più complesso attribuire responsabilità in caso di incidenti, collisioni o interferenze. Peraltro, indebolisce la capacità dei singoli governi, compresi quelli europei, di far valere regole comuni su un dominio che nessuna autorità nazionale controlla per intero. È una privatizzazione che avanza più rapidamente della capacità regolatoria degli Stati e delle organizzazioni internazionali di starle dietro.
Rischi sistemici
Il 29 marzo 2026 il satellite Starlink 34343, in orbita a circa 560 chilometri di quota, ha perso ogni contatto con i sistemi di controllo a terra in quello che LeoLabs, società statunitense specializzata nel tracciamento radar indipendente degli oggetti in orbita, ha definito un vero[21] e proprio «fragment creation event», ossia la rottura improvvisa di un satellite operativo con la conseguente dispersione di frammenti tracciabili nell’area circostante[22].
SpaceX ha escluso rischi immediati per la Stazione spaziale internazionale e per le missioni in programma, ma l’episodio ha riacceso l’attenzione su un fenomeno teorizzato quasi 50 anni fa. Nel 1978, gli scienziati della NASA Donald Kessler e Burton Cour-Palais descrissero uno scenario, oggi noto come sindrome di Kessler, in cui la densità di oggetti in orbita bassa diventa così alta che le collisioni si autoalimentano a catena, generando sempre più detriti fino a rendere alcune fasce orbitali inutilizzabili[23].
I numeri raccontano una traiettoria preoccupante perché se oggi si stima che circa cinque satelliti si disintegrino ogni settimana, un’ulteriore espansione delle megacostellazioni potrebbe portare questa cifra a circa 50 a settimana[24]. Alcune proiezioni indicano che, entro il 2040, il numero di satelliti in orbita potrebbe salire fino a mezzo milione, sulla base dei soli piani già annunciati da Starlink, Amazon e dai concorrenti cinesi[25].
A ciò si aggiunge un impatto meno discusso ma non meno concreto legato ai gas di scarico dei lanci e ai detriti da rientro atmosferico che alterano la composizione chimica dell’alta atmosfera con effetti, ancora poco compresi, sull’equilibrio termico e sullo strato di ozono[26].
Verticalizzazione del potere
Questa evoluzione rivela una trasformazione più ampia della geopolitica contemporanea. Il potere non si distribuisce più soltanto orizzontalmente, attraverso il controllo di territori e risorse superficiali, ma lungo un asse verticale che comprende il sottosuolo, (la sabbia che sostiene le città), la superficie (l’energia che alimenta i data center) e l’orbita (i satelliti che rendono possibile la comunicazione globale).
Sono tre livelli di uno stesso sistema stratificato, governati dalla medesima logica: quella di occupare per primi una risorsa scarsa prima che altri se ne accorgano e prima che le regole si consolidino.
Se la geopolitica classica era una geopolitica della superficie, quella contemporanea è una geopolitica della profondità e dell’altezza. Comprendere questa stratificazione è forse la chiave interpretativa più utile per leggere i conflitti, non solo tecnologici, del presente e del prossimo futuro.
È la stessa logica già emersa nei due capitoli precedenti di questa inchiesta, dedicati rispettivamente alla sabbia con cui costruiamo le nostre città e all’energia con cui raffreddiamo i data center terrestri. In tutti e tre i casi una risorsa che sembrava disponibile in quantità pressoché illimitata (la sabbia dei fondali, l’acqua e l’energia dei territori, l’orbita bassa attorno al pianeta) si rivela invece finita, contesa e soggetta a un’appropriazione che avviene per anticipazione più che per conquista dichiarata.
Chi arriva prima su ciascuno di questi fronti non solo si assicura la risorsa, ma finisce per scrivere le regole che gli altri, Stati e imprese più deboli, saranno poi costretti a rispettare.
Un’azienda che raccoglie capitali per finanziare un milione di satelliti gioca, in fondo, la stessa partita di chi acquisisce dighe per alimentare i propri data center: assicurarsi, prima degli altri, l’accesso a una risorsa destinata a diventare scarsa. La competizione geopolitica del XXI secolo non riguarda più soltanto il controllo del territorio, ma dell’intera colonna che va dal fondale oceanico fino all’orbita terrestre. È lungo questo asse verticale che si sta ridisegnando la distribuzione del potere globale.
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Paola Ottino Laureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito una specializzazione post-laurea presso l’Università dell’Aquila e un Master of Science allo University College of Cork (Irlanda). Docente a contratto all’Università di Trieste, dove ha tenuto il corso in Studi Strategici, ha un insegnamento intitolato Il ruolo delle risorse naturali nelle crisi internazionali. Ha anche insegnato all’Università di Roma La Sapienza, Roma Tre e Tor Vergata, all’Università dell’Aquila e a quella di Chieti-Pescara. Giornalista pubblicista, è ufficiale superiore dell’Esercito italiano. In qualità di specialista funzionale in materia di problematiche ambientali, ha prestato servizio in vari reparti, tra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito, il Comando Truppe Alpine e il Nato Rapid Deployable Corps. È qualificata Specialista Cimic e Specialista di II livello in sistemi software GIS.