Palestina, Tony Blair e il sionismo revisionista

Dal blog https://comune-info.net

Riccardo Taddei 03 Settembre 2026

C’è una notizia di cui si parla troppo poco. Tony Blair avrebbe chiesto ad Abu Mazen di cancellare la parola “Palestina” dai libri di scuola dell’Autorità Palestinese e sostituirla con “Samaria”. A rivelarlo è Jeremy Greenstock, ex ambasciatore britannico all’ONU, che dice di aver ricevuto l’informazione da una fonte ministeriale: la richiesta sarebbe arrivata dal Board of Peace, l’organismo che dovrebbe gestire il “day after” a Gaza, come condizione per considerare l’Autorità Palestinese affidabile. L’offerta sarebbe stata respinta. Il Blair Institute smentisce in blocco. Che sia vera o no nei dettagli, la richiesta è coerente con tutto ciò che Blair rappresenta da vent’anni.

Inviato del Quartetto per il Medio Oriente dal 2007 al 2015, ha lasciato quell’incarico senza un solo risultato verificabile sul processo di pace, mentre la colonizzazione della Cisgiordania proseguiva indisturbata sotto il suo mandato. Prima ancora, ha portato il Regno Unito in una guerra d’aggressione contro l’Iraq motivata da prove false sulle armi di distruzione di massa, un atto per cui la Chilcot Inquiry lo ha giudicato responsabile di aver esagerato la minaccia.

È l’uomo che una parte della sinistra europea (da noi quel soggettino di Renzi che lo giudica un modello) continua a citare come statista illuminato, dimenticando che il suo blairismo ha svuotato la socialdemocrazia inglese della sua sostanza redistributiva per allinearla al mercato.

Che oggi sia lui, tramite un board co-diretto da Jared Kushner e legato agli interessi israeliani e statunitensi nella ricostruzione di Gaza, a dettare condizioni sull’identità nazionale palestinese, è la sintesi perfetta di chi è stato e di cosa continua a fare.

Sostituire “Palestina” con “Samaria” non è un dettaglio lessicale. Samaria è il nome biblico con cui il sionismo revisionista, da Begin in poi, designa la Cisgiordania per negarne la natura di territorio conteso e affermarne l’appartenenza storica a Israele. Imporlo nei libri scolastici significherebbe imporre alla popolazione palestinese la cancellazione toponomastica della propria terra, esattamente mentre 158 Stati membri dell’ONU riconoscono lo Stato di Palestina e la Corte Internazionale di Giustizia, nel parere del luglio 2024, ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

Chiedere a un popolo di rinunciare al nome della propria terra come prezzo per essere giudicato “capace di pace” non è diplomazia: è la richiesta di un atto di sottomissione formale, un altro passo verso la pulizia etnica ed il genocidio, ed è notevole che a formularla sia proprio chi si presenta come garante neutrale del dopoguerra.

Il colonialismo ha tante facce… quella di Blair è una delle peggiori.

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