Il sesso fragile è quello maschile: non…

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

6 Settembre 2026 di Mario Sommella

.. non ha mai imparato a riflettere.

Vannacci dice che caccia e guerra sono da sempre attività maschili. È vero. Ma erano anche il gioco, la vanteria e il privilegio dei maschi. Mentre loro si esibivano, le donne costruivano il sapere che ci ha tenuti vivi

Lorena Isceri aveva quarantacinque anni e aveva appena chiamato il 112. Era il 3 settembre 2026, sul viadotto dell’A1 tra Calenzano e Barberino di Mugello. È stata rapita per strada, picchiata, chiusa in un bagagliaio e gettata nel vuoto dall’ex compagno, Federico Vella, che si è ucciso pochi minuti dopo. Aveva chiesto aiuto. L’aiuto non è arrivato in tempo.

Due giorni dopo, a Villa d’Este, davanti alla platea più ricca d’Italia, il generale Roberto Vannacci ha spiegato ai giornalisti che le donne sono «esseri fragili». E che, in fondo, «la caccia e la guerra sono da sempre state attività umane, attività maschili, antropologicamente».

Non è una gaffe. È una teoria del mondo. E vale la pena smontarla pezzo per pezzo, perché regge molto meno di quanto chi la ripete voglia far credere.

1. La fragilità come alibi

Il ragionamento è elementare, ed è proprio questa la sua forza propagandistica: la donna è più debole fisicamente, quindi va protetta; l’uomo è più forte, quindi ha combattuto, quindi comanda. Dalla muscolatura si ricava la gerarchia. Dal corpo, il diritto.

Il problema è che questa teoria non spiega nulla di ciò che accade davvero. Nel 2025 in Italia sono state uccise 97 donne, contro le 118 del 2024: un calo del diciotto per cento, celebrato dal Viminale. Ma dentro quel calo c’è un dato che non si muove. Le donne uccise da partner o ex partner sono state 62 nel 2024 e 62 nel 2025. Identiche. Gli omicidi complessivi scendono, la violenza dentro le relazioni no. Nel primo semestre del 2026 le donne uccise sono 34; solo 8 sono state classificate come femminicidio ai sensi dell’articolo 577 bis, il reato introdotto nel dicembre 2025. Meno di una donna uccisa su quattro rientra nella fattispecie che il legislatore ha creato per nominarla.

Se la fragilità fisica fosse la chiave, i numeri seguirebbero la forza fisica. Invece seguono le relazioni. Seguono le separazioni, i rifiuti, gli abbandoni. Nella quasi totalità dei casi monitorati dall’Osservatorio nazionale Femminicidi di Non Una Di Meno l’autore era conosciuto dalla vittima: marito, convivente, oppure — in nove casi su quelli accertati all’8 agosto scorso — l’uomo dal quale la donna si era separata o voleva separarsi.

Non muore chi ha meno massa muscolare. Muore chi dice no.

2. Il gioco dei maschi

E arriviamo al punto che Vannacci non ha considerato, perché considerarlo gli farebbe crollare tutto l’impianto. Caccia e guerra non sono state soltanto fatica e sacrificio per sfamare la famiglia. Sono state anche, e per larghissima parte, esibizione, competizione, prestigio. Gioco.

Lo dice l’antropologia evoluzionistica, non un pamphlet femminista. Da oltre trent’anni un intero filone di ricerca — Kristen Hawkes, Rebecca Bliege Bird, Eric Alden Smith — sostiene che la caccia maschile nelle società di foraggiatori non sia primariamente un mezzo di approvvigionamento familiare, ma un segnale costoso: un modo per mostrare pubblicamente qualità altrimenti invisibili. Si chiama, senza troppi giri di parole, show-off hypothesis: l’ipotesi della vanteria. I cacciatori inseguono prede difficili, rischiose, poco efficienti dal punto di vista calorico, e poi ne distribuiscono la carne davanti a un pubblico. I buoni cacciatori acquistano status e reputazione. È una gara, con spettatori.

Nel frattempo, chi teneva in piedi la dispensa? La raccolta. Per decenni l’etnografia coloniale ha raccontato le battute di caccia al canguro con dovizia di dettagli e liquidato in poche righe l’attività femminile: gli studi successivi di Richard Lee sui Boscimani del Kalahari, di Norman Tindale sugli Aborigeni australiani, di Colin Turnbull sui Pigmei dell’Ituri hanno rimesso le cose al loro posto, riconoscendo il peso quantitativo e qualitativo della raccolta nella sussistenza. La carne era la festa. Le calorie di tutti i giorni venivano da altrove.

E la guerra? Johan Huizinga, in Homo ludens, si pone esattamente la domanda che a Cernobbio nessuno ha posto: in quale misura la guerra è una funzione agonale della società, cioè una forma di competizione con regole, onore e pubblico? La sua risposta, per il mondo arcaico, è che l’elemento ludico è ovunque: nel duello, nella sfida, nel torneo, nella vendetta dell’onore offeso. Si combatte per dimostrare qualcosa, davanti a qualcuno.

La storia successiva è ancora più esplicita. Con il feudalesimo la caccia diventa privilegio di classe: le leggi forestali vietano ai contadini di cacciare, e persino di possedere cani o armi, sotto pena di mutilazione o di morte. I nobili sottraggono con la violenza i boschi comuni alle comunità contadine per allargare le proprie riserve. Il cervo non serviva a sfamare il signore: serviva a mostrare che il signore era il signore. La stessa falconeria, l’ossessione dei re e dei samurai, è un lusso puro. E l’arte venatoria era anche addestramento alla guerra: imparare a uccidere gli animali per essere pronti a uccidere gli uomini.

Ecco il rovescio che smonta l’orgoglio biologico del generale. L’attività che lui esibisce come prova della superiorità maschile è stata, in larga misura, il tempo libero dei maschi: la loro arena di prestigio, il loro sport, il loro modo di dirsi chi comandava. Mentre qualcun altro garantiva che ci fosse da mangiare tutti i giorni, anche quando la battuta andava male.

3. Chi stava costruendo la conoscenza

Perché mentre gli uomini agivano, le donne osservavano. E osservare non è passività: è la forma più antica del metodo scientifico.

Osservavano quali erbe guarivano e quali uccidevano, in quali stagioni maturavano i frutti, come si conservava il cibo, come si assisteva un parto, come si abbassava una febbre, cosa succedeva al corpo di una donna e in quali cicli. Da quella osservazione paziente, ripetuta e verificata per generazioni, nasce l’erboristeria, nasce buona parte della farmacopea, nasce l’ostetricia, nasce — con la stanzialità — l’agricoltura. Sono saperi trasmessi oralmente, di madre in figlia, prima di qualunque università.

Daniela Minerva, in Medicina femminile plurale, ricostruisce esattamente questo: un sapere empirico femminile fondato sull’osservazione delle differenze nel quotidiano svolgersi dei fenomeni, che si trasforma lentamente in conoscenza. Con una differenza decisiva rispetto al sapere maschile: quello trovò istituzioni, cattedre, riconoscimenti formali che lo strutturarono; il patrimonio femminile di conoscenze erboristiche non fu mai formalizzato né accettato come riferimento culturale. Non perché valesse meno. Perché non aveva chi lo certificasse. E poi, per secoli, fu attivamente perseguitato: le stesse donne che sapevano curare finirono sui roghi come streghe.

Qui sta il punto teorico, non retorico. La capacità di osservare la realtà, astrarne regolarità, formulare ipotesi, verificarle nel tempo e trasmetterle non è una virtù accessoria, decorativa, ancillare. È il fondamento dell’intelligenza umana. È ciò che ci ha resi qualcosa di più di primati robusti. E si è sviluppata soprattutto lì dove Vannacci vede debolezza: nella cura, nella pazienza, nella trasmissione, nell’attenzione al dettaglio, nel tempo lungo.

Se dunque proprio si vuole giocare al gioco delle essenze — che è un gioco truccato, ma stiamo alle sue regole — allora la categoria del sesso non riflessivo non descrive la donna che osserva e comprende. Descrive l’uomo che agisce prima di pensare, che quando la realtà non corrisponde ai suoi desideri la aggredisce, che non tollera un limite, un rifiuto, una porta chiusa. Federico Vella non ha ucciso Lorena perché era più forte di lei. L’ha uccisa perché non era capace di sopportare che lei se ne andasse. Quella non è forza. È la più totale incapacità di reggere la realtà.

4. Perché lo dice, e perché lo dice lì

Vannacci non è un antropologo dilettante che divaga. Ha cinquantotto anni, è stato generale di divisione, ha comandato il Nono reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin, è europarlamentare dal 2024 e dal febbraio 2026 presiede Futuro Nazionale. Quando parla di natura e di guerra sta articolando una visione del mondo con conseguenze politiche precise.

E il luogo conta quanto le parole. Il Forum Ambrosetti non è un talk show: è il luogo dove l’establishment economico italiano stabilisce l’agenda, e a Vannacci è stato riservato un panel con Mario Monti. Carlo Calenda ha disertato denunciando un trattamento preferenziale; Valerio De Molli ha risposto che invitare interlocutori distanti non significa legittimarne le posizioni, ma ascoltarle. È una distinzione che tiene in astratto e si sfalda nei fatti: dare la scena migliore a un discorso lo rende dicibile. Perfino Carlo Nordio, ministro della Giustizia di questo governo, ha definito estremista quel programma. Ma il palco è stato montato lo stesso.

Il biologismo, del resto, non è ornamento ideologico: è infrastruttura. Se la donna è per natura più fragile, il lavoro precario e sottopagato che le tocca in misura maggiore diventa un dato di realtà e non una scelta politica. Se la cura è vocazione femminile, allora è naturale che siano le donne ad accudire gratuitamente anziani, disabili e malati, colmando con il proprio corpo i buchi che il definanziamento della sanità pubblica ha scavato. Se l’aggressività è maschile per antropologia, il femminicidio smette di essere un problema culturale aggredibile e diventa un incidente della specie.

È qui la contraddizione che Vannacci amministra senza risolverla: chiede che chi fa del male alle donne «marcisca in galera» e contemporaneamente spiega che la violenza maschile è iscritta nell’antropologia. Ma se è natura, perché punirla? E se è cultura — e lo è — allora si può disfare. Non si può avere entrambe le cose. A meno che l’obiettivo non sia proprio quello: severità nei proclami, immutabilità nella sostanza.

5. Quello che resta da scegliere

La Costituzione italiana, all’articolo 3, non dice che i cittadini sono uguali salvo differenze di massa muscolare. Dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano l’uguaglianza. Rimuovere: verbo attivo, che presuppone che quegli ostacoli siano stati costruiti da qualcuno e possano essere smontati da qualcun altro. È l’esatto contrario del naturalismo, che ci chiede di considerare gli ostacoli come paesaggio.

La storia non è un destino. Le donne hanno costruito conoscenza mentre gli uomini si contendevano il prestigio, e hanno tenuto in piedi società intere mentre quelle società raccontavano di essere state fatte dai guerrieri. Se questo dice qualcosa sulla natura umana, dice che la nostra forza non è mai stata la clava: è stata la capacità di guardare, capire e insegnare.

Lorena Isceri quella capacità l’aveva. Ha capito il pericolo, ha chiamato il numero giusto, ha chiesto aiuto. Non è morta perché fragile. È morta perché un uomo non ha retto un rifiuto e perché intorno a lei, quel giorno, non c’era una struttura capace di arrivare in tempo. E ogni volta che qualcuno, dal palco di Villa d’Este o da uno studio televisivo, ci spiega che tutto questo è antropologia, sta chiedendo a tutti noi di smettere di considerarlo un problema politico.

Non è antropologia. È una scelta. E le scelte si possono rovesciare.


Fonti

  • Il Fatto Quotidiano, «Vannacci definisce le donne esseri fragili. Poi rilancia: caccia e guerra sempre fatte dagli uomini», 5 settembre 2026. Link
  • LaPresse, «Forum Cernobbio, confronto Vannacci-Monti», diretta del 5 settembre 2026. Link
  • Ministero dell’Interno, «Sicurezza: nel 2025 in diminuzione omicidi e femminicidi», 19 gennaio 2026. Link
  • Truenumbers, «Sono 8 i femminicidi nel 2026, ma le donne uccise sono 34», su dati del Servizio Analisi Criminale, report di luglio 2026. Link
  • Today.it, Daniele Tempera, «Gli omicidi diminuiscono, i femminicidi nella coppia no», 4 settembre 2026. Link
  • Osservatorio nazionale Femminicidi, Lesbicidi e Trans*cidi di Non Una Di Meno, dati aggiornati all’8 agosto 2026, ripresi in Quotidiano.net, 4 settembre 2026. Link
  • Kristen Hawkes, Rebecca Bliege Bird, «Showing Off, Handicap Signaling, and the Evolution of Men’s Work», Evolutionary Anthropology, vol. 11, n. 2, 2002, pp. 58-67. Link
  • Rebecca Bliege Bird, Eric Alden Smith, Douglas W. Bird, «The hunting handicap: costly signaling in human foraging strategies», Behavioral Ecology and Sociobiology, vol. 50, 2001, pp. 9-19. Link
  • Duncan N. E. Stibbard-Hawkes, «Costly signaling and the handicap principle in hunter-gatherer research: A critical review», Evolutionary Anthropology, 2019. Link
  • Johan Huizinga, Homo ludens, 1938; edizione italiana Einaudi, Torino. Capitolo «Gioco e guerra».
  • Treccani, «Cacciatori e raccoglitori, società di», Enciclopedia delle scienze sociali, con riferimento agli studi di Richard B. Lee (1969), Norman Tindale (1974) e Colin Turnbull (1965). Link
  • Daniela Minerva, Medicina femminile plurale. Il sapere delle donne nella storia, Bollati Boringhieri, Torino 2026.
  • Montefeltro, «Riti e simboli della caccia europea», 23 maggio 2025. Link
  • Eurocarni – Edizioni Pubblicità Italia, «La caccia, i boschi e i Re», 2011. Link
  • Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 3.

Questo articolo è distribuito con licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0.

(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti.

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