dal blog alessandramaffilippi@substack.com
M.Alessandra Maf Filippi 14 ottobre
L’opera di street art di Laika è apparsa all’alba del 12 ottobre 2026 come affissione urbana temporanea e spontanea. Realizzata con la tecnica del poster art, è stata rimossa da ignoti poche ore dopo la sua comparsa.
È comparsa nel vecchio Ghetto di Roma il 12 ottobre 2026. L’ha creata la street artist Laika contro il DDL Antisemitismo: un’opera affissa in via Beatrice Cenci, intitolata The Untouchables, Gli intoccabili.
Raffigura Benjamin Netanyahu e uno qualsiasi dei soldati dell’IDF, l’esercito israeliano responsabile della devastazione di Gaza, denunciata come genocidio, e delle operazioni militari e della pulizia etnica in corso nei Territori palestinesi occupati. Il primo è un capo di governo destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Il secondo rappresenta l’apparato militare accusato di averli materialmente compiuti. Entrambi sono protetti da una campana di vetro, con gli stivali immersi nel sangue.
Boots on the blood
Quando ho mostrato l’immagine a un’amica, a tutta prima ha pensato fossero piantati in una fetta di tonno.
No, non è tonno. È sangue. Quello dei palestinesi assassinati, mutilati, feriti da una macchina militare che da tre anni sta devastando e radendo al suolo Gaza.
Quanto sangue, esattamente? I conteggi ufficiali, le stime epidemiologiche pubblicate da The Lancet e le indagini degli organismi indipendenti delle Nazioni Unite restituiscono una catastrofe di proporzioni agghiaccianti, della quale non conosciamo ancora il bilancio definitivo. E chissà se si saprà mai. Chi conta infatti coloro che non sono più nelle condizioni di essere contati? E come si ricostruisce un bilancio attendibile quando ospedali, registri civili, famiglie e interi quartieri sono stati distrutti?
Domande che dovremmo porci tutti, invece di aggrapparci alle cifre ufficiali, già terrificanti, che si riescono a registrare, inevitabilmente per difetto. Perché il problema non è soltanto quanti siano stati uccisi, ma quanti siano fuori persino dalla possibilità di essere riconosciuti come vittime.
Eppure, ripensandoci, quella fetta di tonno non è un’associazione così peregrina.
Mi tornano in mente le camere della morte delle tonnare di Favignana, nelle Egadi, tornata al centro delle cronache dopo The Odyssey di Christopher Nolan e adesso invasa da orde di turisti, come ho potuto constatare personalmente durante un mio recente viaggio nell’arcipelago. In quelle camere allestite al largo dell’isola, i tonni venivano sospinti attraverso un sistema di reti fino all’ultima camera, quella dalla quale non c’era più una via di fuga. Qui venivano sollevati verso la superficie, arpionati e uccisi in maniera cruenta, mentre il mare intorno si tingeva di rosso.
La mattanza.
A Favignana i Florio avevano realizzato uno dei più importanti stabilimenti per la lavorazione e la conservazione del tonno del Mediterraneo. Un’eccellenza industriale, un’organizzazione complessa, una comunità di lavoro, di saperi, di mestieri. Oggi, dopo la chiusura e decenni di abbandono, quello stabilimento è diventato un museo. L’ennesimo.
Siamo il paese dei musei che prendono il posto della vita produttiva, pulsante e creativa. Conserviamo le testimonianze di ciò che abbiamo smesso di essere, mentre assistiamo alla distruzione di ciò che altri sono ancora e con ostinazione lottano disperatamente per continuare a essere. Una volontà di esistere che non comprendiamo più, forse perché, senza nemmeno accorgercene, abbiamo già abdicato alla nostra.
In questo stesso paese, le principali rappresentanze istituzionali dell’ebraismo italiano denunciano con forza l’antisemitismo, ma non hanno mai assunto una posizione altrettanto netta e inequivocabile di condanna della devastazione inflitta ai palestinesi da Israele, Stato con il quale molti di loro si identificano apertamente. Rappresentanze che bollano la denuncia dei crimini del governo israeliano come manifestazione di ostilità verso gli ebrei. Come se la responsabilità di uno Stato, del suo governo e del suo esercito potesse essere confusa con l’identità religiosa e culturale di milioni di persone.
E questo malgrado le dichiarazioni pubbliche, oscene, di ministri israeliani che hanno invocato e attuano espulsioni, distruzioni e annientamento, rendendo perfino superfluo il lavoro di interpretazione delle loro intenzioni.
Ma tant’è. Mi torna in mente Orwell e la sua Fattoria degli animali: “tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”.
Siamo il paese che si prepara ad approvare un DDL sull’antisemitismo che, attraverso il recepimento della controversa e inaccettabile definizione IHRA, elaborata da un’organizzazione intergovernativa priva di potestà legislativa, e dei suoi indicatori, rischia di trasformare una legge di cui è lecito interrogarsi sulla necessità, visto che in Italia disponiamo già della legge Mancino del 1993, che punisce anche l’odio e la discriminazione religiosa, in uno strumento di protezione politica dello Stato di Israele. Una norma che formalmente salvaguarda la libertà di critica, ma che solleva gravi interrogativi sui confini entro i quali quella libertà potrà essere concretamente esercitata.
E non siamo soli. Insieme a buona parte dell’Europa e agli Stati Uniti, abbiamo garantito copertura e legittimità politica a una distruzione di proporzioni catastrofiche. Catastrofe che non inizia il 7 ottobre 2023 e che non può essere compresa senza risalire almeno al 1948, alla Nakba, alla spoliazione, all’espulsione e all’occupazione della Palestina. Settantotto anni di storia che hanno trovato nella devastazione di Gaza una delle loro espressioni più estreme. Quella che appare sempre più come una soluzione finale alla questione palestinese.
Continuiamo a parlare di diritto internazionale mentre partecipiamo alla sua sistematica violazione, a invocare i diritti umani mentre distinguiamo le vittime in base alla loro nazionalità, a proclamare l’universalità della giustizia mentre ne negoziamo l’applicazione secondo convenienza normalizzando i doppi standard.
Siamo il paese che ha imparato a convivere con l’indicibile, purché l’indicibile venga commesso dai nostri alleati.
E dietro questa assuefazione c’è anche un sistema di potere al quale l’Italia, come la Grecia, Cipro, gli Stati Uniti e buona parte dell’Europa, ha accettato di subordinare scelte politiche fondamentali. Un sistema nel quale interessi strategici, militari, finanziari e tecnologici si alimentano reciprocamente. Un capitalismo di guerra che prospera sulla distruzione, accumula profitti sulle macerie e trasforma persino i corpi dei morti in una variabile trascurabile dei propri bilanci.
Un sistema nel quale il colonialismo di insediamento continua a trovare giustificazioni anche attraverso l’uso politico della religione, che ha trasformato un libro sapienziale in un contratto notarile e Dio in un agente immobiliare.
Un Dio chiamato a certificare proprietà, convalidare confini, autorizzare espulsioni e intestare terre. Un Dio che non interroga più la coscienza dell’uomo, ma che viene arruolato per assolverlo dalle proprie responsabilità.
E intanto, sotto quella campana di vetro, gli stivali restano immersi nel sangue.
Protetti. Intoccabili. Boots on the blood.
È questa la nuova normalità. La distruzione di intere città trasmessa in diretta. I bambini estratti a pezzi dalle macerie. Le esecuzioni capitali filmate, condivise, consumate in diretta streaming.
La morte trasformata in spettacolo, l’orrore in abitudine, l’impunità in privilegio.
In questo sovvertimento dei principi stessi dell’umanità, nel caos che ci hanno preparato e continuano a servirci, una cosa resta chiara: un popolo abituato all’orrore è un popolo al quale si può chiedere di accettare tutto. Basta educarlo alla paura, somministrargli il veleno del terrore e, attraverso l’indottrinamento collettivo, convincerlo che non esistono alternative.
È così che, piano piano, siamo arrivati dove siamo ora.
Ancora qualche passo e sarà l’abisso tranquillo. Quello in cui, parafrasando Orwell, tutti gli uomini sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.