La Cina è molte cose

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Paolo Vernaglione Berardi 14 Ottobre 2026

Mabel Lu Miao, cofondatrice e segretaria generale del Center for China and Globalization e Jianren Zhou,docente di relazioni internazionali all’Università di Tsinghua, sono stati ospiti del secondo festival del quotidiano il manifesto. Simone Pieranni, giornalista e saggista esperto di Cina (da leggere tra gli altri suoi saggi, Cina globale e Tecnocina), ha condotto un incontro – intitolato “Futuro multipolare. L’evoluzione dei rapporti Usa-Cina e i risvolti globali della loro rivalità” – di alta qualità e chiarezza, di cui abbiamo raccolto alcuni frammenti della registrazione fatta domenica 11 ottobre (e tradotta con Intelligenza Artificiale, non avendo potuto utilizzare l’ottima traduzione italiana originale che era in simultanea, qui la videoregistrazione completa dell’incontro). Le questioni trattate hanno diradato parecchia nebbia che, oggi più di ieri, si addensa sul discorso ogni qual volta si parla di Cina, considerata rivale strategico, minaccia alla sicurezza nazionale euro-occidentale, fetido concorrente tecnologico da annientare, – salvo accorgersi del suo ‘primato’ economico, commerciale e tecnologico e del buon senso politico-utilitaristico della sua leadership che, secondo alcuni, propone al mondo cooperazione, pacificazione e prosperità invece che riarmo, guerra e annientamento.

Certo la Cina non è il migliore dei mondi possibili, ma sempre più ci si accorge che l’alternativa a questo mondo si trova a ‘oriente’ e che questo ‘oriente’ è formato dai molti mondi non occidentali che non hanno bisogno della guerra per scomparire.

L’idiosincrasia tecnofascista genocidaria di questa parte di mondo, per il mondo, la terra, il cosmo e per quanto vive mette sempre più in rilievo la vita ‘cinese’ che paga il contrasto alla follia suprematista e all’idiozia dell’esportazione della ‘civiltà’ e dei ‘valori’ (cioè potere e ricchezza accumulata per la morte dei viventi) con la compressione dei diritti umani e con una forma autocratica di potere – ben diversa comunque da come la intendono i soloni della teoria politica, i grandi media e le cancellerie europee.

La Cina è molte cose: anzitutto è il continente in cui la globalizzazione ha avuto successo. É il paese che offre l’alternativa del multipolarismo al regressivo unilateralismo statunitense, che propone una riforma dall’interno del diritto internazionale basata sulla cooperazione e la condivisione di norme commerciali e di politiche industriali.

La Cina continua ad essere la storica “terra di mezzo” che, nonostante la micidiale penetrazione secolare dell’economia occidentale, ha mantenuto, esteso e fatto crescere molte forme di mercato nell’area asia e indo-pacifica.

Ma è anche il paese che ha assunto e potenziato il capitalismo, gestito dal partito unico, nella sua forma più dura e che, a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso ha promosso ricerca e innovazione tecnologica, con stratosferici tassi di crescita, con bolle finanziarie e immobiliari esplose producendo nuove povertà. Ma la Cina, con tutte queste contraddizioni, è anche il paese che in un mondo in radicale trasformazione, pone una virtuale alternativa all’estinzione.

Contrariamente alla percezione occidentale, sia Mabel Lu Miao che Jianren Zhou ribadiscono che la competizione strategica tra USA e Cina si sta muovendo verso la de-escalation piuttosto che verso l’escalation. Questo perché “dopo dieci anni in cui gli Stati Uniti hanno trattato ufficialmente la Cina come il primo rivale strategico nazionale, hanno infine constatato che la Cina è ancora la Cina: esiste ancora, ed è persino più grande e più forte di dieci anni fa.

Quindi devono accettarla. Così si sono spostati dalla distruzione reciproca assicurata alla costruzione reciproca assicurata”.

Il mondo bipolare è finito, dice Jian Renzhou: “É in corso una transizione di potere tra Cina e Stati Uniti. Nel 2000 il PIL cinese era il 12% di quello statunitense al tasso di cambio ufficiale; nel 2025 è arrivato al 63%. A parità di potere d’acquisto, il PIL cinese è passato dal 33% a ben il 136% di quello statunitense…”.

Anzitutto, dice Mabel Lu Miao “In questo contesto, Stati Uniti e Cina adottano il cosiddetto stile della competizione, che è un buon modo per evitare lo scontro frontale di stampo tradizionale. La situazione migliore è che si competa in alcuni ambiti e a volte si cooperi”.

Inoltre “la guerra in corso tra Stati Uniti e Iran ha consumato molte risorse strategiche americane e questo lascia meno attenzione agli Stati Uniti per aprire una nuova sfida contro la Cina nell’Indo-Pacifico… la Cina è una ‘terza parte’, ma è il maggiore partner commerciale dell’Iran e potrebbe contribuire a un nuovo equilibrio. La Cina ha già mediato con successo i colloqui di pace tra Iran e Arabia Saudita: è un buon precedente storico”.

Infine “se Stati Uniti e Cina riescono a stabilizzare la competizione ed evitare la ‘trappola di Tucidide’ (cioè il fatto che la competizione tra potenze porta comunque alla guerra), forse in futuro potranno passare a un’altra fase in cui lavorare insieme su questioni internazionali. La Cina potrebbe svolgere un ruolo di moderatore o mediatore tra parti in conflitto, fungendo da garante”.

Cosa che la Cina sta già facendo. Il punto nodale che segna la differenza tra la politica cinese e la retorica bellicista occidentale è che le parole, egemonia e sovranità sono molto negative nel contesto cinese. Bisogna ricordare, dice Mabel, che “molte parole dall’inglese come cooperazione e competizione in cinese non hanno un corrispettivo: non si possono tradurre del tutto in modo che i cinesi le capiscano.

Per noi competizione è una parola molto negativa, mentre qui è una parola neutra. Con egemonia è lo stesso: nel contesto cinese attuale è molto negativa.

Nel processo di modernizzazione cinese abbiamo incontrato parole come sovranità e integrità territoriale. In Cina si pensa che egemonia significa il contrario del multilateralismo, il contrario della prosperità comune, il contrario del collettivismo. È l’opposto totale della cultura tradizionale cinese e dell’impegno attuale.

Nel 1974, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite Deng Xiaoping, disse che se la Cina fosse diventata a sua volta una potenza egemonica, il mondo avrebbe dovuto combatterla”…

Nell’ambiente politico cinese, diceJianren Zhou, egemonia significa prepotenza: le grandi potenze che sopraffanno le piccole. “Quando la Cina abbandonò la narrazione sull’imperialismo, continuò a opporsi all’egemonismo. Quando i rapporti con l’Unione Sovietica non erano buoni, l’egemone era l’Unione Sovietica; quando i rapporti con gli Stati Uniti non sono buoni, l’egemone sono gli Stati Uniti.

Il significato cambia a seconda del periodo. Ma nel mondo accademico, egemonia o ‘egemone’ non è una parola così negativa: indica semplicemente un paese con una potenza talmente forte che nemmeno tutti gli altri insieme, uniti, potrebbero sconfiggerlo…”.

Del resto basta considerare le profonde differenze tra il documento della National Security Strategy statunitense e il documento cinese del 2015 che promuove la Global Governance. Nelle parole di Jianren e di Mabel: “la buona governance globale si fonda sull’uguaglianza sovrana e sul rispetto di tutti i paesi; poi sul rispetto del diritto internazionale e delle regole dell’ONU; quindi, su un approccio centrato sulle persone.

Credo che questi siano gli impegni che l’attuale amministrazione cinese ha preso verso il resto del mondo, in linea con ciò che disse Deng: ‘se la Cina diventasse un’altra egemonia, va combattuta’”.

Aggiungiamo che, solidale al principio confuciano ‘Quando la Grande Via prevale, il mondo appartiene a tutti’, la Repubblica Popolare punta ad una governance con ordine e ragione, non basata su un potere coercitivo, ma sul “governo attraverso la virtù”.

La visione del mondo cinese è diversa da quella occidentale; dice Mabel: “La cultura dei cinesi guarda fortemente all’interno, quindi quella che chiamano questione interna è per loro tutto. Il mondo domestico è il loro mondo intero.

C’è una parola che è Tianxia che significa “tutto ciò che sta sotto il cielo”. Dal mio punto di vista Tianxia indica forse un mondo che appartiene a tutti, a ogni individuo… Un altro aspetto è che la cultura cinese tradizionalmente non ha alcun senso di sovranità. Onestamente, non abbiamo il concetto di sovranità.

Negli Stati Uniti e nell’UE c’è un forte senso della sovranità e delle questioni territoriali. In Cina ci sono trenta e più province, simili ai diversi stati o paesi europei. La Cina storicamente è un paese molto ‘puro’, perché è circondato da montagne e oceano. Perciò all’interno della Cina non sono sorte molte questioni territoriali. La Cina ha avuto molti conflitti di confine nella storia, ma non molte dispute di confini interni. Per noi il senso di sovranità e territorio è del tutto diverso”.

D’altra parte la questione di Taiwan, dice Jianren Zhou, è storicamente una questione interna: “Taiwan faceva parte della Cina prima del 1895, quando fummo sconfitti dall’Impero giapponese e cedemmo Taiwan al Giappone. Nel 1945 sconfiggemmo l’Impero giapponese e, in base alle dichiarazioni del Cairo e di Potsdam il governo nazionalista cinese riprese tutti i territori occupati dal Giappone imperiale e Taiwan faceva parte di quei territori.

Poi scoppiò la guerra civile, il governo nazionalista fu sconfitto dal Partito comunista e fuggì a Taiwan. Quindi la questione di Taiwan è un affare interno rimasto irrisolto a causa della guerra civile, e non ha nulla a che vedere con questioni internazionali”.

La testimonianza geopolitica di una possibilità concreta di un ‘altro mondo’ sono i BRICS, con tutti i limiti della loro costituzione. I BRICS sono fondamentali: “rappresentano metà del PIL mondiale, metà della popolazione mondiale e quasi metà della crescita del PIL globale. Sono potenze in ascesa, molto importanti. Vogliono fare qualcosa, far sentire la propria voce e partecipare alla definizione delle agende…

Ma guardate cosa succedeva nel mondo prima di questa ascesa: gli Stati Uniti e molti Paesi erano impegnati a costruire Five Eyes, AUKUS, QUAD e la NATO, alleanze militari che sono pienamente confronto tra blocchi. Paesi come Australia, Regno Unito e Giappone si uniscono per costruire altre alleanze militari su temi e questioni specifici. Sono blocchi militari, e sono impegnati a costituirli.

Nello stesso tempo i Paesi del Sud globale hanno bisogno di una piattaforma per parlare di sviluppo e integrazione economica, e cercano un approccio alternativo… Molti Paesi dei BRICS hanno già dichiarato che non perseguono alleanze militari o blocchi geopolitici: cercano solo integrazione economica, aggiornamento industriale, investimenti in infrastrutture e persino la transizione verde.

Chi ascolta questi Paesi lo sa: la loro priorità non è il cosiddetto blocco ideologico, ma il benessere e i mezzi di sussistenza delle persone. Credo che abbia senso e che svolgerà un ruolo significativo nel mondo multipolare.

Jianren Zhou aggiunge che: “Certi media occidentali considerano i BRICS uno strumento controllato dalla Cina contro l’Occidente. Ma non è vero… ci sono l’India e il Brasile, e tra gli stati membri ci sono molte differenze di interessi strategici. Questo significa che i BRICS sono un’organizzazione aperta e inclusiva, ed è la prima definizione di vero multilateralismo.

Per la Cina i BRICS sono la principale piattaforma in cui praticare il vero multilateralismo, che non significa rafforzare sé stessi… i BRICS non sono rivolti contro nessun altro paese. Infine, il processo decisionale dei BRICS si basa su consultazione congiunta e consenso: anche questo è vero multilateralismo.

Sui rapporti con l’Unione Europea, Mabel Lu Miao e Jiaren Zhou constatano che l’UE è come un semaforo con ‘rosso, giallo e verde accesi’, cioè non ha una posizione chiara; al contrario, dopo la rottura della ‘via della seta’, l’Europa ha cominciato a considerare la Cina un ‘rivale strategico’: “Tra UE e Cina forse dal periodo della pandemia o da prima, non si incontrano i massimi leader…

Quindi dobbiamo correggere la narrazione. Secondariamente bisogna precisare che la cosiddetta ‘sovraccapacità produttiva’ è una narrazione molto avvelenata per le nostre relazioni. Tutto dovrebbe essere gestito secondo le regole dell’OMC… dovremmo usarlo per affrontare tutte le questioni commerciali.

Sono appena tornata dal forum annuale dell’OMC, dove ho partecipato a cinque sessioni e non c’è consenso su che cosa sia la ‘sovraccapacità’…So solo che tra i nostri paesi il commercio è commercio, cioè ci serviamo a vicenda; se ci si serve a vicenda, si possono fare accordi, e nessuno costringe l’altro a comprare qualcosa…”.

Se guardate il quadro complessivo, l’UE ottiene moltissimo dalla catena di fornitura globale, in particolare dalla Cina. Forse sono troppo dura, ma in molte occasioni i nostri amici europei parlano di ‘sovracapacità produttiva’. Dal mio punto di vista, certo, dobbiamo affrontare la questione. Se i nostri amici occidentali, in particolare quelli dell’UE, sono d’accordo, dovremmo sederci a parlarne e mantenere il dialogo. Se possiamo fare un passo indietro l’uno dall’altro, rendiamoci felici a vicenda…”.

Jianren Zhou aggiunge che “ I cinesi sono sempre confusi dalla ‘sovracapacità’: qual è la definizione? Se la si definisce come una produzione che supera i propri consumi, allora tutti i paesi hanno un problema di sovraccapacità, non solo la Cina. Per questo alcuni cinesi pensano che la ‘sovracapacità’ sia solo una scusa per adottare politiche protezionistiche verso la Cina.

È davvero deludente, perché per molto tempo l’Unione europea è stata la maggiore sostenitrice del libero scambio e ora anche l’UE adotta politiche commerciali protezionistiche… Per almeno sette o otto decenni i professori hanno insegnato nei manuali che il commercio internazionale migliora il tenore di vita delle persone dei paesi coinvolti…”.

L’enorme miopia dell’Europa infatti, con una guerra energetica in corso, è non voler capire che UE e Cina hanno economie complementari. Dice Mabel che “quando Angela Merkel guidava la posizione dell’UE, e della Germania, si promosse il CAI, l’Accordo globale sugli investimenti tra UE e Cina. Fu piuttosto impressionante: ci volle molto tempo per negoziarlo, era quasi concluso, ma a causa delle sanzioni reciproche si è bloccato. È fallito.

Però dovremmo rinnovarlo, magari rivederlo: perché no? Se riusciamo a trattare, forse anche un accordo di libero scambio, possiamo riparlarne… Dobbiamo trovare un modo per intenderci. In fin dei conti, UE e Cina hanno bisogno l’una dell’altra e l’UE ha ottenuto molti risultati in Cina. Inoltre l’UE potrebbe offrire un ambiente più favorevole per attrarre più investimenti cinesi diretti, non solo merci: gli investimenti fanno bene al mercato interno.

Facendo riferimento alla storia Mabel dice che “la Cina ha tolto dalla povertà 800 milioni di persone. È un contributo enorme al resto del mondo e all’umanità… E ricordate che la Cina è una società meritocratica. Le élite hanno un ruolo importante nel governo e nel sistema, che è diverso dal sistema burocratico dei Paesi occidentali. Hanno importato anche un approccio basato sugli indicatori di prestazione (KPI), ma continuano a usare il metodo meritocratico. È uno stile molto ‘mandarino’: ogni anno c’è un grande esame per il reclutamento dei funzionari, e oltre due milioni di giovani possono accedere al sistema tramite l’esame…

…Quindi, se si divide il mondo tra autocrazia e democrazia, non sono d’accordo a considerare la Cina non democratica: lo stile cinese è la meritocrazia. È un’altra forma di democrazia…Il sistema delle scuole di partito, dal mio punto di vista, è molto interessante. Io non sono iscritta al partito: forse qui avete incontrato una rarissima non iscritta.

Ammiro davvero il sistema del PCC. Tiene sempre la porta aperta al resto del mondo, anche al pubblico e alla base: acquisisce esperienze positive dall’esterno del partito per imparare dagli altri. Invitano insegnanti e docenti diversi, hanno invitato anche me a dialogare e confrontarmi con quei dirigenti, funzionari e iscritti. Credo sia un sistema molto aperto. E al suo interno non c’è solo la meritocrazia dall’alto verso il basso: c’è anche la cosiddetta democrazia consultiva.

Infine, sull’Intelligenza Artificiale Jianren Zhou, dice che: “Come sapete, la Cina adotta una strategia sull’IA diversa da quella degli Stati Uniti. Lo scopo principale della strategia cinese è sviluppare l’IA per dare più capacità alle persone (empowerment) e non per ottenere potere. Gli Stati Uniti pensano che la competizione sull’IA tra Cina e Stati Uniti sarà decisiva per il loro futuro e per il futuro della loro egemonia.

Siccome sviluppano l’IA soprattutto per mantenere l’egemonia, puntano a creare l’IA più avanzata al mondo. La Cina, invece, sviluppa l’IA per l’empowerment, quindi non deve per forza sviluppare il modello più avanzato: ci basta un’IA relativamente buona, avanzata, ma a un prezzo molto più basso. In Cina c’è anche chi usa l’IA per gestire un negozio online: è un esempio di empowerment tramite l’IA.


Paolo Vernaglione Berardi, l’archivista

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