Disertare. Lettera aperta agli insegnanti

Dal blog https://comune-info.net

aa.vv. 19 Ottobre 2026

In questi giorni di forte mobilitazione studentesca, molti docenti si stanno interrogando su come posizionarsi rispetto alla risposta repressiva che spesso è l’unica che arriva dalle dirigenze e dalle istituzioni. Intorno a un gruppi di insegnanti di Napoli è nata una lettera aperta, intitolata “Disertare”, indirizzata a tutti i docenti, presto rimbalzata in diverse città.

Link per firmare: Disertare.

Disertare, non collaborare. Lettera aperta a colleghe e colleghi di istituti scolastici occupati

Cara collega, caro collega, nell’ultima settimana molte scuole superiori della nostra città sono state occupate, insieme a quelle di molte altre città italiane, sulla scia di quanto sta accadendo in Francia. Le studentesse e gli studenti protestano per cose semplici: scuole che non crollino, arredi, laboratori, docenti stabili in cattedra dal primo giorno. Sono contro il carovita, contro i tagli a scuola e sanità per finanziare armi e guerre, contro misure razziste come il tetto agli stranieri per classe.

Abbiamo letto le prevedibili e scontate risposte delle e dei DS: c’è chi prova a prevenire, chi si limita a fare quanto richiesto dal Ministero – allertare più o meno blandamente sui rischi – e chi si accanisce, passando dalle minacce agli appelli. Fanno, né più né meno, il lavoro per cui sono pagate e pagati, con gradi differenti di partecipazione e auto investitura nel ruolo di chi è chiamato a reprimere, con le parole che gli sono più consone.

Ma noi non siamo pagati per questo. Noi siamo pagati, molto poco, come ci viene ricordato ogni fine mese, per educare. Un verbo di cui si è perso progressivamente il senso. Per educar-ci, preferiamo dire, perché la relazione educativa, per quanto naturalmente asimmetrica, è altrettanto necessariamente bidirezionale.

Noi ci educhiamo con loro, come loro veniamo fuori trasformate e trasformati dai nostri anni scolastici, che ci piaccia o meno l’esito (del resto spesso nemmeno alle nostre studentesse e studenti piace). La repressione non è il nostro mestiere, anche se sempre più spesso ci viene chiesto di esercitarlo, se la struttura stessa della scuola e le sue trasformazioni ci accollano un ruolo repressivo. A noi non piace, non neghiamo che ad altre ed altri possa piacere, ma ad ogni modo è lavoro di altri, non nostro.

Per questo non possiamo accettare in silenzio che, accanto a DS e forze dell’ordine, si schierino nostre colleghe e colleghi a difesa di (esemplifichiamo): forme alternative di protesta; la “democrazia”; il ” diritto degli altri (?) a fare lezione, e via discettando. Pronte e pronti a usare le spuntatissime armi a loro disposizione per ripristinare l’ordine costituito: sanzioni disciplinari, voto di condotta, voto di profitto e quant’altro.

A queste colleghe e colleghi rivolgiamo un invito molto semplice: disertare, non collaborare. Non ci tocca. Lasciamo che a difendere questo sistema putrescente siano altri, non vogliamo diventare i guardiani della catastrofe che stiamo consegnando alle giovani generazioni. Del resto, l’abuso di potere che, eventualmente, e forse inconsapevolmente, esercitiamo, convinte e convinti di essere nel giusto, nelle nostre classi, ce lo ritroviamo ritorto contro di noi nei consigli di classe, nei collegi docenti trasformati in festival della ratifica unanime, nell’enorme carico di lavoro burocratico e (auto)disciplinante.

Ritroviamo quegli stessi abusi nello sguardo sprezzante che governi di ogni colore politico hanno avuto storicamente nei nostri confronti, nell’umiliazione subita da chi ci vuole comprare con lo sconticino sui treni e la pulizia dentale. Dissociamoci dalla difesa del disastro.

L’ordine costituito è il peggiore dei mondi possibili, o ci si avvicina molto, e le nostre scuole ne sono lo specchio: cadono a pezzi, sono alienanti, militarizzate, luoghi dove l’esigenza di sgranchirsi le gambe viene chiamata indisciplina e dov’è visto come causa del declino delle conoscenze lo “straniero”, e non il definanziamento e l’abbandono ultraventennale.

Non collaborare, dunque, ma soprattutto smettere di riempirsi la bocca con la parola “democrazia”. La democrazia oggi resiste nelle piazze francesi e spagnole, nelle scuole occupate italiane, nella resistenza al genocidio del popolo palestinese, nelle parole e nei fatti di chi si oppone alla guerra mondiale a pezzi.

Non è nelle minacce, nei gas lacrimogeni, nei carabinieri nelle scuole, nelle studentesse e studenti mutilati dalle armi delle nostre forze dell’ordine. Non è nelle regole ingiuste che troppi si ostinano a difendere.

Chi oggi occupa le scuole è la nostra ultima speranza di salvezza, e se possiamo renderci utili in qualche modo è in primo luogo a noi stessi che lo dobbiamo, non solo per solidarietà o paternalismo ma perché siamo davvero sulla stessa barca. Se abbiamo a cuore davvero la democrazia, smettiamo i panni dell’oppressore. Scegliamo il lato giusto della Storia.


Prima adesioni e link per firmare.

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.