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di Daniele Raineri, foto di Tommaso Fumagalli, da Kramatorsk e Sloviansk 20 ottobre 26
I soldati russi sono a 10 chilometri da Kramatorsk e Sloviansk, due posti normali che sono diventati gli ostacoli più grandi all’invasione: ci siamo andati
Per poter dire di avere vinto la guerra in Ucraina il presidente russo Vladimir Putin deve conquistare – ma lui dice: «liberare» – l’intera regione del Donbas. Per poter dire di avere conquistato il Donbas deve prima conquistare le due città gemelle di Kramatorsk e Sloviansk, che sono dette “gemelle” perché la distanza tra loro si copre in un quarto d’ora di automobile.
Putin in questi anni ha dichiarato che prendere il Donbas «è l’obiettivo prioritario» e anche che «è uno degli obiettivi principali» della guerra. Il segretario di Stato statunitense Marco Rubio in un’intervista recente ha detto che per la Russia conquistare il Donbas «è la definizione di vittoria». Ma ha anche ammesso che Kramatorsk e Sloviansk sono il punto di partenza ideale per proseguire la guerra e che se i russi le prendono allora «la strada per Kyiv è spianata».

Eduard, un volontario che si occupa di fare evacuare le persone rimaste a Kramatorsk e Sloviansk, vicino a una donna che sta lasciando Sloviansk (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
La rabbia contro chi rimane
I soldati russi sono a 10 chilometri di distanza. In tempo di pace le due città avevano tra i 250mila e i 300mila abitanti, adesso ne sono rimasti circa 60mila e sono in diminuzione. Non si vedono colonne di auto in uscita e non si può usare il cliché dell’«esodo di massa». C’è piuttosto un numero sparuto di persone che ogni giorno decide che la situazione è troppo pericolosa e va via a malincuore a bordo di pochi furgoni guidati da volontari.
Seguiamo uno di questi volontari, Eduard, ucraino di 28 anni, che guida spedito un’ambulanza e ogni giorno va a prendere persone che hanno chiesto di essere evacuate. Ha sempre a portata di mano un rilevatore di droni e una pistola a rete, un aggeggio che si sta diffondendo come soluzione dell’ultimo secondo contro i piccoli droni russi: spara una rete che si allarga e se usata con una buona mira avvolge il drone esplosivo a una decina di metri. È a colpo singolo, meglio di nulla.

Eduard, volontario che va a prendere le persone che chiedono di essere evacuate, con la pistola a rete, a Kramatorsk (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Alla prima missione Eduard va a prendere una coppia di donne, madre e figlia, che ha deciso di lasciare Sloviansk perché, dicono, hanno troppa paura delle bombe plananti russe. Sono bombe da mezza tonnellata di esplosivo che grazie a due ali di metallo planano nell’aria per decine di chilometri dopo essere state sganciate dagli aerei russi. Non possono essere intercettate, fanno crollare i palazzi da cinque piani e creano un’onda d’urto che devasta ogni cosa nel raggio di decine di metri. Le donne dicono che hanno aspettato finora perché erano già state evacuate nel 2022, ma il posto per sfollati dove erano finite non era bello ed erano tornate a casa appena avevano potuto.

Madre e figlia prima di essere evacuate a Sloviansk (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Attorno alla casa delle due donne si sente il ronzio di un piccolo drone esplosivo russo. Il volontario le fa salire, parte in fretta. Dopo un paio di minuti arrivano due bombe plananti a mezzo chilometro. Esplodono, alzano due colonne di polvere sopra i tetti delle case. A Sloviansk e Kramatorsk ne cade almeno un centinaio al mese.

Il fumo di una bomba esplosa nelle vicinanze. Si vede anche l’ambulanza guidata dal volontario Eduard con a bordo le due donne, Sloviansk (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
– Leggi anche: Come si guida sotto i droni
Due giorni dopo Eduard va a prendere una coppia, Vladimir di 52 anni e Yana di 49 anni, sempre a Sloviansk. Un drone russo esplode contro un’antenna sopra a un tetto vicino. L’appartamento dei due è illuminato da una bella luce calda che si espande sul pianerottolo mentre escono. Poi lui la spegne. La casa diventa buia come migliaia di altre. Si tirano dietro due trolley e il cane Richard. Quando arrivano al centro di accoglienza a Kramatorsk raccontano che la settimana scorsa l’esplosione di una bomba planante ha fatto saltare i vetri delle finestre e hanno deciso di andare via.

Vladimir e Yana mentre mettono il guinzaglio al loro cane Richard, prima di lasciare la loro casa a Sloviansk (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Il centro d’accoglienza per lo smistamento degli evacuati prima era in un altro posto, ma è stato bombardato dai russi, ci sono stati otto morti. Ne hanno aperto uno nuovo ma Eduard raccomanda di stare poco tempo perché è pericoloso. Un drone russo Zala da ricognizione vola nel cielo sopra i palazzi, tiene d’occhio con le sue telecamere che cosa succede nelle strade sotto. Si sente un forte swoosh, è una bomba planante che sorvola il centro e va a esplodere in un altro quartiere. Pochi minuti dopo alcuni soldati fuori dal cancello del centro si mettono a sparare verso l’alto, tentano di abbattere un piccolo drone russo che sta passando.
È chiaro dal filo spinato nelle strade e dalle file di denti di drago, che sono blocchi piramidali di cemento posizionati per bloccare i cingoli dei mezzi corazzati, che Kramatorsk e Sloviansk sono destinate a perdere la loro natura di città dormitorio per gli operai del Donbas e diventare due ostacoli immani da superare per l’esercito russo. I negozi sono quasi tutti chiusi. I ristoranti anche, a Kramatorsk resta una caffetteria aperta davanti alla stazione ferroviaria chiusa dal 2022, quando due missili balistici uccisero 63 civili. Le bombe plananti disintegrano condomini, supermercati e anche chiese.

Il filo spinato in una strada di Kramatorsk (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Eppure per un’ambiguità incomprensibile le autorità locali tengono a mostrare di funzionare ancora. In strada ci sono gli addetti municipali che spazzano le foglie. Il servizio di bus pubblici ha funzionato fino all’8 ottobre, quando una bomba planante ne ha centrati due per strada e ha ucciso 33 civili.
Le squadre di volontari che si occupano delle evacuazioni sono considerate eroiche, vanno a recuperare persino chi è rimasto ancora in quartieri di Kramatorsk che ormai sono quasi inaccessibili per colpa dei droni, come Bilenke. Ma anche tra loro c’è frustrazione. Tutti sanno che la situazione peggiora di giorno in giorno, perché gli abitanti non sono andati via prima? Un conto è entrare in certe zone adesso e un conto era farlo due mesi fa, quando era semplice come fare una passeggiata.

Un’anziana in un centro d’accoglienza per lo smistamento degli evacuati a Kramatorsk, dopo essere stata evacuata di recente da Druzhkivka, una città vicina. Alle sue spalle i volontari delle squadre di evacuazione con fucili per sparare ai droni FPV (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
La popolazione rimasta a Kramatorsk e Sloviansk si può dividere grosso modo in due categorie. Ci sono quelli che non vanno ancora via perché lo avevano già fatto nel 2022, quando l’esercito russo si era avvicinato alle città per la prima volta, ma l’esperienza da sfollati all’ovest era stata brutta e adesso intendono aspettare fino all’ultimo momento. E poi ci sono gli sjduni, che è un termine in slang russo e vuol dire «quelli che aspettano». Nel senso di: quelli che aspettano che la Russia conquisti le città. Gli sjduni non vanno in giro a dire di essere sjduni.
– Leggi anche: Putin ha detto di avere preso questa città ucraina e ci siamo andati

Una persona a Kramatorsk (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
La battaglia urbana
Tutti questi anni di occupazione e sofferenze alla fine ruotano attorno a queste due città del Donbas, che prima dell’invasione russa su larga scala erano centri abitati come tanti altri e ora sono diventati il luogo più fortificato e importante della guerra.
Tre sono gli scenari possibili. O la guerra si ferma, gli eserciti non si muovono più e le città gemelle diventano un posto di confine, un nuovo confine che sarà iper militarizzato sul modello di quello tra le due Coree.
Oppure i soldati russi tenteranno di prenderle con la forza e allora ci si aspetta la battaglia di questa guerra, per durata e violenza. Come Stalingrado divenne lo scontro che decise come finì l’invasione nazista della Russia, così Kramatorsk diventerebbe il luogo dove si deciderà chi vince per esaurimento delle forze.

Un edificio a Kramatorsk (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Oppure ancora Putin riuscirà a farsele consegnare grazie a negoziati sponsorizzati dal presidente statunitense Donald Trump, ma in questo terzo caso gli ucraini temono che la guerra ricomincerebbe dopo poco perché, come abbiamo detto, le due città sono il trampolino perfetto per aggredire il resto dell’Ucraina.
A dicembre i soldati russi erano a 17 chilometri, ora gliene mancano 10. Per i militari russi è una grande distanza da conquistare e controllare, al ritmo attuale equivale a molti mesi di combattimenti, forse anni, e a grandi perdite. Non è un’esagerazione. Per prendere la città di Pokrovsk, che aveva 60mila abitanti, ci hanno messo due anni. Per conquistare Chasiv Yar, che di abitanti prima della guerra ne aveva 13mila, ci hanno messo di nuovo due anni. E ogni anno equivale a decine di migliaia di morti.

Una strada di Kramatorsk (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
L’agglomerato formato da Kramatorsk e Sloviansk ha la stessa estensione del comune di Milano. File e file di caseggiati rettangolari e tutti uguali. Palazzo, strada e prato, palazzo, strada e prato, e così via per chilometri. Spesso sono krusciovka, palazzi da cinque piani facili da costruire: prendono il nome da Nikita Krusciov, il segretario generale del Partito Comunista sovietico tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che li volle per dare una casa veloce a tutti.
I droni dappertutto
I russi pilotano piccoli droni esplosivi tra le strade e i palazzi delle due città, alla ricerca sistematica e ossessiva di bersagli da colpire prima che la batteria si esaurisca in poco meno di 30 minuti. I bersagli preferiti sono i veicoli parcheggiati, poi i veicoli in movimento e infine le persone a piedi. Ci sono carcasse di macchine tra i palazzi e ai lati delle strade e sono relativamente fresche perché ogni volta che possono gli ucraini le portano via. Le porte di metallo al piano terra dei palazzi residenziali sono tutte spalancate, e questo non succedeva quando non c’erano i droni. Forse è per offrire ai passanti un posto dove entrare di corsa se vedono un drone.

Una donna fuori da un supermercato nel quartiere di Yasnohirka a Kramatorsk, vicino a un’auto colpita da un drone russo (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Se i soldati russi tentassero di entrare nelle città, questo gioco si rovescerebbe. Sarebbero i droni ucraini a inseguire i russi, come fanno tutti i giorni nelle zone rurali con effetti devastanti. Nei primi 14 giorni di ottobre i droni hanno colpito in media 522 soldati russi ogni giorno, secondo i dati dell’esercito ucraino (che diffonde i video come prova).
Nelle strade e agli incroci ci sono coppie di soldati ucraini armati di fucili d’assalto standard e sempre più spesso di fucili da caccia, e hanno il compito di tentare di abbattere i droni. Il fucile da caccia è l’arma più adatta perché spara una cartuccia che contiene decine di pallini di piombo. I pallini si allargano in aria nella cosiddetta rosata ed è più probabile che colpiscano un drone rispetto a un singolo proiettile, almeno a distanza ravvicinata. È per questo che in tempo di pace si usano le cartucce a pallini per dare la caccia ai fagiani, ma i fagiani non volano a 150 chilometri l’ora e non portano due chilogrammi di esplosivo misto a schegge di metallo.

Due soldati su una panchina, con i fucili per i droni (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Nelle strade si vedono i sintomi della presenza di droni. Ci sono grandi reti di plastica stese per ostacolare i piloti, ma nelle reti ci sono varchi frequenti per far passare le persone. Cavi molto sottili luccicano per terra e in aria, erano attaccati al dorso di qualche drone a fibra ottica. Qui c’è una spiegazione di come funzionano. A volte si sentono scariche di fucileria da qualche parte, sono i soldati che tentano di centrare un drone e di farlo esplodere in volo, ma è un colpo difficile.
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