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20 Ottobre 2026 Salvatore Toscano
Dall’economia del genocidio alla verità repressa nel sangue. A un anno di distanza dal rapporto che ha fatto luce sugli interessi delle multinazionali nei crimini israeliani, Francesca Albanese ha unito i punti della copertura mediatica riservata a Gaza, pubblicando un nuovo rapporto, dal titolo: La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio.
La Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati ha esaminato come l’eliminazione di un popolo passi anche per la distruzione della verità, legandola così al crimine di genocidio che vede Israele sotto processo della Corte Internazionale di Giustizia. Il rapporto si snoda lungo due direttrici principali: la violenza israeliana verso i giornalisti (dal 7 ottobre ne sono stati uccisi quasi 300) e la complicità dei media, tra il rilancio di notizie non verificate, l’empatia diseguale e una forte dipendenza dalle fonti israeliane.
Ne consegue una riflessione profonda sullo stato del giornalismo a livello globale, che al posto di piegarsi al potere di turno dovrebbe smascherarlo, con l’obiettivo di ricostruire i fatti e informare liberamente i cittadini.
Mettere a tacere i testimoni del genocidio

Dopo aver denunciato l’implosione del diritto internazionale a Gaza — tra reti ospedaliere distrutte, scuole e case rase al suolo, l’uso della fame come arma e oltre 70mila persone uccise — e fatto i conti con le ritorsioni americane, Francesca Albanese rivolge la sua attenzione alla distruzione della verità quale parte integrante dell’eliminazione di un popolo. La Relatrice speciale dell’ONU parla di mediacidio.
Tutto parte dall’assalto israeliano ai «giornalisti palestinesi — attraverso uccisioni, mutilazioni, detenzioni arbitrarie, torture, intimidazione e la loro sistematica etichettatura come “terroristi” — per reprimere la documentazione dei crimini».
Soltanto dall’ottobre 2023, l’esercito israeliano ha ucciso quasi 300 giornalisti, ferendone più di 400. Il diritto internazionale, nei conflitti armati, li qualifica come civili protetti. Perdono il loro status in caso di partecipazione diretta alle ostilità. L’onere della prova spetta a chi attacca e in caso di dubbio vanno prese tutte le precauzioni possibili.
Francesca Albanese sottolinea invece come Israele abbia etichettato i giornalisti, dopo la loro morte e sulla base di prove non rese pubbliche, come “terroristi” o “agenti di Hamas”, al fine di negare le protezioni, violando così il diritto internazionale.
Secondo la International Federation of Journalists (IFJ), il più emblematico è stato l’attacco mirato del 10 agosto contro Anas Al-Sharif, principale reporter di Al Jazeera nella Striscia di Gaza. È stato ucciso con altri cinque giornalisti e lavoratori dei media in una tenda che ospitava giornalisti nei dintorni dell’ospedale di Al Shifa, a Gaza City.
Per giustificare il crimine, Israele ha sciorinato senza prove l’accusa dell’affiliazione ad Hamas, incontrando l’indignazione prima delle ong e delle organizzazioni di categoria, e poi delle Nazioni Unite, attraverso l’intervento della Relatrice speciale per la libertà di stampa Irene Khan.
Alle violenze verso chi documenta i crimini si aggiunge la costruzione, in Israele, di un regime di informazione basato su «restrizioni dei media, censura, propaganda, incitamento all’odio, incitamento genocida e negazione».
A chiudere il cerchio è «il ruolo dei media internazionali e delle piattaforme digitali nell’emarginare le voci palestinesi e riprodurre le narrazioni israeliane, normalizzando le distorsioni che alla fine legittimavano le atrocità. Insieme, queste pratiche non hanno semplicemente accompagnato il genocidio ma ne hanno facilitato la commissione e ostacolato l’accertamento delle responsabilità».
La complicità dei media internazionali verso Israele
Di fronte al massacro dei propri colleghi in Palestina, le principali redazioni a livello internazionale sono rimaste inerti, piegando il racconto dei fatti alla compiacenza di Tel Aviv. Scrive Francesca Albanese: «l’analisi dei contenuti dimostra che i media occidentali facciano molto affidamento su fonti israeliane, con funzionari israeliani e gruppi di pressione che godono di un accesso privilegiato presso i vertici decisionali dei media», citando ad esempio la britannica BBC, le cui linee guida prevedono l’omissione di Gaza dai territori palestinesi occupati.
Questi ultimi vengono indicati come “territori contesi”, sposando la descrizione preferita del governo israeliano, «senza indicare che ciò sia contrario al diritto internazionale». «Allo stesso modo — denuncia la Relatrice speciale ONU — le linee guida trapelate dal New York Times consigliano cautela per quanto riguarda l’uso di termini quali “genocidio”, “pulizia etnica” e “territorio occupato”, ordinando ai giornalisti di utilizzare il termine “Palestina” solo in casi molto rari».
Anche la scelta di comprimere, dal punto di vista temporale, la questione palestinese al 7 ottobre 2023, omettendo il contesto storico e giuridico dell’occupazione della Palestina ha svolto un ruolo cruciale nel normalizzare il genocidio. «La CNN — riporta Francesca Albanese — ha ordinato ai suoi giornalisti di ricordare al pubblico che gli attacchi di Hamas contro i civili israeliani hanno causato il conflitto».
Tale narrazione contribuisce a sgonfiare la portata reale dell’assedio israeliano, riducendolo a mero diritto all’autodifesa. «Quando alcuni fatti non potevano più essere negati o “camuffati”, l’informazione ha spesso omesso o minimizzato la responsabilità israeliana.
L’analisi dei contenuti ha rilevato che la BBC lo ha fatto nell’83% dei titoli di articoli rilevanti e il New York Times nel 65 per cento». Un esempio lampante riguarda l’uccisione di Hind Rajab da parte delle forze israeliane, che la BBC presenta ancora con il titolo: «Hind Rajab, 5 anni, trovata morta a Gaza giorni dopo le telefonate di aiuto».

Non va dimenticata la diffusione di notizie false o non verificate. Francesca Albanese cita «alcune delle narrazioni più dannose del conflitto, a partire dalle accuse secondo cui Hamas avrebbe decapitato decine di bambini il 7 ottobre e operato in centri di comando sotto gli ospedali, infiltrandosi sistematicamente nell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro dei rifugiati palestinesi (UNRWA)».
Le successive rettifiche hanno avuto una diffusione limitata rispetto a quella della notizia iniziale, contribuendo così a legittimare la condotta criminale di Israele. Nel caso dell’UNRWA, l’amplificazione di accuse infondate ha contribuito alla sospensione dei finanziamenti da parte dei governi donatori, indebolendo significativamente l’assistenza umanitaria nel bel mezzo del genocidio.
Un intero paragrafo de La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio viene dedicato al ruolo delle piattaforme digitali che, con i loro algoritmi, hanno deciso quali notizie amplificare e quali invece far sparire. «X ha sospeso centinaia di account di attivisti, giornalisti e palestinesi che documentano il genocidio, senza spiegazione.
I metadati trapelati indicano che circa 38,8 milioni di post su Facebook e Instagram sono stati rimossi» perché ritenuti contrari alle linee guide. Allo stesso tempo, però, i contenuti d’odio contro i palestinesi sono rimasti online, così come i post sponsorizzati dalle autorità israeliane, esercito compreso, e le inserzioni negazioniste.
In generale, tra media e piattaforme si è configurata quella che Francesca Albanese definisce «una distribuzione diseguale di empatia. Gli studi dimostrano che la sofferenza israeliana è narrata in modo dettagliato, con una certa carica emotiva e morale; la sofferenza palestinese è invece resa parziale, astratta o incidentale».
Impedire la documentazione dei fatti e manipolare l’opinione pubblica sono le due direttrici lungo le quali Israele ha basato la sua impunità, continuando a godere del sostegno dei governi in giro per il mondo. Nelle conclusioni del suo rapporto, Francesca Albanese ha chiesto all’Assemblea generale dell’ONU di istituire un meccanismo indipendente per raccogliere e conservare le prove sui crimini contro i giornalisti, contribuire al rilascio di quelli detenuti e lavorare al ripristino dell’accesso della stampa internazionale nella Striscia, che Israele vieta da tre anni a questa parte.
Gli Stati vengono esortati a indagare sugli attacchi ai giornalisti, cooperando con la Corte Penale Internazionale, il tribunale nato per perseguire i crimini più efferati che l’amministrazione Trump vuole sabotare a suon di sanzioni. I media e le piattaforme devono invece fermare il circolo della propaganda, intervenendo seriamente sulla verifica delle fonti.
Chiosa un appello agli operatori dell’informazione e alla società civile tutta, affinché non si dimentichi che il giornalismo cessa di svolgere la sua funzione pubblica quando riproduce le affermazioni del potere invece di metterle in discussione.
Dall’economia del genocidio alla verità repressa nel sangue. A un anno di distanza dal rapporto che ha fatto luce sugli interessi delle multinazionali nei crimini israeliani, Francesca Albanese ha unito i punti della copertura mediatica riservata a Gaza, pubblicando un nuovo rapporto, dal titolo: La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio. La Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati ha esaminato come l’eliminazione di un popolo passi anche per la distruzione della verità, legandola così al crimine di genocidio che vede Israele sotto processo della Corte Internazionale di Giustizia. Il rapporto si snoda lungo due direttrici principali: la violenza israeliana verso i giornalisti (dal 7 ottobre ne sono stati uccisi quasi 300) e la complicità dei media, tra il rilancio di notizie non verificate, l’empatia diseguale e una forte dipendenza dalle fonti israeliane. Ne consegue una riflessione profonda sullo stato del giornalismo a livello globale, che al posto di piegarsi al potere di turno dovrebbe smascherarlo, con l’obiettivo di ricostruire i fatti e informare liberamente i cittadini.
Mettere a tacere i testimoni del genocidio

Dopo aver denunciato l’implosione del diritto internazionale a Gaza — tra reti ospedaliere distrutte, scuole e case rase al suolo, l’uso della fame come arma e oltre 70mila persone uccise — e fatto i conti con le ritorsioni americane, Francesca Albanese rivolge la sua attenzione alla distruzione della verità quale parte integrante dell’eliminazione di un popolo. La Relatrice speciale dell’ONU parla di mediacidio. Tutto parte dall’assalto israeliano ai «giornalisti palestinesi — attraverso uccisioni, mutilazioni, detenzioni arbitrarie, torture, intimidazione e la loro sistematica etichettatura come “terroristi” — per reprimere la documentazione dei crimini». Soltanto dall’ottobre 2023, l’esercito israeliano ha ucciso quasi 300 giornalisti, ferendone più di 400. Il diritto internazionale, nei conflitti armati, li qualifica come civili protetti. Perdono il loro status in caso di partecipazione diretta alle ostilità. L’onere della prova spetta a chi attacca e in caso di dubbio vanno prese tutte le precauzioni possibili.
Francesca Albanese sottolinea invece come Israele abbia etichettato i giornalisti, dopo la loro morte e sulla base di prove non rese pubbliche, come “terroristi” o “agenti di Hamas”, al fine di negare le protezioni, violando così il diritto internazionale. Secondo la International Federation of Journalists (IFJ), il più emblematico è stato l’attacco mirato del 10 agosto contro Anas Al-Sharif, principale reporter di Al Jazeera nella Striscia di Gaza. È stato ucciso con altri cinque giornalisti e lavoratori dei media in una tenda che ospitava giornalisti nei dintorni dell’ospedale di Al Shifa, a Gaza City. Per giustificare il crimine, Israele ha sciorinato senza prove l’accusa dell’affiliazione ad Hamas, incontrando l’indignazione prima delle ong e delle organizzazioni di categoria, e poi delle Nazioni Unite, attraverso l’intervento della Relatrice speciale per la libertà di stampa Irene Khan.
Alle violenze verso chi documenta i crimini si aggiunge la costruzione, in Israele, di un regime di informazione basato su «restrizioni dei media, censura, propaganda, incitamento all’odio, incitamento genocida e negazione». A chiudere il cerchio è «il ruolo dei media internazionali e delle piattaforme digitali nell’emarginare le voci palestinesi e riprodurre le narrazioni israeliane, normalizzando le distorsioni che alla fine legittimavano le atrocità. Insieme, queste pratiche non hanno semplicemente accompagnato il genocidio ma ne hanno facilitato la commissione e ostacolato l’accertamento delle responsabilità».
La complicità dei media internazionali verso Israele
Di fronte al massacro dei propri colleghi in Palestina, le principali redazioni a livello internazionale sono rimaste inerti, piegando il racconto dei fatti alla compiacenza di Tel Aviv. Scrive Francesca Albanese: «l’analisi dei contenuti dimostra che i media occidentali facciano molto affidamento su fonti israeliane, con funzionari israeliani e gruppi di pressione che godono di un accesso privilegiato presso i vertici decisionali dei media», citando ad esempio la britannica BBC, le cui linee guida prevedono l’omissione di Gaza dai territori palestinesi occupati. Questi ultimi vengono indicati come “territori contesi”, sposando la descrizione preferita del governo israeliano, «senza indicare che ciò sia contrario al diritto internazionale». «Allo stesso modo — denuncia la Relatrice speciale ONU — le linee guida trapelate dal New York Times consigliano cautela per quanto riguarda l’uso di termini quali “genocidio”, “pulizia etnica” e “territorio occupato”, ordinando ai giornalisti di utilizzare il termine “Palestina” solo in casi molto rari».
Anche la scelta di comprimere, dal punto di vista temporale, la questione palestinese al 7 ottobre 2023, omettendo il contesto storico e giuridico dell’occupazione della Palestina ha svolto un ruolo cruciale nel normalizzare il genocidio. «La CNN — riporta Francesca Albanese — ha ordinato ai suoi giornalisti di ricordare al pubblico che gli attacchi di Hamas contro i civili israeliani hanno causato il conflitto». Tale narrazione contribuisce a sgonfiare la portata reale dell’assedio israeliano, riducendolo a mero diritto all’autodifesa. «Quando alcuni fatti non potevano più essere negati o “camuffati”, l’informazione ha spesso omesso o minimizzato la responsabilità israeliana. L’analisi dei contenuti ha rilevato che la BBC lo ha fatto nell’83% dei titoli di articoli rilevanti e il New York Times nel 65 per cento». Un esempio lampante riguarda l’uccisione di Hind Rajab da parte delle forze israeliane, che la BBC presenta ancora con il titolo: «Hind Rajab, 5 anni, trovata morta a Gaza giorni dopo le telefonate di aiuto».

Non va dimenticata la diffusione di notizie false o non verificate. Francesca Albanese cita «alcune delle narrazioni più dannose del conflitto, a partire dalle accuse secondo cui Hamas avrebbe decapitato decine di bambini il 7 ottobre e operato in centri di comando sotto gli ospedali, infiltrandosi sistematicamente nell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro dei rifugiati palestinesi (UNRWA)». Le successive rettifiche hanno avuto una diffusione limitata rispetto a quella della notizia iniziale, contribuendo così a legittimare la condotta criminale di Israele. Nel caso dell’UNRWA, l’amplificazione di accuse infondate ha contribuito alla sospensione dei finanziamenti da parte dei governi donatori, indebolendo significativamente l’assistenza umanitaria nel bel mezzo del genocidio.
Un intero paragrafo de La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio viene dedicato al ruolo delle piattaforme digitali che, con i loro algoritmi, hanno deciso quali notizie amplificare e quali invece far sparire. «X ha sospeso centinaia di account di attivisti, giornalisti e palestinesi che documentano il genocidio, senza spiegazione. I metadati trapelati indicano che circa 38,8 milioni di post su Facebook e Instagram sono stati rimossi» perché ritenuti contrari alle linee guide. Allo stesso tempo, però, i contenuti d’odio contro i palestinesi sono rimasti online, così come i post sponsorizzati dalle autorità israeliane, esercito compreso, e le inserzioni negazioniste. In generale, tra media e piattaforme si è configurata quella che Francesca Albanese definisce «una distribuzione diseguale di empatia. Gli studi dimostrano che la sofferenza israeliana è narrata in modo dettagliato, con una certa carica emotiva e morale; la sofferenza palestinese è invece resa parziale, astratta o incidentale».
Impedire la documentazione dei fatti e manipolare l’opinione pubblica sono le due direttrici lungo le quali Israele ha basato la sua impunità, continuando a godere del sostegno dei governi in giro per il mondo. Nelle conclusioni del suo rapporto, Francesca Albanese ha chiesto all’Assemblea generale dell’ONU di istituire un meccanismo indipendente per raccogliere e conservare le prove sui crimini contro i giornalisti, contribuire al rilascio di quelli detenuti e lavorare al ripristino dell’accesso della stampa internazionale nella Striscia, che Israele vieta da tre anni a questa parte. Gli Stati vengono esortati a indagare sugli attacchi ai giornalisti, cooperando con la Corte Penale Internazionale, il tribunale nato per perseguire i crimini più efferati che l’amministrazione Trump vuole sabotare a suon di sanzioni. I media e le piattaforme devono invece fermare il circolo della propaganda, intervenendo seriamente sulla verifica delle fonti. Chiosa un appello agli operatori dell’informazione e alla società civile tutta, affinché non si dimentichi che il giornalismo cessa di svolgere la sua funzione pubblica quando riproduce le affermazioni del potere invece di metterle in discussione.
Salvatore Toscano
Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.
Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.
