La lotta popolare vince con Lula

Dal blog https://jacobinitalia.it

Bárbara Bastos 27 Ottobre 2026

Alleanze larghe e mobilitazione dal basso hanno consentito di respingere Bolsonaro e assestare un colpo all’Internazionale fascista

Per lo storico Luiz Antonio Simas, il Brasile Istituzionale è un progetto di odio e di esclusione, disegnato fin dal periodo coloniale per concentrare il reddito e promuovere il razzismo, il maschilismo e l’annientamento della maggioranza della popolazione. La Brasilianità ne è il contrappunto, la forza viva della cultura popolare, delle strade, dei terreiros, del samba e delle feste che inventano modi di esistere e di resistere di fronte alla scarsità e alla violenza.

Domenica scorsa la Brasilianità ha vinto. Lula è stato rieletto con 64.256.232 voti, pari al 51,79% dei voti validi, contro i 59.826.041 (48,21%) di Flávio Bolsonaro, secondo i dati ufficiali del Tribunale superiore elettorale (Tribunal Superior Eleitoral). La differenza di circa 4,4 milioni di voti ha sancito la prima rimonta al secondo turno nella storia delle elezioni presidenziali brasiliane.

Al primo turno, il 4 ottobre, il figlio maggiore di Jair Bolsonaro era arrivato in testa, con il 47,04% dei voti validi e oltre 56 milioni di elettori, contro il 45,15% di Lula. In tre settimane Lula ha guadagnato più di 10,3 milioni di voti, e Flávio 3,7 milioni.

Questa rimonta è il frutto di una mobilitazione popolare senza precedenti, tra le più grandi dalla ridemocratizzazione del 1985, che pose fine a 21 anni di dittatura civile-militare.

Tutto è cominciato lunedì 5 ottobre. All’Università federale fluminense (Uff), a Niterói, la rappresentanza studentesca della Facoltà di Giurisprudenza ha convocato un’assemblea per discutere del secondo turno, con un appello a trasformare lo sgomento per il risultato in azione.

Il giorno seguente l’Unione nazionale degli studenti (Une) ha approvato il sostegno a Lula e ha lanciato la campagna Estudantes com Lula (Studenti con Lula). In tre giorni il movimento raggiungeva già più di 40 università in 14 Stati e nel Distretto federale. Domenica 11 è arrivato in Avenida Paulista, alla presenza dello stesso Lula.

Si sono formate alleanze improbabili. Fandom che di solito si fanno la guerra, da Taylor Swift ai Bts (Bangtan Boys), hanno messo i propri canali social a disposizione della campagna per informare gli indecisi e portare alle urne chi si era astenuto.

Anche deputati eletti con risultati notevoli si sono lanciati nella campagna, dagli esordienti Ana Elisa (PT-MG) e Guilherme Cortez (Psol-SP) a Erika Hilton (Psol-SP), rieletta come la donna più votata nella storia della Camera dei deputati. L’Exército do Lula (Esercito di Lula), canale WhatsApp creato dal deputato André Janones, è passato da 50 mila a quasi 11 milioni di iscritti al secondo turno, e ha funzionato allo stesso tempo come scuola di attivismo digitale e come strategia di occupazione dei social.

Mentre i media egemonici e corporativi normalizzavano il discorso di Flávio Bolsonaro, i media indipendenti (Intercept Brasil, Revelando, O3 News, Piauí, Mídia Ninja, ICL, tra gli altri) hanno svolto il lavoro necessario di indagare e mostrare chi fosse l’avversario di Lula. Un nepo baby della politica, oggi indagato in due inchieste per riciclaggio di denaro e corruzione.

Un candidato dalle aspirazioni autoritarie, regressive e complottiste, erede diretto del progetto di odio e distruzione inaugurato dal padre. Un progetto di cui conosciamo già il bilancio. Durante la pandemia il governo Bolsonaro ignorò le offerte di vaccini e mandò la gente in strada: secondo gli epidemiologi circa 400 mila morti avrebbero potuto essere evitate. L’Amazzonia ha vissuto record di deforestazione, e la violenza contro i popoli indigeni e le comunità quilombola è esplosa, con invasioni di terre e assassinii di leader.

Nel corso della campagna, Flávio ha ricevuto il sostegno di quello che il giornalista e scrittore Cesar Calejon chiama «modello estrattivo agrofinanziario». Alle élite economiche ha promesso un «tesouraço» ispirato alla motosega di Javier Milei, che si sarebbe tradotto nel congelamento delle pensioni e del salario minimo e lo smantellamento della sanità, dell’istruzione, degli investimenti pubblici e di programmi sociali come il Bolsa Família, il più grande programma di trasferimento di reddito del paese.

All’orizzonte c’era inoltre la privatizzazione di imprese statali strategiche, una flagrante dilapidazione del patrimonio pubblico.

Sul piano internazionale nulla ha attirato più attenzione dell’ombra di Donald Trump, Marco Rubio e J.D. Vance sull’elezione. L’ingerenza è cominciata ben prima della campagna. Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio, si è trasferito negli Stati uniti nel marzo 2025 per fare lobbying contro il processo al padre per il tentato golpe del 2022.

Quattro mesi dopo Trump ha imposto dazi del 50% sui prodotti brasiliani, presentati apertamente come ritorsione per il processo. Flávio ha seguito lo stesso copione. Alla Cpac (Conservative Political Action Conference), negli Stati uniti, ha presentato il Brasile come «la soluzione» per permettere a Washington di ottenere terre rare e liberarsi dalla dipendenza dalla Cina; a maggio è stato ricevuto da Trump nello Studio Ovale e ha promesso un allineamento automatico con gli Stati uniti.

Una vittoria di Flávio avrebbe consegnato su un piatto d’argento la sovranità brasiliana, sulla scia di quanto accaduto in paesi come Argentina, Venezuela e Colombia. Per non parlare dell’interferenza algoritmica delle big tech. La stessa Meta ha ammesso falle che hanno danneggiato la campagna del Pt (Partido dos Trabalhadores), limitando la sponsorizzazione e l’engagement dei post relativi a Lula.

Come c’era da aspettarsi da un candidato antidemocratico, Flávio non ha riconosciuto la sconfitta. Domenica sera ha dichiarato impossibile riconoscere il risultato e ha annunciato che chiederà l’annullamento del voto, sostenendo che la proroga delle operazioni elettorali abbia violato la parità di condizioni.

L’argomento non regge, perché la proroga l’ha chiesta anche lui. Nell’orario prolungato sono stati registrati appena 34.319 voti, in un’elezione decisa da più di 4,4 milioni. Il copione golpista è di famiglia. Nel 2022 Jair Bolsonaro evitò di riconoscere una sconfitta con un margine ancora più ridotto, di 2,1 milioni di voti, e partì per Orlando due giorni prima dell’insediamento di Lula.

Finì condannato a 27 anni e 3 mesi di carcere per aver guidato una trama golpista che comprendeva una bozza di decreto per annullare l’elezione e un piano, battezzato Punhal Verde e Amarelo (Pugnale verde e giallo), per assassinare Lula, Geraldo Alckmin e Alexandre de Moraes, e che sfociò negli attacchi dell’8 gennaio 2023 alle sedi dei Tre Poteri.

Se il mondo potrà respirare un po’ più sereno e ottimista nei prossimi anni, in senso letterale e figurato, lo dovrà al Brasile. Che l’internazionale fascista sia sconfitta dall’internazionale progressista e della sinistra radicale, nelle strade, sui social e alle urne. Il voto brasiliano del 2026 sarà ancora studiato con calma, ma una cosa è già evidente.

È stata un’elezione legittima, che ha dimostrato che c’è ancora spazio perché i paesi affermino la propria sovranità e si rifiutino di stare al gioco di governanti narcisisti che scelgono la morte e la distruzione. C’è ancora terreno di lotta per gli incanti, le utopie e le resistenze.

*Bárbara Bastos è assegnista di ricerca presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali della Scuola Normale Superiore di Pisa. La sua ricerca si concentra su giustizia ambientale, salute ed estrattivismo.

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