Il Golfo contro gli Usa: ‘nuova guerra all’Iran devastante’

Dal blog https://www.remocontro.it

29 Ottobre 2026 Remocontro

Timori nel Golfo (e nel mondo) per un possibile attacco Usa-Israele in Iran dopo le elezioni di medio termine. Con Teheran che questa volta vuole renderlo «così costoso da essere irripetibile»

Medio Oriente

Profondo scetticismo in Medio Oriente dopo l’esito delle elezioni israeliane. Sui giornali sauditi e libanesi i commentatori hanno scritto che Netanyahu è finito «sul banco degli imputati» e hanno definito il vincitore uno dei due «messi alla prova», leggendo nel voto più divisioni interne che vittorie nette. Ed anche in Iran si è convinti che il voto non cambierà la strategia della politica estera israeliana.

L’opposizione critica il modo in cui il governo di Netanyahu ha gestito le cose, ma sulla linea dura contro Teheran la pensa in sostanza allo stesso modo. Formare una nuova coalizione richiederà tempo e molto probabilmente si aprirà una fase di transizione in cui il governo uscente avrà interesse ad accelerare le operazioni militari prima dell’arrivo del nuovo esecutivo. Il rischio cresce dopo le elezioni di medio termine Usa, quando Trump avrà meno vincoli.

Vigilia di nuova prova di forza

Più di un segnale fa pensare che Stati uniti e Israele stiano per lanciare una nuova offensiva su larga scala contro l’Iran. Secondo la Cnn, le forze statunitensi dislocate in Medio Oriente sarebbero pronte a colpire «entro 96 ore dal ricevimento dell’ordine». Il Wall Street Journal scrive invece che Washington ha avvertito diversi paesi arabi del Golfo di prepararsi a una campagna breve e intensa dopo le elezioni di medio termine. L’attacco sarà con ogni probabilità durissimo e potrebbe colpire anche centrali elettriche e impianti di estrazione del petrolio. Ma niente lascia credere che sarà breve, né che risolverà qualcosa. Un bombardamento devastante difficilmente costringerà Teheran alla resa, e ancora meno la porterà a trattare.

Ma a Theran l’idea prevalente è un’altra. La prossima guerra va combattuta in modo da renderla così costosa che nessun futuro presidente americano avrà voglia di rifarla.

‘Nuovo Medio Oriente’ dopo l’Iran

Il conflitto tra Iran, Stati uniti e Israele sta già cambiando gli equilibri politici ed economici del Medio Oriente, con effetti che vanno ben oltre il piano militare, denuncia Francesca Luci. “Per le monarchie del Golfo Persico la stabilità è una necessità economica. Una guerra aperta minaccia infrastrutture critiche, traffico marittimo e fiducia degli investitori, cioè il cuore delle loro strategie di diversificazione. Da qui l’attivismo diplomatico. Qatar, Arabia Saudita ed Egitto lavorano a Washington per evitare uno scontro diretto e incontrollato con l’Iran, che paralizzerebbe i flussi energetici nel Golfo Persico e nel Mar Rosso”. E i Paesi del Golfo sono arrivati a due conclusioni. “La politica estera americana può oscillare al ritmo dei cicli elettorali interni, e per Washington gli interessi di Tel Aviv vengono prima di tutto. Alleati importantissimi sul piano economico, come l’Arabia Saudita, restano un passo indietro.

L’Accordo della Mecca

Il primo esempio è l’«Accordo di La Mecca», che ha avviato una stretta cooperazione strategica e industriale tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. L’obiettivo è sviluppare insieme tecnologie militari e sistemi di difesa aerea, e dipendere meno dalle forniture occidentali. Più ampio è il raggio d’azione del Patto di Difesa Badr, che riunisce Qatar, Turchia, Pakistan e Indonesia in una rete difensiva che attraversa diverse regioni. Serve a proteggere le rotte marittime e a tutelare la sovranità dei membri da pressioni egemoniche esterne. La cooperazione di sicurezza va così ben oltre i confini mediorientali tradizionali.

Poi Ankara, Egitto e Giordania

La Turchia fa leva sulla propria presenza politica e militare in Siria, nel Mediterraneo orientale e nel Corno d’Africa per porsi come contrappeso a quella che considera una pretesa di egemonia israeliana. Tra chi punta soprattutto a preservare la stabilità vi è l’Egitto. Il Cairo difende i propri interessi strategici ed economici nel Mar Rosso e nel Mediterraneo orientale e spinge per la de-escalation. La Giordania, dal canto suo, rafforza la cooperazione con i Paesi del Golfo, in particolare con il Qatar. Vuole evitare che l’allargarsi delle ostilità regionali incrini il fragile equilibrio sociale, economico e politico del regno.

L’Iran diplomatico

Anche il presidente iraniano Pezeshkian continua a tessere la sua rete diplomatica. Incontrando Putin a margine dell’8° Vertice del Forum dei Paesi Esportatori di Gas, ha ribadito la necessità di un mondo multipolare e la capacità dei Paesi della regione di risolvere i propri problemi senza l’assistenza americana. Di fatto la regione non aspetta più passivamente le mosse delle grandi potenze. Patti di difesa autonomi, mediazione diplomatica, coordinamento militare pragmatico e contromosse per bilanciare gli equilibri disegnano alleanze meno rigide, che si ridefiniscono in base agli interessi del momento. Quale ordine ne uscirà è ancora incerto. Il dominio esclusivo degli Stati Uniti, però, sembra destinato a perdere terreno.

Resta da vedere dove porterebbe un attacco americano. Chi pensa che solo un’altra serie di colpi contro l’Iran, comprese le infrastrutture critiche o l’eliminazione di alti funzionari, possa far cadere il regime rischia un errore che molto probabilmente sconvolgerebbe il Medio Oriente e non solo.

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