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4 Novembre 2026 Enrica Perrucchietti
Denunce di torture, quattro militari feriti trasferiti in ospedale e scontri davanti a una casa utilizzata da un’unità della Guardia nazionale appartenente al Battaglione Azov. Il 2 novembre scorso, a Petropavlivska Borshchahivka, alle porte di Kiev, centinaia di persone si sono radunate dopo la diffusione sui social di notizie secondo cui circa quaranta uomini sarebbero stati rinchiusi e seviziati nel seminterrato del palazzo.
La folla inferocita ha bloccato l’uscita e ha tentato di entrare nell’edificio; sono seguiti colluttazioni, lanci di pietre e petardi. I cronisti hanno riferito di colpi d’arma da fuoco, sparati in aria dai militari assediati, mentre fuori i dimostranti distruggevano auto della polizia e un autobus usato dalle pattuglie per la mobilitazione forzata. Sul posto è arrivato anche Kyrylo Budanov, capo dell’Ufficio presidenziale.
Il giorno dopo, il DBR, l’Ufficio investigativo statale ucraino, ha aperto un procedimento per possibile abuso di potere da parte di funzionari militari. Dovrà chiarire le condizioni degli uomini, il possibile ricorso alla coercizione e le responsabilità negli scontri.
Secondo Azov, la casa era una sede di dislocazione temporanea dell’unità 3121, dove mobilitati e militari fermati dopo l’allontanamento non autorizzato dai reparti attendevano l’assegnazione. Lo stesso corpo ha confermato che quattro di questi ultimi presentavano lesioni e sono stati trasferiti in ospedale per accertamenti. La polizia ha smentito le notizie di detenzioni illegali e della morte di un uomo.
Azov ha assicurato che, qualora fossero accertate violenze illegali, i responsabili saranno puniti, invitando al contempo i cittadini a non ostacolare l’attività dei reparti. Il comando della Guardia nazionale, guidato dal maggior generale Oleksandr Pivnenko, ha annunciato di aver preso in carico gli accertamenti insieme alle forze dell’ordine.
Il comandante Denys Prokopenko ha poi evocato un “complotto russo”, sostenendo che la diffusione del caso favorisce gli interessi russi, screditando i militari e alimentando la divisione tra esercito e popolazione.
Stando alla ricostruzione di Slidstvo.Info, che cita la polizia, la segnalazione divenuta virale sui social sarebbe partita dal post del militare Serhiy Gnezdilov: questi aveva scritto sulla sua pagina Facebook che il 1° novembre gli erano state inviate informazioni circa una “camera di tortura” a Petropavlivska Borshchahivka, dove presumibilmente «vengono uccise delle persone e sono tenuti prigionieri circa quaranta innocenti ucraini, e la polizia si mostra indifferente a tutto ciò».
Alla base di queste informazioni ci sarebbe Valentina Moloda, infermiera e giornalista investigativa, già titolare della clinica Med-Prestige, chiusa nel 2023. La donna si sarebbe presentata davanti all’edificio dell’Azov con un’ambulanza, chiedendo di poter entrare ad assistere gli uomini ivi detenuti.
Da lì si sarebbero poi sviluppati i disordini. Gli agenti hanno confermato di essere intervenuti dopo la chiamata degli operatori dell’ambulanza privata, che lamentavano di non poter raggiungere una persona all’interno della casa. Moloda in una diretta sui social ha poi raccontato di aver “salvato” quattro soldati e averli riportati a casa: il più giovane avrebbe solo 14 anni.
Il veterano Maksym Onufriienko, entrato nell’edificio insieme a Budanov, ha riferito di non aver visto luoghi di tortura e ha sostenuto che alcuni militari fossero arrivati già feriti. Resta da stabilire come si siano procurati quelle lesioni, certificate dalle immagini diffuse in rete, in cui si vedono gli uomini portati via dallo scantinato con ferite multiple e lo sguardo allucinato.
All’esterno, intanto, i giornalisti hanno documentato aggressioni compiute da uomini incappucciati, non ancora identificati, che avrebbero picchiato i passanti. I militari del TCC (Centri di reclutamento territoriale) operano, infatti, con il volto mascherato, spesso in abiti civili, senza identificarsi.
Le difficoltà del reclutamento e i casi di diserzione sono note da tempo e sono state ammesse dagli stessi vertici ucraini, mentre le proteste contro la mobilitazione forzata stanno diventando sempre più frequenti.
Negli ultimi tempi, si sono moltiplicate le denunce di violenze all’interno dei reparti, ai danni di coscritti o di soldati riottosi a obbedire agli ordini. Il 14 gennaio, prima della nomina a ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov parlò in Parlamento di due milioni di cittadini ricercati e 200mila militari assenti senza autorizzazione. Il 28 agosto, Budanov ha indicato almeno trentamila mobilitati al mese come fabbisogno minimo per mantenere la situazione al fronte.
Nella stessa intervista ha riconosciuto episodi di reclutamento violento mediante furgoni e condotte illegittime dei centri territoriali di reclutamento. A giugno, era già emerso il caso del reggimento Skala.
L’inchiesta di Babel ha raccolto testimonianze su diversi tipi di abusi: percosse, isolamento e interruzioni delle terapie. La redazione ha individuato venticinque decessi nei centri di addestramento, tra fine 2025 e primavera 2026. Dopo l’inchiesta, sono partiti gli accertamenti e il comandante Yuriy Harkavyi è stato sospeso durante le verifiche.
La vicenda di Petropavlivska Borshchahivka riporta l’attenzione non solo sulle violenze, ma anche sulla riabilitazione occidentale di Azov. Le radici nell’estrema destra e l’ideologia neonazista di alcuni fondatori erano documentate ben prima dell’invasione russa del 2022: ne avevamo ricostruito legami e riferimenti nell’inchiesta sull’Internazionale nera.
Con la guerra, una parte dell’informazione ha relegato questi elementi sullo sfondo, trasformando i combattenti in figure da celebrare: romantici “nazionalisti”, “patriottici” che leggono Kant o “partigiani anti-Putin”. Mentre Kiev chiede altri uomini e ammette abusi nel reclutamento, i governi occidentali continuano a finanziare la guerra.
Senza un impegno concreto per fermarla, la solidarietà proclamata si riduce alla fornitura di armi, lasciando agli ucraini il compito di combattere e morire, mentre una spirale di violenza investe anche i rapporti tra militari e civili e si ritorce contro la stessa popolazione che si dichiara di voler difendere.
Enrica Perucchietti
Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.
