Midterm, il voto di cui non si parla: gli americani bocciano in massa i data center

Dal blog https://www.lindipendente.online

5 Novembre 2026 Mario Catania

Mentre negli Stati Uniti si votava per rinnovare la Camera e un terzo del Senato, gli elettori di 10 Stati hanno risposto anche a 41 quesiti locali sui data center, i grandi centri di calcolo che alimentano l’intelligenza artificiale, e in 40 casi ha prevalso chi quegli impianti non li vuole.

Stando ai dati di Ballotpedia, ancora non ufficiali, l’unica eccezione arriva da Harwood, North Dakota, meno di mille abitanti, dove 3 elettori su 4 hanno respinto l’obbligo di una revisione indipendente e di un’audizione pubblica prima di autorizzare nuovi insediamenti industriali. Aggiungendo le 6 votazioni dei mesi precedenti, il bilancio del 2026 dice 46 opposizioni di fatto a fronte di un solo esito favorevole.

In Ohio, dove sono 21 i progetti in corso, i numeri provvisori – quelli definitivi arriveranno entro il 24 novembre – raccontano che 11 comuni hanno approvato divieti veri e propri, tra cui Trenton, dove Amazon progettava un campus da 600 acri; a Wilmington 4 varianti urbanistiche che avrebbero trasformato terreni residenziali in aree industriali sono state bocciate tutte con circa l’80 per cento dei voti, mentre ad Alhambra, in California, il bando ha superato l’82 per cento.

Le obiezioni di chi si oppone si somigliano e intrecciano quasi sempre motivazioni ambientali ed economiche: impianti di queste dimensioni assorbono quantità enormi di energia, e i residenti temono che la domanda aggiuntiva finisca per far aumentare le loro bollette, mentre i sistemi di raffreddamento consumano acqua in quantità che pochi territori possono permettersi.

A questo si aggiungono il ronzio continuo dei macchinari, il consumo di suolo agricolo e la cancellazione di intere aree naturali. Ad Archbald, in Pennsylvania, una mattina di marzo gli abitanti si sono svegliati con il rumore delle motoseghe: circa 180 acri di bosco, dove vivevano orsi, cervi e gufi, sono stati rasi al suolo per fare spazio a un data center che non aveva ancora ottenuto le autorizzazioni, approfittando del fatto che per abbattere alberi su un terreno privato non serve alcun permesso.

Dove poi i gestori si costruiscono una centrale propria, ci sono anche le emissioni dei generatori a gas. Infine c’è il capitolo dei soldi pubblici: ad aprile 38 Stati su 50 avevano introdotto incentivi fiscali per attirare questi investimenti, che però, chiuso il cantiere, lasciano sul territorio poche decine di posti di lavoro stabili, qualche centinaio al massimo nei campus più grandi.

Il caso più emblematico è però quello di Ashville, villaggio di poche migliaia di anime a sud di Columbus, dove l’opposizione di 1.469 elettori (i favorevoli sono stati 331) ha cancellato l’accordo stretto ad aprile dal consiglio comunale con EdgeConneX, società della Virginia che su circa 80 ettari vuole costruire due grandi edifici pieni di server e una centrale a gas da 800 megawatt per alimentarli.

Per approvare l’intesa il consiglio aveva dichiarato lo stato di emergenza, un espediente che rende la delibera subito esecutiva e la sottrae al referendum popolare; i residenti hanno raccolto le firme lo stesso, il Comune si è rifiutato di trasmetterle e il 7 agosto la Corte suprema dell’Ohio ha dato loro ragione all’unanimità, giudicando l’emergenza priva di motivazioni valide.

Non è servita nemmeno la donazione di 3,5 milioni di dollari per parchi e fognature con cui EdgeConneX, a inizio ottobre, si era presentata ai cittadini. Il voto fa cadere i benefici concordati con il Comune, compresa l’esenzione dalla moratoria comunale sui data center, ma il cantiere, già aperto, andrà avanti: l’azienda ha ribadito di avere i permessi necessari. La partita vera si gioca ora sulla centrale, in attesa del via libera dell’Ohio Power Siting Board, l’ente statale che autorizza gli impianti energetici, e i residenti sperano che quell’80 per cento abbondante pesi sulla decisione.

Che il malcontento vada ben oltre i confini di un villaggio dell’Ohio lo dicono anche i sondaggi. Secondo NBC News, il 69 per cento degli americani si opporrebbe all’apertura di un data center nella propria comunità, e anche tra gli elettori repubblicani i contrari sono la maggioranza.

Peccato che alla Casa Bianca la musica sia un’altra: a fine agosto Donald Trump scriveva su Truth che l’unico motivo per non volere i data center è il desiderio di restare «arretrati e poveri», e in altre occasioni ha liquidato la protesta come una «bufala» orchestrata dalla Cina.

La questione, del resto, non è rimasta confinata ai referendum di paese. In Texas, dove secondo Cleanview tra impianti attivi, in costruzione e in progetto si contano oltre 780 data center, la democratica Gina Hinojosa ha battuto il governatore uscente Greg Abbott promettendo una moratoria sui nuovi impianti e la fine degli sgravi fiscali.

Elon Musk, dal canto suo, una via d’uscita sembra averla trovata e su X ha scritto che i data center nello spazio cominciano a sembrare una soluzione piuttosto allettante, forse anche perché lassù non ci sarebbe nessuno a raccogliere firme per fermarli.

Immagine di Mario Catania

Mario Catania

Giornalista professionista dal 2011, si occupa di inchieste, reportage e attualità. Ha lavorato per la carta stampata, per l’online e come videoreporter, spaziando dalla cronaca alla politica e tematiche ambientali. Autore di libri e saggi, per L’Indipendente coordina i lavori del mensile.

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