Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org
Note importanti- Con gli articoli di oggi, finisce il ” servizio di comunicazione gratuita ” ( non perchè diventi a pagamento) ma come forma di rispetto, prima di tutto del lavoro di controinformazione e di argomentazione provocata su temi vari con scarso dibattito sociale raccolto quasi ad inseguimento personale o di gruppi in cui ho avuto un piccolo ruolo politico. Nessuno starà male per questo, anzi credo alcuni diranno: finalmente sto rompi si sta zitto.In realtà non sarà così, anzi nel mio piccolo delirio continuerò, solo che ognuno dovrà un pò più faticare per avere lo stesso risultato arrivare al sito parolelibere.blog . Il momento politico non è solo instabile per gli haker che ci minacciano o per le guerre di predazione, ma anche per una secca diminuzione dello sforzo intellettuale di chi ancora fa militanza comunque di cercare di uscire dal particolare, dal locale o cmq di provare ad allacciare alleanze e collettività su temi comuni. Ognuno sceglie le proprie vie, ora a voi, cercare le vostre argomentazioni o i silenzi abbondanti. Gianni Gatti
Due analisi del voto di “mid-term”. E in apertura una storia… o un articolo populista, decidete voi: in ogni caso non adatta alle menti facilmente impressionabili né ai cuori deboli. Soprattutto non è digeribile per chi crede ancora che si cambi il mondo con una matita in cabina. Come una favola, racconta soltanto cose vere. Come sempre la discussione è aperta. Diteci la vostra.
di Give Peace A Chance (*). A seguire le valutazioni – a caldo – di Franco Astengo e di Mario Sommella.
C’era una volta un Paese che ogni due anni rifaceva il letto. Cambiava le lenzuola, girava il materasso, qualche volta sostituiva anche il cuscino. Poi ci si rimetteva a dormire, e il mattino dopo si svegliava con lo stesso mal di schiena. Si chiamano elezioni di metà mandato, midterm, e martedì si sono tenute di nuovo. Da questa parte dell’oceano le abbiamo seguite con la consueta attenzione, cioè con quella attenzione un po’ ansiosa che si riserva alla salute di un parente ricco. C’è un’idea, diffusa e molto consolante, secondo cui in una democrazia il popolo tiene in mano il mazzo di carte. Ogni due anni lo mescola, ogni quattro lo distribuisce di nuovo, e chi ha pescato male può sempre sperare nella mano successiva. È un’idea bella. È anche, con tutto il rispetto, un’idea che a Washington nessuno condivide davvero, tranne quelli che devono farsi eleggere.
La storia, quella vera e quella che ci piace raccontare
Il mazzo è in mano a qualcun altro. Lo sapeva perfino un generale, Dwight Eisenhower, che nel gennaio del 1961, lasciando la Casa Bianca, avvertì i suoi concittadini di guardarsi dal complesso militare-industriale. Un presidente uscente che mette in guardia dal potere che ha appena servito per otto anni: il discorso è ancora lì, in archivio, e nessuno l’ha mai smentito. Lo hanno semplicemente ignorato, il che in politica è il modo più educato per dire che aveva ragione.
Poi vennero i presidenti che avrebbero dovuto cambiare tutto. Kennedy, con la Nuova Frontiera e la faccia giusta per la televisione. Tre anni, e il Vietnam già apparecchiato per il successore. Carter, l’uomo onesto venuto dalla Georgia a lavare la Casa Bianca dopo Nixon. Quattro anni, un discorso famoso sulla crisi di fiducia della nazione (luglio 1979) e poi via, sconfitto da un attore che prometteva che l’America era di nuovo il mattino. Reagan, appunto, che nel discorso di insediamento spiegò che il governo non era la soluzione ma il problema. Per la verità il governo continuò a esistere, e anche a spendere; cambiarono soltanto i destinatari. Clinton, che vinse nel 1992 grazie a un cartello appeso nel suo quartier generale, scritto dal suo stratega James Carville: “It’s the economy, stupid”. Era rivolto ai collaboratori, ma è rimasta la frase più onesta mai pronunciata in una campagna americana, perché diceva esattamente chi comanda. Clinton lo sapeva così bene che poi firmò la deregolamentazione delle banche, e il resto lo abbiamo visto nel 2008.
E poi Obama. Yes we can. La speranza stampata su un manifesto, il Nobel per la pace nel 2009, dopo pochi mesi di mandato, assegnato per così dire sulla fiducia. Otto anni dopo le guerre erano ancora lì, i droni erano aumentati, le banche salvate e le case pignorate. Si può, certo. Ma cosa, esattamente?
Trump promise di prosciugare la palude. La palude, a quanto mi risulta, gode di ottima salute e ha cambiato soltanto gli inquilini delle ville sulla riva. Vi risparmio Biden, che almeno non ha promesso molto, e non ha deluso.
L’economia, ovvero chi tiene il mazzo
Qui dovrei mettere una tabella con i dati sulla ricchezza in America, e la metterei volentieri, se non fosse che la conosco a memoria nella sostanza e non nelle cifre, e la sostanza è questa: la quota di ricchezza nelle mani dell’1 per cento più ricco è cresciuta sotto presidenti democratici e sotto presidenti repubblicani, con Camere democratiche e con Camere repubblicane, prima e dopo ogni midterm che vi venga in mente. La curva non sa chi ha vinto in Ohio. Non le è mai interessato. Non è una tesi complottista, è contabilità. Chi finanzia le campagne (e costano, ormai, come una piccola guerra) non lo fa per filantropia. Lo fa perché è un investimento con un rendimento prevedibile, qualunque sia il colore della cravatta che si insedia a gennaio. Il mercato non va a votare: aspetta che gli altri abbiano finito e poi riprende a lavorare.
E poi arriviamo a noi, a quello che una volta i giornali chiamavano con una certa condiscendenza il popolino. Il popolino va a votare, e fa bene. Il popolino legge i risultati, e fa bene anche quello. Ma poi il popolino, e qui parlo soprattutto del popolino europeo, cioè di me, si convince che la partita si decida davvero in quel conteggio, e aspetta che dalla Camera dei Rappresentanti escano la pace, il lavoro e la giustizia sociale, come i conigli dal cappello. Secondo me (ed è un’opinione) l’illusione non è stupida. È necessaria. Senza quella, ci toccherebbe guardare in faccia chi tiene davvero il mazzo, e chiedergli conto. Molto più comodo aspettare il prossimo salvatore, il prossimo manifesto, il prossimo “stavolta è diverso”. La speranza è il prodotto più venduto d’America, ha un ciclo di produzione di due anni e non ha mai avuto bisogno di un richiamo dal mercato.
Quel mattino, che arriva sempre dopo
Martedì si è votato. Da mercoledì i giornali europei ci stanno spiegando cosa significa, e per domani avranno finito, perché la settimana prossima ci sarà qualcos’altro da spiegare. Fra un mese le guerre saranno dove sono adesso, i poveri saranno dove sono adesso, e i padroni avranno già ricevuto le telefonate di cortesia dai nuovi eletti. Il letto è rifatto, le lenzuola sono pulite, il mal di schiena è quello di sempre.
E tu, caro elettore americano, non prendertela. Hai fatto quello che potevi: sei andato, hai scelto, sei tornato a casa. Il problema non è la tua scelta. È che ti hanno dato da scegliere la carta, e non il mazzo. A questo giro di tavolo, come a tutti i precedenti, il banco vince comunque. Ci risentiamo fra due anni: ti diranno di nuovo che stavolta è diverso, e noi, da qui, ci crederemo insieme a te.
Che bello illudersi…