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di Pierluigi Franco11 dicembre 2024
La statua di Assad abbattuta a Raqqa in Siria il 24 marzo 2013. Foto Abaca Press.
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La presa di Damasco apre a un nuovo assetto del quadro mediorientale, che mette ai margini l’Iran, ormai privo dei suoi riferimenti sul Mediterraneo. Ma sono in molti a temere i vincitori jihadisti, sponsorizzati da Stati Uniti e Turchia. Washington è finita sotto accusa per aver finanziato con miliardi di dollari i guerriglieri in lotta contro Assad, spesso senza distinzioni chiare tra le fazioni moderate e quelle radicali. Invece Ankara, che sta cercando di gestire tali formazioni, si trova a fronteggiare un mondo post-Assad sempre più instabile, dove la competizione per il controllo delle risorse energetiche gioca un ruolo decisivo.
In breve
- Nuovo assetto in Siria: La presa di Damasco segna un cambiamento nel panorama mediorientale, marginalizzando l’Iran e sollevando preoccupazioni per i gruppi jihadisti sostenuti da Stati Uniti e Turchia.
- Interessi energetici: La Siria è stata teatro di una guerra civile complessa, innescata nel 2011 in concomitanza con un progetto di gasdotto iraniano che avrebbe minacciato gli interessi di Qatar, Turchia e Stati Uniti. Una competizione che rifletteva le tensioni tra blocchi sciiti e sunniti nella regione.
- Inversione a U di al-Jolani: La caduta di Assad è avvenuta attraverso un accordo tra Stati Uniti e Turchia, con un ruolo chiave svolto da Ahmad Sharaa (noto come al-Jolani), un ex terrorista dell’Isis e di al-Nusra che ora si presenta come leader politico moderato. Il nuovo assetto vede la presenza di forze turche, americane e israeliane nel territorio siriano.
- Ruolo Stati Uniti: Gli Stati Uniti hanno speso miliardi di dollari per sovvertire il regime di Assad, paradossalmente finanziando e potenziando gruppi jihadisti come al-Nusra e Isis, nonostante questi fossero ufficialmente considerati loro nemici.
- Operazioni segrete della CIA: Il programma Timber Sycamore ha visto la CIA armare e addestrare insorti anti-Assad, con un costo di quasi un miliardo di dollari all’anno, rivelando la complessità e i costi delle operazioni segrete statunitensi in Siria.
- Incognita Iran: L’Iran ne esce fortemente indebolito, avendo perso importanti alleati e punti di appoggio nella regione, inclusi Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e il regime siriano. Quadro che potrebbe spingere Teheran ad accelerare il proprio programma nucleare.
Quando Assad voleva la pace con Israele
Sembra assai lontano quel 14 luglio 2008 in cui il presidente siriano Bashar al-Assad sedeva, con la moglie Asma, sulla tribuna parigina degli Champs Élysées. Ospiti d’onore, su invito dell’allora presidente Nicolas Sarkozy e della première dame Carla Bruni, alla parata più importante di Francia. Grazie alla diplomazia francese, Assad rompeva anni di isolamento, tornando protagonista sulla scena internazionale. In quella stessa occasione, sempre grazie alla politica estera dell’Eliseo, Assad aveva stretto la mano al presidente libanese, Michel Suleiman, con il quale aveva annunciato la ripresa dei rapporti diplomatici tra Libano e Siria.
Era un momento in cui gli analisti vedevano aprirsi seri spiragli di stabilità per il Medio Oriente, tanto che proprio Assad aveva chiesto a Francia e Stati Uniti «il massimo contributo per un futuro accordo di pace fra Israele e Siria». Era anche il momento in cui Parigi promuoveva la nascita dell’«Unione per il Mediterraneo», con la quale puntava a recuperare l’influenza della Francia e dell’Europa in una regione sempre più condizionata dall’attenzione statunitense.
Un clima di normalizzazione tanto intenso da coinvolgere anche il mondo imprenditoriale, compreso quello italiano. È dell’aprile 2009 un convegno nella sede di Confindustria a Roma nel quale la Siria veniva indicata come luogo di investimenti sicuri nell’area mediterranea, ricordando che il sistema imprenditoriale italiano forniva all’industria siriana il 70% dei macchinari e l’unica Camera di commercio siriana all’estero aveva sede a Milano.
«Esportare la democrazia» per mascherare la guerra dei gasdotti
Ma proprio in quel 2009 alla Casa Bianca si insediava Barack Obama, presidente sul quale il mondo riservava molte speranze. Con lui si apriva certamente un’epoca di importanti riforme sociali all’interno degli Stati Uniti. Ma, confermando la tradizione dei democratici statunitensi dall’atomica di Harry Truman in poi, si apriva anche un’era di disastrose tensioni internazionali, come ben dimostrato in Medio Oriente e in Ucraina. Un quadro di crescente instabilità gestito soprattutto dall’allora vicepresidente, Joe Biden, e dal segretario di Stato, Hillary Clinton, con la loro corte di alti funzionari esperti nell’arte statunitense di «esportare la democrazia» a suon di bombe e colpi di Stato.
È proprio durante la gestione Obama-Biden-Clinton che la Siria si trova improvvisamente a fare i conti con una destabilizzante e disastrosa «guerra civile» costruita a tavolino e pilotata da fuori confine. La facciata della rivolta in Siria, in realtà, nasconde grandi interessi. Basta dare un’occhiata alla tempistica legata a progetti la cui realizzazione, nell’ottica di qualcuno, andava assolutamente evitata. Il punto nodale è sempre connesso alle risorse naturali, soprattutto quelle energetiche.
Stavolta la chiave di lettura è il più grande giacimento di gas naturale del mondo, situato nel Golfo Persico e condiviso tra Iran e Qatar. Un’area di 9.700 chilometri quadrati di cui 3.700 (conosciuti come South Pars) rientrano nelle acque territoriali iraniane e 6.000 (North Dome) nelle acque territoriali qatariote.
Una riserva immensa, che però ha bisogno di essere in qualche modo veicolata verso il Mediterraneo e l’Europa. Per questo nel 2009 il Qatar e la Turchia mettono a punto il progetto del gasdotto «Qatar-Turkey Pipeline», che deve necessariamente passare per la Siria. Da Assad, però, l’assenso non arriva. In realtà Damasco è alle strette perché c’è un altro progetto di gasdotto, stavolta iraniano, denominato «Islamic pipeline» per portare il gas di South Pars attraverso Iraq e Siria, una sorta di fratellanza sciita dell’energia.

A pesare è il fatto che i due progetti di gasdotto rappresentano evidentemente gli interessi di due blocchi contrapposti e, ancora una volta, caratterizzati anche dalle appartenenze: da una parte il blocco sciita di Iran, Iraq e Siria e dall’altra quello sunnita di Qatar, Turchia e Arabia Saudita. Il gasdotto diventa quindi, per chi riuscirà a realizzarlo, una questione di accrescimento di potere nella regione, visto anche l’enorme volume di affari che questo comporta.
Una questione che non può essere sottovalutata dagli Stati Uniti, per i quali diventa strategicamente necessario rafforzare l’appoggio agli alleati Arabia Saudita e Qatar e tagliare la strada all’Iran. Va poi considerato anche il progetto del gasdotto Tanap (Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline) e Tap (Trans-Adriatic Pipeline) per portare in Adriatico il gas dell’Azerbaigian, sotto l’ala protettiva turca.
L’idea del gasdotto islamico prende seriamente forma quando, il 20 gennaio 2011, il ministro per il Petrolio iraniano, Masoud Mir Kazemi, arriva a Damasco e chiede il definitivo via libera siriano avendo già ottenuto l’assenso iracheno. Il ministro comunica ufficialmente che la realizzazione del gasdotto, della portata programmata di 110 milioni di metri cubi al giorno, potrà essere completata entro il 2014. Facile immaginare che l’idea non piace al Qatar e alla Turchia, così come agli Stati Uniti e all’Arabia Saudita.
Per uno strano caso, proprio alla fine di gennaio 2011 cominciano le prime manifestazioni di piazza contro il governo siriano, organizzate attraverso i social network. Così – mediante Facebook, Twitter e YouTube – «patrioti» assai poco identificabili, e spesso da migliaia di chilometri di distanza, riescono a pilotare la protesta facendo saltare i tradizionali schemi di controllo dei potenti servizi di sicurezza del Mukhabarat siriano.

Un’operazione facilitata dal momento di confusione nell’intera area mediterranea conosciuta impropriamente come «primavera araba» e sfociata in un crescendo di conflittualità tutt’altro che democratica. La situazione diventa ancor più pesante dopo l’11 marzo 2011, quando arriva il benestare definitivo di Damasco, con l’annuncio ufficiale dell’accordo tra Iran, Irak e Siria per il via libera al gasdotto islamico per un investimento di 10 miliardi di dollari.
Casualmente, il 15 marzo si scatenano grandi proteste di piazza contro il governo siriano. Il seguito è la guerra civile, con la nascita improvvisa di ogni sorta di fazione armata. In un intreccio di finanziamenti più o meno occulti, fioriscono in territorio siriano le formazioni jihadiste dell’Isis, di al-Qaeda e del Fronte islamico, ma anche l’Esercito siriano libero, direttamente controllato dalla Cia, le milizie curde Ypg e quella femminile Ypj, le milizie sciite iraniane, irachene e afghane e quelle cristiane. Sul suolo siriano non sembra mancare nulla.
Un quadro di guerra per procura con la contrapposizione di due fronti: da un lato Stati Uniti, Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Gran Bretagna e Francia in appoggio ai ribelli, dall’altro lato Russia, Iran, Iraq e, in minor misura, Venezuela e Corea del Nord in appoggio al governo di Damasco. Il caos siriano è occasione per la Turchia di entrare oltre confine e «punire» a più riprese gli odiati curdi, per gli americani di insediare basi militari nella Siria orientale in un’area strategica che va da Al-Tanf fino ai giacimenti petroliferi di Rmelan, comprendendo le città di Al-Hasakah e Deir el-Zor. In tutto, otto basi militari statunitensi e numerosi points of presence che vanno a completare il quadro di presidio USA in Medio Oriente, aggiungendosi alle basi già esistenti in Arabia Saudita, Bahrein, Emirati, Gibuti, Kuwait, Oman e Qatar.
Al-Qaeda si allea con gli Usa
Nelle sue scorribande tra Irak e Siria, diventa famoso l’iracheno Abu Bakr al-Baghdadi, terrorista dell’Isis che a giugno 2014 si incorona primo califfo dello Stato islamico sorto a cavallo tra Iraq e Siria. Al suo fianco, spicca il siriano Abu Muhammad al-Jolani, come al-Baghdadi proveniente dalle file di al-Qaeda e poi dell’Isis. Proprio ad al-Jolani viene affidato il compito di creare in Siria il Fronte al-Nusra (Jabhat al-Nusra), affiliato ad Al-Qaeda. Quella stessa al-Nusra che, nelle confuse pieghe della guerra civile, si ritrova nelle file dell’Esercito siriano libero direttamente addestrato e finanziato dagli Stati Uniti e dalla Turchia. Eppure, sulla testa di al-Jolani pende dal 2013 una taglia statunitense di ben 10 milioni di dollari.
Nella gestione della guerra per rimuovere Assad gli Stati Uniti, dall’era Obama all’era Biden, hanno speso miliardi di dollari. Ma ciò che colpisce di più è che li hanno spesi finanziando e potenziando soprattutto quegli integralisti islamici da sempre considerati ufficialmente propri nemici, soprattutto dopo l’11 settembre 2001. La questione è ben riportata e messa in luce anche da un’inchiesta del giornalista canadese Aaron Maté esplicitamente titolata «Al Qaeda is on our side: in Syria dirty war, US empowered a sworn enemy» (“Al Qaeda è dalla nostra parte”: nella guerra sporca in Siria, gli Stati Uniti hanno potenziato un nemico giurato).
Maté mette in correlazione l’insurrezione siriana con la caduta di Gheddafi, anche questa corredata da bombardamenti americani voluti da Obama su pressione di Hillary Clinton. Secondo l’inchiesta, nel 2011 gli Stati Uniti e i loro alleati, in particolare il Qatar e la Turchia, hanno sfruttato il massiccio arsenale del governo libico appena estromesso per armare i ribelli siriani. In tal senso, Maté riporta una relazione del 2012 della Defense Intelligence Agency, ottenuta dal gruppo Judicial Watch, secondo la quale «le armi delle ex scorte militari libiche situate a Bengasi, in Libia, sono state spedite dal porto di Bengasi ai porti di Baniyas e di Burj Islam, in Siria».
Dal documento risulta che queste spedizioni di armi alla Siria sono state interrotte nel settembre 2012, cioè subito dopo l’uccisione a Bengasi di quattro americani: l’ambasciatore Christopher Stevens, un altro funzionario del Dipartimento di Stato e due contractor della Cia. Il 14 settembre 2012, tre giorni dopo l’uccisione di Stevens e dei suoi colleghi americani, il Times di Londra fece una rivelazione. Una nave libica «che trasportava la più grande partita di armi per la Siria dall’inizio della rivolta» aveva attraccato nel porto turco di Alessandretta e «la maggior parte del suo carico era destinato ai ribelli in prima linea».
Secondo un’inchiesta riportata dal Wall Street Journal, con dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi, l’invio di armi da Bengasi alla Siria «era nell’essenza un’operazione della Cia» e «almeno due dozzine di dipendenti della Cia hanno lavorato a Bengasi sotto copertura diplomatica». L’inchiesta di Maté riferisce anche di un rapporto del Senato del 2014, non reso pubblico, che documenta un accordo del 2012 tra il presidente Obama e la Turchia per convogliare armi dalla Libia ai ribelli in Siria. L’operazione era gestita dall’allora direttore della Cia, David Petraeus.

Nell’ottica dell’amministrazione Obama-Biden, quindi, il regime di Assad doveva essere rovesciato – secondo quanto dichiarato dall’ex comandante della Nato, Wesley Clark – in quanto alleato chiave dei nemici degli Stati Uniti, in particolare di Iran, Russia e Hezbollah. In tal senso si inserisce la strategia di supportare gli estremisti islamici sunniti che, in un Paese multiconfessionale governato dalla minoranza sciita, potevano essere un ottimo contrasto al regime. Era questo il senso di un cablogramma trapelato nel 2006 dell’Ambasciata statunitense a Damasco che individuava tra le «vulnerabilità» di Assad «la potenziale minaccia al regime derivante dalla crescente presenza di estremisti islamici in transito», descrivendo anche i metodi da adottare da parte degli Stati Uniti per «migliorare la probabilità che tali opportunità si presentino».
Chiuso il canale libico con l’assassinio dei quattro americani, nel grande intreccio della guerra civile siriana non sono mancate altre fonti di rifornimento di armi destinate ai fondamentalisti. Alla fine del 2012, ad esempio, l’Arabia Saudita ha finanziato un importante acquisto di armi in Croazia anche in questo caso organizzato e gestito dalla Cia. I vertici Usa hanno sempre sostenuto che le armi inviate in Siria erano destinate ai «ribelli moderati». Ma i fatti hanno smentito questa tesi, così come il New York Times, per il quale «i jihadisti islamici della linea dura», compresi i gruppi «con legami o affiliazioni con Al Qaeda», hanno ricevuto «la parte del leone del carico di armi».
A gennaio 2013 l’amministrazione Obama annunciò di aver inserito al-Nusra nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Ma, appena tre mesi dopo, nel marzo 2013, l’Associated Press riferiva che gli Stati Uniti e i loro alleati avevano «intensificato drasticamente le forniture di armi ai ribelli siriani» per aiutarli «a tentare di conquistare Damasco». Una situazione imprudentemente confermata, parlando ad Harvard nel settembre 2014, dall’allora vicepresidente Joe Biden per il quale alcuni Paesi «alleati» degli Stati Uniti in Siria, avevano «versato centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi a chiunque volesse combattere contro Assad». Queste armi erano state fornite, secondo Biden, ad «al-Nusra, ad Al-Qaeda e agli elementi estremisti dei jihadisti provenienti da altre parti del mondo». Parole per le quali Biden fu costretto a scusarsi, ma ormai le aveva dette.
Come per la Libia, il vero architetto delle operazioni in Siria fu Hillary Clinton, riuscendo a convincere Obama ad ampliare il programma di aiuti all’insurrezione siriana dominata da al-Qaeda. L’operazione, affidata alla Cia e denominata in codice Timber Sycamore, consentiva l’armamento e l’addestramento diretto da parte degli Stati Uniti. Dopo aver utilizzato Arabia Saudita, Turchia e Qatar per finanziare la fornitura di armi per gli insorti in Siria, l’ordine di Obama permetteva alla Cia di fornire direttamente armi di fabbricazione statunitense.
Secondo un’indagine condotta nel 2017 dal New York Times, la guerra per procura potenziata da Obama in Siria si era rivelata «uno dei programmi di azione segreta più costosi nella storia della Cia», con un budget di quasi un miliardo di dollari all’anno, circa un dollaro su 15 di spesa della Cia. Per il Washington Post, con questo programma la Cia aveva armato e addestrato quasi 10.000 insorti, spendendo «circa 100.000 dollari all’anno per ogni ribelle anti-Assad che è passato attraverso il programma». E queste milizie sostenute dagli Usa non si limitavano a uccidere le forze governative filo-siriane, ma compivano spesso «omicidi di massa», sterminando sistematicamente intere famiglie comprese donne, bambini e anziani. Come le stragi di civili nelle aree alawite di Latakia denunciate dal New York Times nell’aprile 2017.
A fermare il programma Timber Sycamore nel luglio 2017 era stato il nuovo presidente americano, Donald Trump, dicendo al Wall Street Journal: «Si scopre che stiamo dando queste armi ad al-Qaeda». Il freno imposto da Trump, che avrebbe voluto «tutti fuori dalla Siria» senza riuscirci, è poi venuto meno con il ritorno di Joe Biden alla Casa Bianca. Con lui si sono riaperti tutti i fronti, dalla Siria all’Ucraina.
Presa Damasco, resta l’Ucraina. E c’è chi teme «una nuova Siria»
Ora la partita siriana sembra chiusa, portata a termine da una combinazione di accordi soprattutto tra Stati Uniti e Turchia, ma è facile pensare che ci sia entrata in qualche modo anche la Russia. Un ruolo chiave lo ha avuto senz’altro il rappresentante speciale degli Stati Uniti per la Siria, James Jeffrey. Quello stesso Jeffrey che nel 2023 aveva apertamente definito al-Nusra «una risorsa» per la strategia degli Stati Uniti in Siria. Nella stessa occasione aveva anche rivelato di avere contatti con il capo di al-Nusra, Mohammed al-Jolani, tramite «canali indiretti». Una conferma della trattativa condotta da Washington con quello che era sulla carta uno dei terroristi più ricercati.

Una trattativa proficua, visto che il mondo oggi festeggia la caduta di Assad riconoscendo incredibilmente proprio al-Jolani come nuovo signore della Siria. Il terrorista si trasforma all’improvviso in statista e riprende anche il suo nome d’origine, Ahmad Sharaa, bacia la terra di Damasco e promette libertà e democrazia. Ma molti ricordano chi era fino a qualche giorno fa, integralista islamico sunnita accusato di stragi, pronto a imporre la shari’a e a punire gli infedeli. Intanto, come primo atto autoritario, ha imposto un nuovo primo ministro, Muhammad Bashir, già a capo del «governo di salvezza» della regione di Idlib, da cui è partita l’offensiva del 27 novembre conclusa con la presa di Damasco. Poi si vedrà. Certo è che neppure il suo sponsor non occulto, Recep Tayyp Erdogan, sembra fidarsi troppo di al-Jolani, tanto da inviare ufficiali turchi a gestire le sue disordinate truppe che continuano a scorrazzare per le strade di Damasco.
Difficile capire quali saranno ora le prospettive della Siria con la fine del regime della dinastia Assad. Il quadro mostra per ora il rapido incalzare delle annessioni israeliane in territorio siriano sulle alture del Golan e la permanenza delle forze di occupazione turche e americane nel Nord e nell’Est del Paese. Il vecchio regime non c’è più, ma qualcuno si chiede se ad esempio Israele possa davvero stare tranquillo con gli islamisti al confine.
Forse la risposta è negli oltre cento bombardamenti a tappeto israeliani dei giorni scorsi su tutta la Siria per distruggere gli arsenali nelle regioni al confine con la Giordania, con il Golan occupato dallo Stato ebraico, con il Libano e sulla costa mediterranea. Questo mentre, approfittando del caos euforico di Damasco, i carri armati di Israele entravano ancor più in profondità nel territorio siriano, attestandosi alla periferia orientale della città di Qunaytra, capoluogo-simbolo delle Alture occupate da Israele nel 1967.
Il vero sconfitto, in ogni caso, resta l’Iran che nel giro di pochi mesi ha perso i punti di appoggio nell’area con i duri colpi subiti da Hamas a Gaza, la decapitazione delle milizie di Hezbollah in Libano e con la caduta del regime siriano. Un quadro che potrebbe spingere Teheran ad accelerare il suo programma nucleare, unica arma rimasta all’Iran per non essere vulnerabile.
Dall’altra parte dell’Atlantico, intanto, Biden e la sua corte possono dirsi soddisfatti per aver portato a termine il vecchio e costoso progetto di rovesciare Assad. Ora resta da risolvere l’Ucraina. Molti analisti temono per le sorti di quest’area così vicina all’Europa. Come avvenuto in Siria, gli Stati Uniti stanno inondando di armi una caotica zona di guerra in un pericoloso conflitto per procura contro la Russia. Una situazione che fa crescere la minaccia di un confronto militare tra le principali potenze nucleari del mondo. E se i politici europei sembrano sempre più incapaci e incoscienti di fronte ai rischi di guerra, negli Stati Uniti c’è chi si preoccupa con più senso di realismo. Come il senatore democratico Chris Coons che, in una dichiarazione a Cbs News del 17 aprile scorso, si è detto «profondamente preoccupato che il prossimo passo sarà quello di vedere l’Ucraina trasformarsi in Siria». Sarebbe bene che qualche politico europeo di buon senso gli desse ascolto.
Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale
Laureato in Giurisprudenza, giornalista, ha lavorato per trent’anni all’Agenzia ANSA, dov’è stato capo del servizio ANSAmed (Mediterraneo e Medio Oriente) e ideatore di ANSA Nuova Europa (Est Europa e Balcani). Divenuto poi capo dell’ufficio di corrispondenza dell’ANSA a Teheran, è stato l’ultimo giornalista occidentale a operare stabilmente in Iran. Ufficiale superiore dell’Esercito Italiano, ha svolto consulenze e docenze in ambito di Forze Armate. Ha operato in Est Europa, Balcani, Medio Oriente, Asia Centrale e Sud-Est asiatico. Nel 2022 ha pubblicato il libro “Gorbacëv il furbo ingenuo. Una storia non agiografica alle origini della crisi mondiale (e Ucraina)” edito da Rubbettino.