Un posto al tavolo di Trump

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Ben Wray 3 Luglio 2025

L’Europa giustifica il suo piano di riarmo con la necessità di rendersi autonoma dagli Usa. Ma il vertice Nato dell’Aia ha dimostrato il contrario: si tratta di sedersi accanto a Washington nella riconversione militare

C’è un apparente paradosso nel nuovo atteggiamento militaresco dell’Europa. Da un lato, la richiesta di aumentare la spesa militare sarebbe motivata – per usare le parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz – dalla necessità di «raggiungere l’indipendenza dagli Stati uniti».

Al momento di queste dichiarazioni, subito dopo la sua vittoria elettorale a febbraio, Merz sosteneva che Donald Trump aveva dimostrato che Washington era ormai «indifferente al destino dell’Europa». Gli Stati uniti avevano a lungo fornito un ombrello di sicurezza al «vecchio mondo», ma ora verrebbe rimosso, costringendo i paesi europei ad assumersi le proprie responsabilità.

Tuttavia, questa aspirazione alla sovranità difensiva europea è in netto contrasto con il clima del vertice Nato della scorsa settimana. Quello dell’Aia potrebbe essere stato il vertice più apertamente deferente nei confronti della potenza americana nella storia dell’alleanza.

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha fatto di tutto per inchinarsi e fare il bravo davanti a Papà Trump. In un messaggio privato fatto trapelare dal presidente degli Stati uniti, Rutte gli ha detto che tutti i membri della Nato avevano accettato di spendere il 5% del Pil per la difesa «come si deve, e sarà la vostra vittoria».

Solo un membro della Nato, la Spagna, ha respinto il piano di Trump e Rutte. Il suo primo ministro, Pedro Sánchez, ha negoziato una clausola di esenzione che prevede che la Spagna possa spendere solo il 2,1% del Pil per le spese militari, pur non avendo tentato di bloccare l’accordo generale.

Per questa eccezione Trump si è infuriato, arrivando persino a promettere di raddoppiare i dazi sulla Spagna (anche se non è possibile individuarla in questo modo in quanto fa parte dell’unione doganale dell’Ue) e di negoziare un accordo bilaterale in base al quale la Spagna pagherebbe «ancora di più» rispetto agli altri paesi della Nato.

Dunque, qual è la risposta? L’Europa si sta militarizzando per rendersi indipendente dagli Stati uniti, come sostiene Merz, o si sta militarizzando per paura della punizione Usa, come suggerisce l’atteggiamento di Trump nei confronti della Spagna? Nessuna delle due spiegazioni è del tutto corretta.

La militarizzazione europea è alimentata da un profondo cambiamento ideologico nei paesi più importanti del continente, soprattutto in Germania. Il fattore Trump fornisce la necessaria copertura politica per una svolta drammatica.

Keynesismo militare

A marzo, il prezzo delle azioni di Rheinmetall, il più grande produttore di armi tedesco, ha superato quello di Volkswagen, il più grande produttore automobilistico del paese. Volkswagen sta chiudendo fabbriche tedesche per la prima volta nella sua storia e Rheinmetall ha dichiarato di essere disposta ad acquisire uno degli stabilimenti Volkswagen e a riconvertire le sue linee di produzione per fare carri armati. L’ascesa di Rheinmetall e il declino di Volkswagen simboleggiano la svolta della Germania verso il keynesismo militare.

La Germania è in costante deindustrializzazione dal 2022, non a caso l’anno in cui la guerra in Ucraina ha posto fine a molti dei suoi legami economici con Mosca. Esclusa dal gas a basso costo, la Germania ha dovuto importare costoso Gnl dagli Stati uniti e dai paesi del Golfo, con conseguente impennata dei costi di produzione.

In realtà, l’impennata dei prezzi dell’energia è stata solo la molla che ha spinto molti industriali a trasferire la produzione all’estero. La Germania, la principale economia europea trainata dalle esportazioni, non ha investito in infrastrutture pubbliche per decenni, rimanendo sempre più indietro rispetto ai rivali esportatori, soprattutto la Cina, in mercati chiave come l’industria automobilistica.

«È palese – ha detto un imprenditore francese al Financial Times – I tedeschi non riescono a vendere le loro auto. Quindi costruiranno carri armati».

Questa svolta – destinata a stimolare la domanda aggregata attraverso investimenti statali nella macchina bellica – riflette l’annientamento di due delle vacche sacre della Germania del dopoguerra. In primo luogo, il relativo pacifismo del paese è stato ulteriormente eroso in risposta alla guerra in Ucraina, con i carri armati tedeschi che hanno raggiunto l’altro lato della pianura nordeuropea per la prima volta dai tempi del Terzo Reich. Merz sta portando avanti la rimilitarizzazione, con un piano per creare «l’esercito convenzionale più potente d’Europa», che rappresenta una rottura fondamentale con l’identità postbellica del paese.

In secondo luogo, il keynesismo militare viene finanziato eliminando il «freno al debito», la barriera costituzionale tedesca introdotta dopo la crisi finanziaria del 2008, presumibilmente per impedire che si ripeta una crisi inflazionistica come quella che ha distrutto la Germania di Weimar. Il bilancio tedesco, annunciato la scorsa settimana, prevede 847 miliardi di euro di nuovo debito pubblico nel corso di questa legislatura, con una spesa militare triplicata rispetto a quella precedente alla guerra in Ucraina. I timori di bombe e bancarotta sono crollati di fronte al disperato tentativo della Germania di garantire il rinnovamento industriale attraverso le armi.

Questo keynesismo militare è stato rafforzato dal piano Rearm Europe della Commissione europea. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen, a sua volta membro dei cristiano-democratici di Merz, ha insistito affinché gli Stati membri dell’Ue aumentino la spesa militare, prevedendo a tal fine un’eccezione ai limiti di deficit.

Per la politica dell’Ue adesso ospedali e infermieri sono soggetti a restrizioni fiscali, ma carri armati e bombe no. Ci si aspetta che molti paesi dell’Ue, privi di una base militare-industriale, si rivolgano alla Germania per la spesa bellica, utilizzando denaro pubblico proveniente da tutto il continente per rafforzare la potenza egemone in difficoltà dell’eurozona.

La dottrina economica del keynesismo militare presenta gravi limiti. In primo luogo, gli effetti moltiplicatori della spesa per la difesa sono deboli perché la produzione di armi non stimola un’attività economica più ampia come la costruzione di infrastrutture socialmente utili come punti di ricarica per batterie elettriche o pannelli solari.

In secondo luogo, una volta accumulate scorte di munizioni e missili, l’unico modo per mantenere la produzione a lungo termine è trovarsi in uno stato di guerra permanente, un po’ come è accaduto agli Stati uniti dal 1945. Tuttavia, la Germania non può certo essere una superpotenza militare come gli Stati uniti, e mantenere un atteggiamento di guerra permanente non è, per fortuna, un’ipotesi plausibile.

Infine, e forse la cosa più importante, l’Europa e la Germania semplicemente non hanno la potenza tecnologica necessaria per competere con gli Stati uniti come produttori di hardware e software militari all’avanguardia. Gran parte della spesa per il programma Rearm Europe finirà inevitabilmente oltre Atlantico. Come piano per rilanciare il capitalismo europeo, il keynesismo militare è destinato a fallire.

Il lavoro sporco

Dopo l’attacco a sorpresa di Israele all’Iran, Merz ha suscitato scalpore definendolo «il lavoro sporco che Israele sta facendo per tutti noi». In questo modo, il cancelliere tedesco ha svelato il valore di Israele per l’imperialismo occidentale, nel praticare la brutalità che i governi dell’Occidente sostengono e finanziano, ma che spesso sono riluttanti a mettere in atto direttamente.

La malizia dell’espressione «lavoro sporco», rivolta a un giornalista della televisione pubblica tedesca, rivela anche qualcos’altro sul mutevole atteggiamento delle élite europee. Non solo Merz ha sostenuto Israele fino in fondo durante il genocidio a Gaza, ma si compiace di atteggiarsi a leader in tempo di guerra, pronto al conflitto e sempre meno gravato dai discorsi sul diritto internazionale e sui diritti umani.

Per restare nei dintorni, anche gli ucraini sono un esempio del rinnovato gusto europeo per la violenza. La Nato continua a offrire all’Ucraina la carota dell’adesione, nonostante l’amministrazione Trump abbia chiarito in modo inequivocabile che ciò non accadrà. L’Occidente continua a combattere fino all’ultimo ucraino, pur mantenendo la completa autonomia per allontanarsi dal conflitto quando e se lo riterrà opportuno.

È stata, infatti, la reprimenda di Trump alla Casa Bianca nei confronti di Volodymyr Zelensky alla fine di febbraio a scatenare le incontrollate richieste dei governi europei di aumentare i bilanci militari, sostenendo di dover sostenere l’Ucraina in caso di ritiro degli Stati Uniti. Eppure, si è trattato di un’illusione, poiché lo stesso Zelensky ha insistito sul fatto che il sostegno degli Stati uniti fosse cruciale per la prosecuzione dello sforzo bellico ucraino.

Alla fine, le minacce di Trump di abbandonare l’Ucraina hanno funzionato, almeno per lui: entro la fine di aprile, Zelensky ha firmato un accordo neocoloniale che prevede che gli Stati uniti si approprino dei minerali del paese a tempo indeterminato. Questo ha lasciato l’Ue, che voleva negoziare un proprio accordo sui minerali con l’Ucraina, al freddo, nonostante l’Europa abbia speso nella lotta alla Russia tanto quanto gli Stati uniti.

È sempre più evidente è che sarà l’Europa a dover pagare i costi della ricostruzione ucraina, mentre gli Stati uniti ne raccoglieranno li frutti economici. Questi costi saranno enormi, soprattutto considerando che la guerra ha distrutto la base demografica dell’Ucraina, gravandola di un debito completamente impagabile.

Nonostante ciò, i leader europei sembrano meno interessati di Trump e persino di Zelensky a porre fine alla guerra, nonostante l’Ucraina stia perdendo sempre più influenza mentre il bilancio delle vittime continua a salire. L’unica spiegazione logica è l’ossessione di Bruxelles, Berlino, Londra e Parigi di sconfiggere la Russia, nonostante tutte le prove che le sanzioni dell’Ue contro la Russia si siano ritorte contro di essa, con l’Europa che ne esce molto peggio dalle restrizioni ai rapporti commerciali.

Le élite europee, in particolare von der Leyen, hanno scommesso la propria credibilità politica su questa guerra, sebbene la sua conclusione sia quasi interamente al di fuori del loro controllo – ecco perché sono state escluse dai negoziati di pace. Non c’è dubbio che l’atmosfera di giubilo al vertice Nato sia stata in parte dovuta al fallimento di quei colloqui che ha dato nuova linfa vitale allo sforzo bellico – un fatto di cui tutti dovremmo rammaricarci, data la quotidiana sofferenza umana che comporta.

Ma per von der Leyen, il keynesismo militare e la centralizzazione del potere a Bruxelles – la cosiddetta «commissionizzazione» – si basano su una minaccia esistenziale per l’Europa. Nonostante la mancanza di prove che Vladimir Putin intenda attaccare i membri della Nato, amplificare continuamente questa minaccia è politicamente indispensabile per il programma di militarizzazione in Europa.

Il prezzo della deferenza

In ritardo in tutte le tecnologie emergenti, l’Europa ha anche una popolazione in rapido invecchiamento, soffre di una produttività stagnante ed è un importatore netto di energia sempre più costosa. Insomma, non è ben posizionata per essere un attore indipendente in un’epoca di politiche da grandi potenze. In questo contesto, i leader europei sembrano aver accettato la loro subordinazione agli Stati uniti, ma vogliono il loro posto al tavolo di Trump. È così che dovremmo intendere la dimostrazione di servilismo della scorsa settimana all’Aia: deferenza con uno scopo.

Il fatto che questa visione imperialista e tronfia ponga l’Europa in una dinamica sempre più ostile con la maggioranza del pianeta, in particolare con la Cina, superpotenza emergente, dovrebbe preoccupare tutti gli europei. Schierarsi dalla parte degli Usa belligeranti che vogliono far pagare all’Europa i costi dell’impero mentre Washington ne raccoglie i frutti significa mettere il continente all’angolo.

Chi pagherà il prezzo di questa geostrategia non saranno i politici che l’hanno ideata, bensì la classe lavoratrice europea, poiché il welfare verrà svuotato per finanziare l’economia di guerra dei nostri governanti.

Il primo ministro spagnolo Sánchez lo ha detto senza mezzi termini, opponendosi all’aumento della spesa: «Se avessimo accettato il 5% entro il 2035, la Spagna avrebbe dovuto spendere 300 miliardi di euro in più per la difesa. Da dove li avremmo presi? Dai tagli alla sanità e all’istruzione».

Ed è da lì che arriveranno i soldi, dagli altri paesi Nato dell’Eurozona che hanno aderito a una combinazione tossica di elevati costi della difesa e rigide restrizioni sulla spesa pubblica per tutti gli altri scopi.

Ma non si tratta solo di un calo del tenore di vita. L’agenda bellica viene utilizzata anche per minare i nostri diritti democratici, come si può vedere soprattutto in Germania, dove l’attivismo filo-palestinese è quasi un atto illegale. La febbre della guerra è sempre accompagnata dalla repressione dei dissidenti in patria.

Ma è importante rendersi conto che non esiste un consenso popolare per la militarizzazione dell’Europa. Non c’è un solo paese in cui la maggioranza abbia votato per spendere il 5% del Pil per la difesa. Anche per questo motivo, Merz e von der Leyen possono essere sconfitti. La sinistra deve porre l’opposizione alla guerra e al militarismo, e la rottura con l’impero, al centro del suo programma politico. Potremmo trovare un’opinione pubblica sempre più ricettiva a questo messaggio.

*Ben Wray è autore, insieme a Neil Davidson e James Foley, di Scotland After Britain: The Two Souls of Scottish Independence (Verso, 2022). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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