La favola della destra moribonda

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/la-fav

Redazione di Mario Sommella

Perché la retorica della rinascita progressista nasconde la vera natura del potere

A seguire un link e una vignetta dell’illuminante (come sempre) Mauro Biani.

Ci sono narrazioni che non descrivono il mondo: lo addomesticano. Ne attenuano gli spigoli, ne riducono la complessità a una formula consolatoria, e finiscono per produrre l’effetto opposto a quello che dicono di voler raggiungere. La favola della destra in fase terminale, rilanciata con enfasi al recente summit progressista di Barcellona dello scorso aprile, appartiene a questa famiglia. È una formula che galvanizza le platee, che alimenta titoli di giornale e che restituisce a una sinistra in affanno l’illusione di un orizzonte vincente. Ma è anche, esattamente per questo, una formula pericolosa. Perché chi crede di assistere al funerale dell’avversario smette di studiarlo. E chi smette di studiare il potere è destinato a esserne governato.

La realtà, a guardarla senza filtri, racconta un’altra storia. Negli Stati Uniti la presidenza Trump è tornata, e con essa una macchina ideologica e amministrativa che riscrive nei fatti il rapporto tra esecutivo, magistratura e libertà civili. In Germania Alternative für Deutschland è diventata la prima forza nei sondaggi, sopravanzando la CDU del cancelliere Merz. In Francia la prospettiva di una vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali del 2027 non è più un’eresia: è uno scenario centrale nei calcoli politici di Parigi. Nel Regno Unito il Reform Party di Farage occupa stabilmente il terzo posto. In Italia Fratelli d’Italia ha consolidato un governo di legislatura piena e produce, nonostante tutto, un consenso che non si erode. In Olanda Wilders ha già governato; in Austria Kickl è stato incaricato di formare un esecutivo; in Argentina Milei smantella metodicamente lo Stato sociale. Definire questa configurazione una destra in fase terminale significa scambiare una propria aspirazione per un dato di realtà.

Una destra che non muore: si aggiorna

Il punto è che la destra contemporanea non è la destra di vent’anni fa. Non è il neoconservatorismo guerrafondaio del primo decennio del Duemila né il populismo grezzo dei movimenti di protesta. È qualcosa di più sofisticato e di più resistente. Ha imparato a parlare la lingua delle classi medie impaurite, a tradurre il disagio sociale in panico identitario, a presentare smantellamenti come modernizzazioni. Sa governare i mercati e contemporaneamente evocare la sovranità nazionale; sa stringere accordi miliardari con le piattaforme tecnologiche e contemporaneamente denunciare le élite globaliste. Si muove tra istituzioni e media, tra Davos e la piazza, e in ogni passaggio aggiorna i propri strumenti senza perdere il proprio nucleo: la difesa di un assetto del potere che premia chi sta in alto e disciplina chi sta in basso.

Il caso italiano è in questo senso paradigmatico. La sconfitta del governo Meloni nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere è stata salutata da una parte del campo democratico come una svolta epocale. Il No ha prevalso con il 53,74% contro il 46,26%, su un’affluenza del 58,9%. È un dato significativo, soprattutto per il segnale politico che restituisce: il Paese non è disposto a consegnare alla maggioranza una riscrittura della Costituzione che incida sull’autonomia della magistratura. Ma sarebbe ingenuo trasformare questa battuta d’arresto in una profezia di crollo. La premier ha dichiarato di voler proseguire, il governo non ha modificato la propria agenda, e nei sondaggi successivi il 54% degli italiani ha continuato a ritenere che Meloni dovesse restare al proprio posto. Una sconfitta tattica, dunque, dentro una vittoria strategica più ampia. Il potere non arretra: si riorganizza.

I numeri di una guerra di classe asimmetrica

Per misurare lo stato di salute reale dell’assetto dominante non bisogna guardare ai sondaggi elettorali ma ai bilanci patrimoniali. E qui i numeri sono di una nettezza che dovrebbe togliere il sonno a chi parla di crisi della destra. Il rapporto Oxfam 2026, presentato a Davos all’apertura del World Economic Forum, fotografa un’accelerazione vertiginosa della concentrazione di ricchezza. Nel 2025 il patrimonio dei miliardari globali è cresciuto del 16% in termini reali, tre volte la media degli ultimi cinque anni, raggiungendo quota 18.300 miliardi di dollari. È un incremento dell’81% rispetto al 2020, una somma che equivale a circa otto volte il prodotto interno lordo italiano. La ricchezza dei tre miliardi di esseri umani più poveri, cioè quasi metà dell’umanità, è inferiore a quella detenuta da appena dodici individui.

In Italia la fotografia non è meno cruda. Settantanove miliardari italiani hanno aumentato i propri patrimoni di 54,6 miliardi di euro nel solo 2025, al ritmo di 150 milioni al giorno, raggiungendo i 307,5 miliardi complessivi. Il 5% più ricco delle famiglie detiene il 49,4% del patrimonio nazionale: vale a dire che metà del Paese, in termini di ricchezza, appartiene a una piccola minoranza. Tra il 2010 e il 2025 il 91% dell’incremento della ricchezza è andato proprio a quel 5%, mentre alla metà più povera è arrivato appena il 2,7%. È un’asimmetria che non descrive un mercato che funziona male: descrive un sistema che funziona benissimo, esattamente come è stato pensato.

Sul versante dei salari, i dati sono ancora più impietosi. Negli ultimi tre decenni Germania e Francia hanno visto crescere il salario medio reale di circa il trenta per cento; l’Italia ha registrato un calo tra il 2 e il 3%. Tra il 2019 e il 2024 il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali è diminuito di 7,1 punti percentuali. La quota di lavoratori a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% del 1990 al 31,1% del 2018, con un quarantadue per cento di lavoratori intrappolati per almeno sette anni su dieci sotto la soglia del lavoro povero. I salari rappresentano oggi il 38% del prodotto interno lordo italiano, contro il 50% dei profitti, ma quasi la metà del gettito fiscale e contributivo arriva dai salari, e solo il 17% dai profitti. È la fotografia di un Paese in cui chi lavora paga, e chi possiede accumula.

Nel frattempo i compensi degli amministratori delegati delle maggiori corporation globali sono cresciuti, in media, dell’undici per cento reale nel 2025. Il salario medio reale globale, nello stesso anno, è cresciuto dello 0,5%. Più di cinque milioni e settecentomila persone in Italia vivono in povertà assoluta. Nel 2024 sono stati emessi oltre quarantamila provvedimenti di sfratto, l’ottanta per cento dei quali per morosità incolpevole. Quasi una persona su dieci, sempre nel 2024, ha rinunciato a una visita medica perché non poteva permettersela o perché le liste d’attesa erano insostenibili. Questi non sono effetti collaterali di una crescita virtuosa: sono il risultato strutturale di scelte politiche compiute negli ultimi quarant’anni.

La lunga deriva: dalla Terza Via alla resa culturale

Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna risalire al momento in cui la sinistra occidentale ha smesso di essere un’alternativa di sistema per diventare un suo gestore migliorato. La rivoluzione neoliberale degli anni Ottanta, incarnata da Reagan e Thatcher, non si è limitata a riscrivere le regole dell’economia: ha riscritto l’antropologia. Ha trasformato il cittadino in consumatore, il lavoratore in capitale umano, il diritto sociale in opportunità individuale. Ha imposto l’idea che lo Stato sia un nemico della libertà e il mercato il suo unico garante. E ha incontrato, dopo una breve resistenza, una sinistra che ha scelto di adattarsi piuttosto che combattere.

La stagione della Terza Via, con Blair, Clinton, Schröder, Renzi, ha codificato questa resa come modernità. Non si trattava più di redistribuire la ricchezza, ma di gestirne con maggiore efficienza la produzione. Non si trattava più di tutelare il lavoro, ma di renderlo flessibile. Non si trattava più di disciplinare la finanza, ma di liberalizzarla. La cultura politica che ne è scaturita ha avuto una conseguenza precisa: il conflitto sociale è stato espunto dal vocabolario pubblico. Le parole sono state ammorbidite, i conflitti sono stati psicologizzati, le rivendicazioni sono state trasformate in domande di riconoscimento individuale. Quando dal cuore di una famiglia politica progressista come quella socialista europea si chiede oggi, di fronte alla crisi energetica, l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità — la stessa flessibilità rivendicata dalla destra di governo italiana — significa che il perimetro della discussione si è chiuso. Si compete sui dosaggi, non sui modelli.

Anche il caso spagnolo, indicato come faro di un nuovo progressismo, va letto con onestà intellettuale. Pedro Sánchez ha avuto coraggio nel definire Israele uno Stato genocida, nel chiudere lo spazio aereo ai caccia statunitensi diretti contro l’Iran, nel resistere alle pressioni di Trump sulle spese militari. Sono atti che meritano riconoscimento. Ma la stessa Spagna, sotto la sua guida, ha convergente con le politiche italiane su immigrazione, spesa per la difesa e flessibilità di bilancio. Lo scudo sociale è stato esteso, ma le richieste di Sumar e Podemos sul congelamento degli affitti sono state rinviate. La crescita economica è trainata dal turismo e dall’immigrazione, non dalla produttività e dai salari, secondo lo stesso modello estensivo che caratterizza l’Italia. La narrazione del «modello Sánchez» come alternativa di sistema regge sempre meno alla prova dei fatti. E proprio per questo l’enfasi sulla rinascita rischia di funzionare come copertura ideologica di un realismo che ha rinunciato a cambiare le coordinate.

La postdemocrazia non è un’ipotesi: è il presente

Quando Colin Crouch, oltre vent’anni fa, coniò il termine postdemocrazia, descriveva un sistema in cui le procedure formali della democrazia continuano a funzionare ma vengono progressivamente svuotate dal trasferimento del potere reale verso lobby economiche, gruppi mediatici e sondaggi d’opinione. Allora sembrava una previsione cupa. Oggi è cronaca quotidiana. Le elezioni si tengono, i parlamenti votano, le costituzioni esistono. Ma il perimetro delle decisioni effettive si è ristretto. Le politiche fiscali sono vincolate dai mercati finanziari; quelle industriali, dalle catene globali del valore; quelle sociali, dai patti europei di stabilità. Il cittadino vota, ma ciò su cui vota è in larga parte già deciso altrove.

A questo svuotamento si è sommato negli ultimi anni un secondo fenomeno, ancora più inquietante: la concentrazione della proprietà dei media e delle piattaforme digitali nelle mani di una ristretta oligarchia di miliardari ideologicamente schierati. L’asse Trump-Musk non è un incidente: è la forma matura di una postdemocrazia mediatica in cui il proprietario di una rete sociale globale può influenzare elezioni nazionali, censurare voci critiche, amplificare narrazioni reazionarie e contemporaneamente ricevere appalti pubblici miliardari. In Italia il possibile accordo da 1,6 miliardi di euro tra il governo e SpaceX per la fornitura di servizi di comunicazione alle istituzioni, comprese quelle della difesa, attraverso la rete satellitare Starlink, è il volto concreto di questo intreccio. Non si tratta di episodi isolati: è la struttura stessa di un nuovo regime informativo, in cui il consenso non viene cercato ma costruito, profilato, manipolato.

L’analisi di Oxfam, nel rapporto 2026, è netta su questo punto: «la concentrazione di ricchezza si traduce in concentrazione di potere politico», e «la proprietà sempre più concentrata dei principali media e social media permette a una ristretta élite di sostenere misure da cui i più ricchi traggono beneficio, mentre il dibattito pubblico viene orientato a difesa dello status quo». È una diagnosi che dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi discorso sulla salute della democrazia. Senza pluralismo informativo, senza regolamentazione delle piattaforme, senza limiti effettivi alla concentrazione mediatica, le elezioni continueranno a essere libere solo nella forma.

Il vero conflitto: chi sta sopra e chi sta sotto

La conseguenza di tutto questo è che lo schema interpretativo destra contro sinistra, ereditato dal Novecento, ha perso buona parte della propria capacità descrittiva. Non perché le distinzioni siano scomparse — su diritti civili, su politiche identitarie, su scuola e sanità le differenze restano — ma perché entrambi gli schieramenti tradizionali si muovono dentro un perimetro condiviso definito dai vincoli economici e finanziari. Marco Revelli ha parlato in passato di «due destre»: una destra delle disuguaglianze accettate e una destra delle disuguaglianze giustificate. Oggi quella diagnosi appare lucida. Ed è dentro questa convergenza che la destra radicale prospera, perché può presentarsi come l’unica vera alternativa allo status quo pur riproducendone fedelmente il nucleo classista.

La vera frattura, oggi, è verticale. Non oppone progressisti a conservatori, ma chi controlla i flussi finanziari, le infrastrutture digitali e le leve decisionali a chi subisce, sotto forma di precarietà, sfratti, salari fermi, sanità razionata, le conseguenze di scelte prese altrove. È una frattura che attraversa le società, che non rispetta i confini partitici, che ha bisogno di un nuovo lessico per essere nominata. E il primo compito di una sinistra che voglia tornare a esistere come forza di trasformazione è proprio questo: nominare la frattura. Non eluderla con la retorica della responsabilità di governo, non camuffarla con il moralismo identitario, non sostituirla con la liturgia delle conquiste minime.

Significa, in concreto, tornare a parlare di redistribuzione patrimoniale e fiscale, di tassazione dell’estrema ricchezza, di salario minimo legale e contratti collettivi validi erga omnes, di controllo democratico delle piattaforme, di limiti antitrust ai colossi dell’informazione, di reinternalizzazione dei servizi pubblici essenziali. Significa accettare che senza un trasferimento di risorse e di potere dalle rendite al lavoro, dai monopoli ai cittadini, dai mercati alle istituzioni democratiche, ogni discorso sulla democrazia resterà un esercizio retorico. Significa, soprattutto, costruire organizzazione: perché le idee, senza forme collettive che le incarnino, sono fumo.

La sinistra che deve ancora rinascere

Tornare a Sánchez, e a Barcellona. Tre giorni di summit, tremila delegati, leader globali, dichiarazioni roboanti. Eventi simili sono utili, possono persino essere necessari. Ma se la rinascita della sinistra coincide con la sua capacità di riempire palasport e di produrre slogan ad effetto, allora la rinascita non è cominciata. Non è cominciata perché manca il presupposto materiale: un radicamento nei luoghi del lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nei servizi, nelle reti sociali concrete che producono e riproducono la vita delle persone. Quel radicamento, in larga parte d’Europa e segnatamente in Italia, si è disgregato. La sua ricostruzione non è un atto di volontà retorica: è un processo lungo, paziente, conflittuale, che richiede di rimettere mano alla forma stessa della politica.

Significa accettare che la sinistra non rinascerà come somma di gruppi dirigenti illuminati ma come ricomposizione di un blocco sociale. Significa riconoscere che le piazze contro la riforma della giustizia, le mobilitazioni contro il genocidio in atto a Gaza, gli scioperi sui salari, le lotte territoriali contro grandi opere inutili e devastanti, le esperienze mutualistiche dal basso, sono i materiali grezzi di una possibile ricomposizione. Significa avere il coraggio di rompere con il galateo istituzionale quando il galateo serve solo a tenere fuori dalla porta chi ha bisogno di entrare. Significa, infine, riprendere sul serio la lezione del costituzionalismo democratico: la sovranità appartiene al popolo, l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, la Repubblica rimuove gli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini. Sono parole della Costituzione del 1948. Sono ancora oggi il programma più radicale disponibile.

La destra non è terminale. È funzionale a un assetto del potere che non è stato scalfito, ma che si è anzi rafforzato negli ultimi vent’anni. Continuerà a rigenerarsi, mutando volto, finché quell’assetto non verrà messo in discussione alla radice. Raccontarsi che il ciclo è chiuso, che basta attendere il prossimo turno elettorale, che la storia premia automaticamente i giusti, è una forma di disarmo politico travestita da ottimismo. La storia non premia nessuno: registra i rapporti di forza. E i rapporti di forza, oggi, parlano una lingua sola, quella del capitale concentrato, dei monopoli digitali, della rendita ereditaria, del lavoro umiliato. Cambiarla è possibile. Ma richiede di smettere di raccontarsi favole.

Fonti

Oxfam, «Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia», rapporto 2026 presentato al World Economic Forum di Davos, gennaio 2026.

Oxfam Italia, «Disuguaglianze: in Italia il 5% più ricco detiene la metà della ricchezza nazionale», gennaio 2026.

YouTrend, «Referendum Giustizia 2026: vince il No, bocciata la riforma della separazione delle carriere», 23 marzo 2026.

Pagella Politica, «Il No ha vinto il referendum sulla giustizia», 23 marzo 2026.

ANSA, «Referendum, netta vittoria del No, bloccata la riforma della giustizia», 23 marzo 2026.

Appunti / Substack, «L’internazionale progressista può davvero sfidare l’estrema destra?», resoconto della Global Progressive Mobilisation di Barcellona, aprile 2026.

La Fionda, «Il fronte interno di Pedro Sánchez», marzo 2026.

Il Foglio, «Il modello Sánchez è alle corde», maggio 2026.

Linkiesta, «Forza sistemica. Come la nuova destra sovranista sta ridisegnando la politica europea», marzo 2026.

Affari Internazionali, «L’obiettivo dell’asse Trump-Musk», 2025.

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, «Estrema destra: uno spettro si aggira per l’Europa», 2025.

Colin Crouch, «Postdemocrazia», Laterza, 2003; «Combattere la postdemocrazia», Laterza, 2020.

Marco Revelli, «Le due destre», Bollati Boringhieri.

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 1, 3, 41.

QUI UN ARTICOLO di MARIO SOMMELLA CONNESSO: La marcia inarrestabile del neoliberismo

Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea

(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com. 

Intorno agli stessi temi cfr diogenenotizie.com/la-destra-non-si-ferma-e-non-basta-dirlo/  di Gianluca Cicinelli. L’immagine è scelta dalla redazione.

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