Sussidi UE, la PACchia degli sceicchi

Dal blog https://altrenotizie.org

di Mario Lombardo

L’Unione Europea continua a finanziare con decine di milioni di euro di fondi agricoli le famiglie regnanti del Golfo Persico, mentre i piccoli agricoltori del continente vengono progressivamente spazzati via. A rivelarlo è un’indagine transnazionale condotta dal sito DeSmog in collaborazione con The Guardian, El Diario e G4Media, pubblicata nei giorni scorsi. I dati, raccolti tra il 2019 e il 2024, mostrano come la famiglia Al Nahyan – gli sceicchi che governano gli Emirati Arabi Uniti e seconda dinastia più ricca del mondo con un patrimonio stimato di 320 miliardi di dollari – abbia incassato oltre 71 milioni di euro di sussidi della Politica Agricola Comune (PAC) per le proprie terre in Romania, Italia e Spagna. Un flusso di denaro pubblico che finisce per alimentare regimi autocratici mentre gli agricoltori europei chiudono i battenti a decine di migliaia.

Il cuore dell’impero agricolo degli Al Nahyan in Europa è la Romania. Qui, attraverso la società Agricost, la famiglia controlla quella che è la più grande azienda agricola dell’intera Unione Europea: 57 mila ettari, cinque volte la superficie di Parigi, acquistati nel 2018 per circa 230 milioni di euro tramite Al Dahra, il gruppo agroalimentare emiratino. Solo nel 2024, Agricost ha ricevuto 10,5 milioni di euro di sussidi diretti dalla PAC, vale a dire oltre 1.600 volte la cifra media incassata da un’azienda agricola europea. Al Dahra, fondata dal fratello del presidente emiratino, Sheikh Hamdan bin Zayed Al Nahyan, e oggi partecipata per il 50 per cento dal fondo sovrano ADQ (strettamente controllato dalla famiglia reale), possiede anche svariate aziende in Spagna con un’estensione complessiva di oltre 8.000 ettari, che tra il 2015 e il 2024 hanno incassato più di 5 milioni di euro di sussidi PAC. Nel 2022, infine, il fondo ADQ ha rilevato Unifrutti, un produttore di frutta italiano del valore di 830 milioni di dollari, le cui aziende hanno ricevuto almeno 186 mila euro di sussidi nei tre anni successivi all’acquisizione.

La PAC assorbe un terzo dell’intero bilancio UE, erogando ogni anno circa 54 miliardi di euro a favore del mondo agricolo. Ma il criterio di distribuzione – basato prevalentemente sulla superficie coltivata – favorisce in modo schiacciante i grandi latifondisti. Il risultato è che una quota sconosciuta, ma sostanziosa di questi fondi finisce nelle mani di investitori stranieri, compresi quelli controllati da regimi autocratici come quello emiratino. La situazione è paradossale: mentre i piccoli agricoltori europei scompaiono – tra il 2005 e il 2023 l’UE ha perso 5,6 milioni di aziende agricole, la stragrande maggioranza delle quali di piccola scala – gli sceicchi del Golfo incassano sussidi per coltivare prodotti destinati all’esportazione, principalmente mangimi per il loro settore lattiero-caseario in forte espansione e frutta per i mercati del Golfo. In Romania, il declino è stato il più drammatico di tutti i paesi membri.

Le reazioni all’indagine giornalistica non si sono fatte attendere. “La PAC non aiuta gli agricoltori europei; continua ad arricchire i grandi proprietari terrieri”, ha dichiarato Faustine Bas-Defossez, direttrice dell’Ufficio europeo dell’ambiente.

“E ora, peggio ancora, alimenta regimi autocratici”. Thomas Waitz, eurodeputato verde austriaco e coordinatore del partito per la commissione agricoltura, ha parlato di “uno scandalo che avviene alla luce del sole”. Waitz ha ricordato che il 99 per cento dei veri agricoltori europei riceve meno di 100 mila euro di sussidi. La proposta della Commissione Europea per il prossimo ciclo di pagamenti PAC (2028-2034) prevede un tetto massimo di 100 mila euro per azienda all’anno, ma l’opposizione di ministri europei, eurodeputati e lobby di settore è già feroce.

Ad aggravare il quadro c’è poi l’opacità del sistema. Tutti i paesi UE sono tenuti a pubblicare i nomi dei beneficiari diretti dei sussidi PAC, ma questo non permette di risalire ai proprietari ultimi.

La confusione tra fondi statali e fondi privati è d’altra parte deliberata, spiega Mark Valeri, docente all’Università di Exeter: “Non esiste un confine chiaro tra le casse dello stato e le casse della famiglia. Si tratta di un regime molto autoritario e centralizzato”. Il fondo ADQ, che possiede il 50 per cento di Al Dahra, è stato fino a gennaio presieduto da Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, fratello del presidente e consigliere per la sicurezza nazionale, noto come “lo sceicco spia” per le accuse di aver orchestrato “cyber-guerre” contro dissidenti e istituzioni straniere. Da gennaio, ADQ è confluito nel nuovo fondo sovrano L’imad Holding, presieduto dal principe ereditario Sheikh Khaled, figlio maggiore del presidente e probabile successore.

L’impatto di queste megafattorie sulle comunità locali è devastante. Josep Ripoll, un agricoltore di Fondarella, in Catalogna, dove ha sede Al Dahra Europe, ha raccontato a El Diario che la compagnia controlla l’intera filiera: “Qui nel villaggio hanno molto potere; finiamo tutti per dover passare attraverso Al Dahra. Fanno il prezzo, e quello è. È un monopolio – prendere o lasciare. Io stavo molto meglio prima che arrivassero”. Christian Henderson, docente all’Università di Leida, ha sottolineato i rischi per paesi come la Romania, già colpiti da una grave crisi del costo della vita e dall’impennata dei prezzi alimentari. “Cosa significa per una società quando le risorse agricole vengono consegnate a investitori stranieri e la maggior parte delle merci viene immediatamente esportata?”, si chiede Henderson. Un’intera economia agricola viene così svuotata dall’interno. Morgan Ody, coordinatrice generale dell’Unione dei contadini La Via Campesina e agricoltrice in Bretagna, ha definito il flusso di sussidi verso gli Emirati “uno spreco di denaro pubblico”, anche perché queste fattorie non producono nemmeno cibo che viene consumato in Europa.

La spinta all’acquisizione di terre agricole all’estero, in ogni caso, non si limita all’Europa. Come ha ricordato la testata on-line Middle East Eye, il desiderio di controllare sempre più terra coltivabile è stato citato anche come una delle ragioni dietro il coinvolgimento degli Emirati nella guerra in Sudan, dove Abu Dhabi sostiene le Forze di Supporto Rapido, ampiamente accusate di genocidio. In Sudan, International Holding Company (IHC) – la maggiore società quotata degli Emirati – e Jenaan Investment coltivano più di 50 mila ettari, mentre il progetto agricolo di Abu Hamad (oltre 162 mila ettari) prevede il collegamento dell’area a un nuovo porto sul Mar Rosso, costruito e gestito da AD Ports Group, con sede ad Abu Dhabi.

La Commissione Europea, interpellata da DeSmog, ha dichiarato di ritenere che il sostegno al reddito attraverso i pagamenti PAC “dovrebbe essere meglio mirato, anche riducendo e limitando i pagamenti per le aziende più grandi”, e ha chiesto al Parlamento e al Consiglio di sostenere le modifiche proposte. Ma la strada è in salita. La lobby agricola industriale – quella che beneficia di questi sussidi – è potente e ben radicata a Bruxelles. E mentre gli euroburocrati discutono, gli sceicchi del Golfo continuano a incassare, i piccoli agricoltori europei chiudono, e la riforma della PAC resta un miraggio.

Che i soldi dei contribuenti europei finiscano per sostenere regimi autocratici, accusati di crimini contro l’umanità in Sudan e non solo, sembra non disturbare più di tanto chi ha interesse a mantenere intatto il sistema attuale.

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