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Chiara Giorgi 10 Maggio 2026
Il governo Meloni prosegue sulla strada della privatizzazione strisciante, l’iniziativa è un modo per rimettere la salute pubblica al centro. Dal 15 maggio si potrà firmare nelle strade e anche online
Una proposta di legge di iniziativa popolare per “il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale” è stata depositata in Cassazione e il 15 maggio inizierà la raccolta di firme (sarà possibile firmare anche online). È il risultato di un lungo percorso che ha unito un gran numero di associazioni impegnate sulla salute, molte delle quali aderiscono al coordinamento “La via maestra”, insieme alla CGIL. Voci, competenze ed energie accomunate dall’obiettivo di riaffermare il diritto alla salute e rilanciare lo strumento che lo rende effettivo: il Servizio sanitario nazionale (Ssn). La proposta di legge indica le azioni da intraprendere per difenderlo, rafforzarlo, finanziarlo adeguatamente portandolo entro il 2030 al 7,5% del Pil, dotarlo di capacità programmatoria e del personale necessario a garantire cura, assistenza e prevenzione a tutta la popolazione. La priorità che viene riconosciuta alla salute – in effetti – è quanto qualifica non solo un assetto sanitario ma un modello di società. È stata questa la convinzione al fondo delle battaglie che negli anni Sessanta e Settanta hanno fatto dell’impegno per la salute una delle trasformazioni più significative del paese. L’introduzione nel 1978 del Ssn fu il risultato di un’originale convergenza di mobilitazioni, nuove esperienze e saperi, intensi conflitti provenienti da tante e diverse soggettività.
Quella spinta è stata contrastata da decenni di scelte politiche che hanno indebolito il Ssn, limitandone la portata e il finanziamento. I processi di privatizzazione hanno favorito imprese sanitarie private, società finanziarie, multinazionali farmaceutiche, così come assicurazioni e fondi sanitari alimentano un “secondo pilastro” privato alternativo alla sanità pubblica. Siamo stati sommersi da narrazioni imbevute dell’ideologia neoliberale che celebrano le virtù del mercato e i modelli manageriali, propagandano la presunta insostenibilità del servizio pubblico, derubricano i diritti a merci. In questi mesi assistiamo ad accordi tra il governo e le regioni del Nord che reintroducono i presupposti della legge sull’autonomia regionale differenziata che nel 2024 è stata dichiarata in ampia parte incostituzionale dalla Consulta. Come osservò già due anni fa la Corte dei Conti, siamo di fronte al passaggio da un Ssn incentrato sulla garanzia costituzionale del diritto alla salute, a tanti diversi sistemi sanitari regionali basati sulle regole del mercato.
Ma tutto questo può essere fermato. La legge di iniziativa popolare – un importante strumento di democrazia dal basso – consente di promuovere un nuovo impegno per la salute collettiva, per saldare partecipazione, consapevolezza, informazione, per rivendicare diritti sociali e di libertà, per sostenere una ripubblicizzazione partecipata e qualificata dei servizi socio-sanitari. Tra le disposizioni previste ci sono: l’intera destinazione delle risorse aggiuntive al potenziamento dei servizi e dei percorsi di cura direttamente erogati dalle strutture pubbliche, il rafforzamento e la valorizzazione del personale, lo stop alle esternalizzazioni, l’individuazione della copertura finanziaria (nella razionalizzazione della spesa farmaceutica, nella lotta all’evasione fiscale, nella possibilità di tassare i patrimoni).
La vittoria del No all’ultimo referendum ha reso visibile come sia possibile lottare insieme per un progetto e principi comuni; in questo caso riportando al centro dell’iniziativa politica la salute come attività fuori dal mercato, come diritto reso esigibile dal Ssn che deve tornare a essere il riferimento fondamentale per tutte le persone. Non si tratta di un’ennesima riforma, ma di tornare a quel modello in nome del quale sono state fatte battaglie che a loro volta ne hanno configurato le caratteristiche: universalità, equità, globalità, solidarietà, finanziamento tramite la fiscalità progressiva generale, governo pubblico del sistema.
Portare nelle piazze i conflitti contro la privatizzazione della sanità e la proposta di mettere in primo piano la salute collettiva può diventare un’occasione di larghissima mobilitazione in una nuova stagione di partecipazione sociale. Il modello e le risorse ci sono. L’avevamo già intuito ai tempi della pandemia: la salute può e deve tornare a essere una delle priorità di un’agenda politica alternativa al governo Meloni – e alle scelte di molti governi precedenti.
Quali sono allora le principali azioni da intraprendere per rafforzare il Ssn indicate nel testo della proposta di legge? La Relazione illustrativa è chiara nel sottolineare che ci si richiama alle disposizioni e ai documenti di indirizzo su settori fondamentali per la salute della popolazione approvati nel corso degli anni ma privi ancora di attuazione adeguata: perché rinviati, perché consegnati alla buona volontà di singoli decisori, perché accompagnati dalla formula della cosiddetta invarianza delle risorse.
Il primo articolo richiama più articoli costituzionali, dal diritto fondamentale alla salute, ai principi di uguaglianza e solidarietà, all’unità e indivisibilità della Repubblica nel suo decentramento, alla tutela e promozione del patrimonio comune compreso ambiente, biodiversità ed ecosistemi, ai limiti all’iniziativa economica privata. Richiamandosi inoltre a principi presenti nella legge istitutiva del Ssn (l. 833/1978) – universalità e globalità dell’assistenza, equità di accesso ai servizi, finanziamento pubblico tramite la fiscalità progressiva generale – esso enuncia gli obiettivi tesi ad arrestare il declino del Ssn e a promuoverne il rafforzamento. Le finalità – si afferma – sono perseguite disponendo interventi in quegli ambiti in cui le barriere all’accesso sono maggiori e riconoscendo l’importanza di coloro che lavorano per tutelare e promuovere salute, assistenza e cura.
Governo pubblico del Servizio, programmazione sanitaria, incompatibilità con il “secondo pilastro” privato sono tra gli assi portanti della proposta. Il governo pubblico si esercita attraverso Stato, Regioni, Enti locali territoriali, aperti alla partecipazione del personale, dei cittadini, delle forze sociali e sindacali, delle organizzazioni del terzo settore no profit. Il governo pubblico definisce i criteri dell’organizzazione e del funzionamento dei servizi; garantisce la promozione della salute in ogni ambito di vita e di lavoro delle persone, rispondendo ai loro bisogni.
La programmazione – da anni assente – riveste un ruolo primario quale strumento sistematico per indirizzare lo sviluppo del Ssn, individuare le priorità, decidere dei cambiamenti necessari.
Il finanziamento deve essere pubblico e non può essere garantito attraverso il ricorso a fondi sanitari, mutue e assicurazioni private. Le funzioni relative alla materia “tutela della salute” devono essere escluse dall’autonomia regionale differenziata: non vi deve essere alcuna possibilità per far rientrare dalla finestra la legge n. 86/2024.
Per riaffermare la centralità del Ssn e riportarlo a essere il primo riferimento per la salute della popolazione è necessario puntare al suo rifinanziamento (articolo 2): dotarlo di risorse adeguate, con il progressivo avvicinamento del finanziamento ai livelli europei, ossia un fabbisogno nazionale standard non inferiore al 7,5% del Pil (raggiunto passando dal 6,50% del 2027, al 6,85% del 2028, al 7,10% del 2029, al 7,50% a decorrere dal 2030). Una evoluzione questa che deve avvenire in modo indipendente dall’eventuale aumento della spesa militare. Inoltre – come anticipato – si dispone che l’incremento del finanziamento sia interamente destinate al potenziamento dei servizi e dei percorsi di cura direttamente erogati dalle strutture pubbliche del Ssn, soprattutto tramite l’assunzione di personale. Una precisazione quest’ultima necessaria a fronte del continuo aumento, specie negli ultimi anni, della spesa per gli acquisti da operatori privati accreditati (l’inesorabile crescita delle risorse pubbliche destinate ai soggetti privati). Il rafforzamento e la valorizzazione del personale del Ssn sono una assoluta priorità al fine di contrastare la “fuga” di medici e infermieri dalla sanità pubblica verso l’estero o il mercato privato. Il presupposto è che la dotazione e la conseguente spesa per il personale del Ssn debbano rispondere a obiettivi di tutela e promozione della salute delle persone, anzichè essere subordinati ai vincoli di finanza pubblica. In questa direzione si dispongono provvedimenti per la formazione, le assunzioni a tempo indeterminato e la qualificazione del personale del Ssn, con particolare attenzione alla professione infermieristica e alla medicina generale e di comunità, penalizzate da molto tempo ed essenziali per potenziare l’assistenza territoriale.
Tra gli elementi chiave: la definitiva rimozione dei tetti di spesa per il personale introdotti a partire dal 2005; l’istituzione di una scuola di specializzazione universitaria in “medicina generale, di comunità e di cure primarie” in luogo degli attuali corsi regionali poco dignitosi; il progressivo passaggio dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta alle dipendenze del Ssn (con l’esaurimento dell’attuale rapporto convenzionale e l’inquadramento nel ruolo della dirigenza sanitaria del personale del Ssn) (artt. 3 e 4).
Di grande importanza l’articolo 5 che disciplinas le esternalizzazioni, ossia i vettori della privatizzazione che consentono da decenni di affidare funzioni pubbliche fondamentali ai soggetti privati con il prevalere delle loro logiche di profitto. Al fine di contrastarne gli effetti negativi e la perdita di competenze interne al Ssn – preservando la stessa qualità dei rapporti di lavoro – si dispone che gli enti del Ssn non possano ricorrere all’affidamento a terzi delle “attività caratteristiche connesse alle finalità istituzionali di assistenza sanitaria e sociosanitaria diretta alle persone”.
Numerosi gli ambiti prioritari di intervento.
– Garantire la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici, così come della collettività, a cominciare dai luoghi del Ssn. La garanzia del diritto alla salute nei luoghi di vita e di lavoro necessita di interventi di varia natura e in più ambiti. In particolare con il coinvolgimento delle istituzioni scolastiche; la definizione di un programma straordinario nazionale di azione per la prevenzione degli infortuni, delle malattie professionali e la tutela della salute nei luoghi di lavoro; una nuova disciplina per il personale specialista in medicina del lavoro con l’apposita iscrizione in un registro delle Asl (art. 6).
-Assicurare un omogeneo sviluppo dell’assistenza territoriale, riconoscendo al Distretto socio-sanitario la funzione di governo e garantendo l’efficacia delle misure di potenziamento della rete dei servizi territoriali. Attraverso le Case della Comunità (ben definite in uno specifico comma) e la rete dei servizi, il Distretto è chiamato ad assicurare le cure primarie – secondo un approccio multiprofessionale e interdisciplinare – le prestazioni sanitarie e socio-sanitarie, la gestione integrata dei servizi in collaborazione con gli Ambiti territoriali sociali (art. 7).
– Promuovere politiche in favore delle persone anziane e delle persone non autosufficienti, in una realtà come quella italiana segnata da tante diseguaglianze e differenze territoriali, da mancanza di risorse e di qualità dei servizi e delle strutture per la maggior parte gestite dai privati. Si dispone allora l’incremento del Fondo nazionale per la non autosufficienza; si prevede che le Asl e gli Ambiti territoriali sociali assicurino assistenza, cure domiciliari e adeguati sostegni; si prevede l’aumento dell’assistenza domiciliare così come la definizione di percorsi e programmi di assistenza a persone anziane e fragili in strutture residenziali e semiresidenziali volte a promuovere benessere, a salvaguardare l’autonomia degli ospiti, ad assicurare appropriatezza delle terapie, controllo del dolore etc. Spetta alle Regioni (e alle province autonome) assicurare che le attività di queste strutture e di quelle ospedaliere siano svolte nel rispetto della dignità e libertà della persona, contrastando l’isolamento e preservando i legami affettivi. Con modifica alla legislazione vigente (Dlgs n. 29/2024) si amplia la platea e l’importo della prestazione universale (art. 8).
– Promuovere politiche per la salute di genere, per il supporto alla genitorialità e il sostegno all’educazione sessuale e alle relazioni familiari. In questa direzione restano fondamentali il ruolo e le funzioni dei Consultori familiari, di cui le Regioni devono assicurare lo standard (già stabilito in passato) di uno ogni 20.000 abitanti con la possibilità di uno ogni 10.000 nelle aree interne e rurali, con la garanzia di un’equipe multiprofessionale composta almeno da ostetrica, assistente sociale, ginecologa/o, psicologa/o. È previsto l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica in ogni distretto, ambulatorio, servizio ospedaliero per l’Ivg e a domicilio, così come l’offerta gratuita di tutti i metodi contraccettivi e di prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse. È prevista l’assistenza domiciliare in puerperio, sostegno all’allattamento etc per almeno sei mesi e per tutti i nuclei con un neonato. Sono abrogate le norme relative al coinvolgimento delle associazioni antiabortiste nei consultori. Si promuove l’introduzione di percorsi di educazione sessuale e affettiva nell’ambito del sistema di istruzione (già dal primo ciclo di istruzione e dalla scuola dell’infanzia) (art. 9).
– Misure per la tutela della salute mentale di adulti, minori e giovani. Per le persone con disturbi mentali è assicurata la presa in carico, percorsi assistenziali inclusivi e partecipati, programmi terapeutici e riabilitativi di varia natura, rafforzamento dei servizi territoriali per la salute mentale (sempre accessibili). Alle persone detenute in carcere o sottoposte a misure di sicurezza detentiva in Rems sono assicurati “programmi per il diritto alla salute e alle cure”, stante la possibilità di usufruire di misure alternative alla detenzione (art. 10).
– Misure di tutela della salute a favore delle persone che usano droghe, giocano d’azzardo e con comportamenti affini (art. 11).
Si afferma poi che le misure per l’incremento del finanziamento del Ssn, l’aumento del personale dipendente e il riordino dell’assistenza territoriale sono gli strumenti per il contenimento dei tempi di attesa per l’accesso ai servizi del Ssn, così chiarendo una volta per tutte cosa occorre fare rispetto al problema dei tempi di attesa. Sono direttamente i servizi o i professionisti responsabili dell’assistenza a effettuare la prenotazione delle prestazioni presenti nei percorsi di presa in carico, in modo prioritario per le persone con patologie croniche o inserite in un PDTA (art. 12).
Per monitorare e verificare le attività e i risultati raggiunti da Ministero, Regioni e Province autonome in attuazione della legge si istituisce una Commissione apposita.
Per la programmazione si prevede l’adozione del Piano sanitario nazionale 2027-2029 come strumento di indirizzo politico e governo pubblico a garanzia dell’unitarietà del Ssn e dell’uniformità territoriale dell’assistenza. Per la copertura finanziaria si provvede, come si è già accennato, tramite gli interventi di razionalizzazione e revisione della spesa farmaceutica (rispetto alla quale l’art. 14 dispone della revisione straordinaria del prontuario terapeutico nazionale). E soprattutto si provvede tramite la lotta all’evasione fiscale, ma anche la rimodulazione ed eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD), comprese eventuali misure di tassazione sui patrimoni in senso progressivo (esclusa la prima casa e i piccoli patrimoni).
Al di là dell’esito specifico – si sa che è molto difficile che la proposta divenga legge, tanto più con questo governo –, sta all’impegno individuale e collettivo fare in modo che essa sia uno strumento capace di consapevolezza, circolazione di energie e informazioni, di mobilitazione per costruire un progetto alternativo comune.