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12 Maggio 2026 Ennio Remondino
Mentre cresce la pressione popolare per la tragedia a Gaza e l’espansione del progetto coloniale in Cisgiordania, l’Ue sceglie la strada della sanzione individuale e simbolica. Il Consiglio affari esteri non è stato solo l’ennesimo esercizio di equilibrismo diplomatico, ma il riflesso di un’Europa profondamente spaccata, che riesce a trovare l’unanimità solo sul «perimetro minimo» della condanna morale, lasciando intatti i nodi strutturali del conflitto. Lo denuncia Widad Tamimi, scrittrice nata apolide da padre palestinese e madre di origini ebraiche.
Ue-Israele, tutto come prima
27 opportunismi, il meno che si poteva fare: accordo sulle sanzioni individuali contro alcuni coloni e organizzazioni estremiste per le violenze nei confronti dei palestinesi, ma passo più incisivo invocato da una larga parte della società civile europea. Mancano misure contro il governo Netanyahu – a partire proprio dal premier israeliano destinatario di una richiesta di mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra – e contro i ministri estremisti Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. E poi, nessun embargo sui prodotti delle colonie, figuriamoci la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele.
Commedia mediorientale Ue
La responsabile per la politica estera Ue Kaja Kallas si inventa un «passaggio dallo stallo alla realizzazione», sostenendo che «estremismo e violenza hanno conseguenze». Tuttavia, il pacchetto approvato, che comprende anche sanzioni contro Hamas resta fortemente limitato rispetto alle richieste avanzate dai governi più combattivi, Spagna e Irlanda per primi. A rendere possibile questo pur minimo risultato è stato soprattutto il cambio di governo in Ungheria. Budapest aveva bloccato per mesi qualsiasi misura contro i coloni israeliani, la cui approvazione richiede l’unanimità.
Quel poco per Israele è sempre troppo
Sdegno, rabbia, delusione. «Israele respinge fermamente la decisione», ha scritto il capo della diplomazia Gideon Saar reagendo all’approvazione data ieri dai ministri degli Esteri dell’Ue a un nuovo blocco di sanzioni contro diverse organizzazioni israeliane di estrema destra e alcuni coloni responsabili di violenze, sfollamenti e abusi di ogni tipo contro i palestinesi. Secondo Saar, le sanzioni dell’Ue sarebbero «arbitrarie e imposte sulla base di opinioni politiche e senza alcun fondamento», sebbene più parti, anche israeliane, stiano denunciando con forza la gravità dei raid dei coloni che sempre più spesso si concludono con uccisioni (almeno 10 negli ultimi tre mesi).
Il mese scorso un’inchiesta guidata dal Norwegian Refugee Council aveva rivelato che i coloni usano persino violenze e abusi sessuali per costringere intere comunità palestinesi ad abbandonare le loro terre, denuncia Andrea Valdambrini.
Convenienze commerciali
Insediamenti illegali in Cisgiordania. Francia e Svezia hanno richiesto un bando europeo sui prodotti e servizi provenienti dalle colonie, misura che, a differenza delle sanzioni individuali, richiede soltanto la maggioranza qualificata (55% dei paesi in rappresentanza del 65% della popolazione) per essere approvata.
Madrid ha spinto apertamente per portare il dossier al voto e il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha accusato l’Unione di nascondersi dietro formule vaghe sulla presunta assenza di maggioranze. «È in gioco la credibilità dell’Unione europea», ha dichiarato. Albares ha poi chiesto di discutere almeno una sospensione parziale dell’accordo di associazione con Israele. Ma la proposta si è scontrata soprattutto con il no di Berlino, fermamente contraria a qualsiasi di stop delle relazioni economiche con Tel Aviv. Asse Berlino Roma.
L’Italia avrebbe potuto fare la differenza numerica nel creare una maggioranza favorevole a iniziative come quella spagnola o quella franco-svedese. «Se Tajani non remasse contro, le misure commerciali sarebbero state adottate già da tempo», commenta il direttore associato di Human Rights Watch a Bruxelles.
Altalena delle severità europee
Il Consiglio Esteri – così pavido verso Tel Aviv – ha adottato misure punitive su sedici individui e sette organizzazioni russe accusati di essere coinvolti nella deportazione, nel trasferimento forzato e nell’indottrinamento di minori ucraini. Ma mentre Bruxelles puntano direttamente al legame tra i singoli e il Cremlino, il nesso tra coloni e governo israeliano manca del tutto. È una differenza che a Bruxelles molti funzionari e diplomatici hanno presente, ma che rimane una contraddizione a livello istituzionale. Con gli eurodeputati Left continuano a chiedere lo stop ai prodotti dalle colonie, la sospensione immediata dell’accordo di partenariato, oltre all’embargo completo sugli scambi di armi tra i paesi europei e Israele.
Comunque la rabbia di Israele
A Israele non bastano le sanzioni che l’Ue ha deciso anche contro alcuni esponenti e leader di Hamas, un passo per ottenere il via libera di paesi come Italia e Germania, contrari a sanzionare Israele e i suoi cittadini. A suo dire, l’Ue avrebbe fatto un «paragone inaccettabile tra cittadini israeliani e terroristi di Hamas. Una «equivalenza morale completamente distorta».
In risposta alle mosse europee, il suo collega alle Finanze ed egli stesso colono, Bezalel Smotrich, ha invocato l’annessione di aree ‘strategiche’ in Giudea e Samaria, il termine biblico usato in Israele per definire la Cisgiordania palestinese occupata.
Tra i gruppi che dovrebbero subire sanzioni c’è anche Regavim, una Ong fondata proprio da Smotrich e dal suo braccio destro Yehuda Eliahu. Puntuale è arrivata la reazione del ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir. «Pretendere che l’Unione europea, nota per il suo antisemitismo, prenda una decisione morale è come aspettarsi che il sole sorga a Occidente».
Quel poco, minimo di dignità
«Quanto deciso ieri, comunque, è un passo in avanti considerando la linea, a dir poco remissiva, dell’Unione che negli anni passati si è limitata a condanne verbali e qualche azione minima di fronte alla distruzione di Gaza e ai bombardamenti israeliani che hanno ucciso decine di migliaia di palestinesi», la dovuta puntualizzazione di Michele Giorgio. La svolta, peraltro, si deve a una perdita politica decisiva subita da Israele in seno all’Ue: la sconfitta elettorale dell’ex premier ungherese Viktor Orbán per mano di Péter Magyar ha spianato la strada all’approvazione delle nuove sanzioni contro i coloni. Orbán, alleato di ferro di Benjamin Netanyahu, in precedenza aveva posto il veto.
Soddisfazione moderata in casa palestinese, dove ci si aspettava misure più ampie contro i coloni e Israele. Si apprezza però l’intenzione europea di investire sei milioni di euro in programmi a sostegno dei colpiti dalla violenza degli estremisti in Cisgiordania.