Iran, dagli Ayatollah ai Pasdaran

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mag 15 di Pierluigi Franco

Il tramonto del clero sciita e l’ascesa dei Guardiani della rivoluzione a Teheran.

«L’ambasciatore olandese in viaggio verso Isfahan», dipinto da Jan Baptist Weenix nel 1653 circa. Wikimedia Commons. Licenza Public Domain.

Dopo l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, l’Iran sta vivendo una metamorfosi epocale: dal dominio carismatico delle guide spirituali al potere tecnocratico-militare dei falchi. Grazie a droni avanzati e missili ipersonici, Teheran è ormai considerata da parecchi analisti la quarta potenza mondiale, nonostante l’assenza dell’arma atomica. Oltre al petrolio, la nuova minaccia corre sui cavi Internet sottomarini dello Stretto di Hormuz, arma digitale capace di paralizzare l’economia globale.


IN BREVE

Potere dei Pasdaran La morte di Khamenei segna il passaggio dal clero al dominio dei Guardiani della Rivoluzione. Mohammad Bagher Zolghadr emerge come fulcro del nuovo assetto militare.

Arsenale tecnologico L’Iran è diventato una grande potenza in campo tecnologico grazie al reverse engineering di droni occidentali. I missili ipersonici Fattah possono superare i Mach 15 eludendo ogni difesa.

Trappola geostrategica Le strategie Usa sembrano aver sottovalutato la resilienza iraniana. L’offensiva militare ha rafforzato i vertici di Teheran invece di abbattere il regime esistente.

Scacchiere mediorientale Mentre Trump rivendica vittorie incerte, l’Iran tiene testa agli Stati Uniti. Il conflitto resta alimentato dalle necessità politiche interne di Benjamin Netanyahu.

Minaccia digitale Il controllo dello Stretto di Hormuz mette a rischio i cavi internet sottomarini. Un sabotaggio digitale paralizzerebbe transazioni globali per 10.000 miliardi di dollari.


Non manca giorno senza che Donald Trump annunci la vittoria sull’Iran. Ai più, però, non è chiaro di quale vittoria si tratti. La realtà sembra essere ben altra, con un Iran sempre più in grado di tenere testa agli Stati Uniti. E, ancora una volta, le strategie americane sembrano aver sottovalutato chi si trovano di fronte.

Sarà per mancanza di conoscenza e di analisi storica, o sarà forse per pressapochismo giustificato dalla certezza di essere «superpotenza», di certo quella grande operazione militare che avrebbe dovuto abbattere in pochi giorni il regime iraniano non sembra aver prodotto gli effetti sperati. Anzi, l’impressione è che abbia notevolmente rafforzato i vertici di Teheran soprattutto favorendone il rinnovamento dopo aver eliminato i vecchi leader.

Se fino al 28 febbraio scorso il Paese era sotto l’autorità religiosa, assoluta e soprattutto carismatica della Guida suprema Ali Khamenei, oggi sente il peso dei Guardiani della Rivoluzione, sempre più potenti, che sembrano aver sostituito il clero nella guida dell’Iran.

Si ha la netta impressione che, con la morte di Khamenei, l’Iran non sia più quel «Paese degli Ayatollah» così definito dal 1979, bensì il «Paese dei Pasdaran». È evidente che la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei non può contare sul carisma e sul potere del padre, mentre il clero sembra pressoché scomparso dalle decisioni politiche iraniane. Così emergono elementi cari ai Pasdaran, tutti considerati falchi, mostrando che il potere a Teheran è tutt’altro che indebolito. L’uccisione a marzo di Ali Larijani ha lasciato il posto di Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale a Mohammad Bagher Zolghadr.

Generale dei Pasdaran, Zolghadr ha mantenuto anche l’importante ruolo di segretario del Consiglio per il discernimento. Di lui si parla poco, compare raramente, ma sono in molti a credere che sia il vero fulcro dell’attuale potere iraniano. A lui sembra fare riferimento anche l’attuale comandante dei Pasdaran, Ahmad Vahidi, nominato il 1° marzo scorso subito dopo l’uccisione di Mohammad Pakpour.

E sempre legato ai Guardiani della rivoluzione, di cui è stato generale e capo delle Forze aeree, è anche un’altra figura emergente: il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf, finora quasi sconosciuto al di fuori dell’Iran e balzato alla notorietà per essere stato il capo delegazione nelle trattative con gli Stati Uniti.

Nuova geografia del potere

Il mondo si sta accorgendo, forse con un po’ di ritardo, che l’Iran sta mettendo in luce una crescente rilevanza geostrategica. In molti parlano ormai di quarta potenza mondiale dopo Usa, Cina e Russia, nonostante sia l’unica a non avere l’arma atomica. Ma a ben vedere, soprattutto in questo momento, andrebbe inserita anche una quinta potenza che è il grande attore del caos e che sembra comandare anche a Washington: Israele.

È chiaro a tutti che a impantanare gli Usa nella trappola di Hormuz sia stato Benjamin Netanyahu, al quale giova tenere aperti i fronti di guerra evitando così quel carcere per corruzione che lo aspetta da anni. Incomprensibile, se non per gli affari da palese «insider trading», resta però il fatto che, a quanto pare, nessuna analisi di intelligence abbia suggerito maggiore prudenza a Trump e ai suoi consiglieri. D’altra parte, che l’Iran fosse una potenza era noto da tempo, non avendo mai fatto mistero delle sue strutture e dei suoi armamenti.

Sul fronte dei droni, ad esempio, gli iraniani sono stati capaci di un notevole salto generazionale grazie proprio alla superficialità statunitense. Senza bisogno di operazioni di spionaggio, l’industria aeronautica iraniana ha infatti costruito gran parte del suo arsenale attraverso il «reverse engineering» di velivoli occidentali catturati o abbattuti.

Il salto di qualità è avvenuto nel 2011 quando Teheran ha realizzato i droni «Saegheh» e «Shahed 171», dopo aver catturato sul proprio territorio un drone spia stealth statunitense «RQ-170 Sentinel». E poi ancora lo «Shahed 129», ispirato al «General Atomics MQ-1 Predator» americano o lo «Shahed 149», versione iraniana del «MQ-9 Reaper». Ma gli iraniani sono riusciti ad attingere anche da Israele, realizzando lo «Shahed 136» ispirandosi al drone israeliano anti-radar «IAI Harpy».

E che dire dei missili? Già prima dell’attacco israeliano e statunitense era noto che l’Iran possedeva un potente arsenale missilistico. D’altra parte, Teheran non ne ha mai fatto mistero. Secondo le stime di esperti occidentali, nonostante quelli già lanciati dopo l’attacco, la Repubblica islamica può contare ancora su una disponibilità di oltre 2.500 missili balistici e su un gran numero di lanciatori sotterranei.

Negli ultimi mesi il mondo ha potuto constatare che la potenza missilistica iraniana non era fondata sul bluff, potendo contare su missili a corto e medio raggio di notevole potenza. Il cardine dell’arsenale è senz’altro costituito dai missili balistici «Shahab», in particolare lo «Shahab-3»; ci sono poi missili a combustibile solido «Sejjil» di nuova generazione, conosciuti anche come «missili danzanti», che hanno una più rapida esecuzione di lancio e sono difficili da individuare.

Ma l’Iran è all’avanguardia anche sui missili ipersonici con i suoi «Fattah», in grado di muoversi a una velocità superiore a Mach 15 (circa 18.000 km orari), manovrare in atmosfera e superare le difese aeree.

Hormuz, la guerra dei cavi

Ma la più potente arma dell’Iran resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Anche se era noto da sempre, gli americani e il mondo sembrano essersi accorti soltanto ora di quanto sia strategicamente importante quel passaggio tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Dopo l’attacco, come era prevedibile, l’Iran ha dimostrato come il controllo selettivo su Hormuz permetta di influenzare i prezzi energetici globali e minacciare il commercio internazionale. A ciò si aggiunge un’altra vulnerabilità tutt’altro che sottovalutabile: i cavi sottomarini che garantiscono le comunicazioni digitali.

Come spesso accade nella Repubblica Islamica, i Pasdaran lanciano messaggi «indiretti» tramite i media a loro legati. Così è accaduto che l’agenzia di stampa Tasnim ha sollevato il problema invitando l’Iran a trarre profitto dai cavi internet che attraversano lo Stretto di Hormuz, ricordando che la via navigabile non è soltanto un punto nevralgico per l’energia e il trasporto marittimo, ma anche di pressione per il settore digitale. Il titolo del servizio di Tasnim non lascia dubbi sulle intenzioni future: «Tre misure concrete per generare entrate dai cavi internet dello Stretto di Hormuz».

L’agenzia di stampa iraniana ha ricordato così che attraverso quei cavi sottomarini in fibra ottica passano ogni giorno transazioni finanziarie per oltre 10.000 miliardi di dollari, ritenendo illogico che l’Iran sia privato dei benefici economici di questa infrastruttura. Le tre misure proposte suggeriscono di addebitare alle aziende straniere le spese di licenza e di rinnovo annuale, richiedere alle principali aziende tecnologiche come Meta, Amazon e Microsoft di operare secondo il sistema normativo iraniano e, infine, di concedere alle aziende iraniane il controllo esclusivo sulla manutenzione e la riparazione dei cavi.

Per Tasnim non c’è dubbio: in questo modo Hormuz diventerebbe «un centro strategico per la creazione legittima di ricchezza». Difficile pensare che le grandi aziende tecnologiche siano pronte a pagare. Facile invece pensare a un modo «elegante» per far sapere di essere pronti a ogni azione su quei cavi in caso di nuovi attacchi ventilati a Washington.

A Teheran, dunque, sanno bene di avere un altro strumento capace di mettere in ginocchio il mondo. I cavi che transitano nel tratto di mare davanti alla lunga costa persiana sono fondamentali per tutti i servizi che collegano in rete Asia, Medio Oriente, Africa e Europa. In caso di danneggiamenti le conseguenze sarebbero incalcolabili, ben maggiori di un bombardamento.

Il messaggio è chiaro. E, forse, qualcuno potrebbe averlo già sussurrato a Trump.

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

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Pierluigi Franco Laureato in Giurisprudenza, giornalista, ha lavorato per trent’anni all’Agenzia ANSA, dov’è stato capo del servizio ANSAmed (Mediterraneo e Medio Oriente) e ideatore di ANSA Nuova Europa (Est Europa e Balcani). Divenuto poi capo dell’ufficio di corrispondenza dell’ANSA a Teheran, è stato l’ultimo giornalista occidentale a operare stabilmente in Iran. Ufficiale superiore dell’Esercito Italiano, ha svolto consulenze e docenze in ambito di Forze Armate. Ha operato in Est Europa, Balcani, Medio Oriente, Asia Centrale e Sud-Est asiatico. Nel 2022 ha pubblicato il libro “Gorbacëv il furbo ingenuo. Una storia non agiografica alle origini della crisi mondiale (e Ucraina)” edito da Rubbettino.

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