Non è comunismo, ma giustizia sociale

Dalla rete NORigassNOGNL,Guerra

16/05/26

La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari
Nuova finanza pubblica Dal Manifesto Antonio De Lellis


Non è comunismo, ma il più elementare buonsenso. Una piccola patrimoniale sullo 0,1% dei più ricchi cambierebbe sanità, istruzione, la società intera. Con queste parole Riccardo Staglianò stimola un dibattito fondamentale.
Ma chi paga in Italia le imposte? A ben guardare i dati delle dichiarazioni Irpef 2025 si delinea il peccato dell’Irpef, ormai diventata l’imposta del lavoro dipendente e dei pensionati, che dichiarano quasi l’85% del totale. Le aliquote Irpef 2026 in Italia sono tre: 23% fino a 28.000 euro, 33% per la parte eccedente e fino a 50.000 euro, 43% per la fascia superiore di reddito. Contro le 32 aliquote presenti inizialmente nel 1974.
Oggi solo il 3,3% dei contribuenti dichiara redditi sopra i 75mila euro a fronte degli 11,3 milioni di contribuenti che non versano Irpef. Infatti ci sono categorie più benestanti che ottengono redditi da più fonti. Può succedere ad esempio che un contribuente ottiene introiti per affitti, per interessi su depositi bancari, dividendi su azioni, titoli di stato, buoni postali e redditi professionali o d’impresa calcolati forfettariamente. Se questi redditi sono tassati separatamente, le aliquote più alte non scattano mai e la progressività rimane azzoppata.
Per esempio, Piazza Affari ha distribuito quest’anno 43 miliardi di euro, una pioggia di dividendi, pagandoci imposte, il 26% se persone fisiche, il 24% se società di capitale, e fino a 1,2%. Se fossero attivi la progressività e il cumulo dei redditi, avrebbero pagato probabilmente dal 17% a quasi il 42% in più. In questo modo i più ricchi diventano sempre più ricchi aumentando la forbice sociale.
Tutto questo mentre, tra il primo trimestre 2021 e il quarto del 2025, le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali. Inoltre, se c’è evasione fiscale o se non tutti pagano le imposte, secondo progressività, il debito pubblico aumenta. Perché ci sono meno risorse per sostenere gli investimenti sociali, si riduce l’avanzo primario che occorre per pagare gli interessi sui titoli di stato, obbligandoci all’indebitamento e all’anatocismo (interessi su interessi) che aumenta esponenzialmente il debito.
Eppure basterebbe utilizzare l’Isee, come metodo di determinazione della base imponibile, quindi della reale capacità contributiva di ogni contribuente e applicare delle aliquote per livelli elevati di patrimonio e reddito, come proposto da Rocco Artifoni e Francesco Gesualdi in Dossier Fisco e debito pubblicato da Cadtm.

Anche un recente studio della Scuola di Sant’Anna evidenzia: un generalizzato aumento della concentrazione del reddito per le classi più abbienti (Top); le persone più povere sono quelle più colpite dalla condizione economica e sociale; la disuguaglianza colpisce maggiormente i giovani, le donne e le regioni del Sud; i patrimoni non sono tassati in base a criteri di progressività.
Ma oltre oceano non va molto meglio.

Basti pensare al fisco a favore dei ricchi di Trump, ove 1% della popolazione, il più ricco, risparmierà circa mille miliardi in dieci anni grazie ai tagli fiscali concessi dal presidente Usa. Altreconomia ci dice che le quattro corporation Amazon, Alphabet, Meta e Tesla, hanno pagato un’aliquota fiscale media del 4,9% nel 2025, con Tesla e Palantir, in particolare, che hanno evitato il 100% delle tasse.
Ecco come si crea la concentrazione di capitali in mano a poche persone, andando a rafforzare quelle che Emiliano Brancaccio chiama le oligarchie capitalistiche e i tecno-padroni.

Essi sottraendosi alla polis, plasmano la politica a loro immagine e somiglianza anche attraverso il controllo dei mezzi della propaganda, generando, come ha denunciato Papa Leone XIV, una manciata di tiranni che devasta il mondo con le guerre e le violenze.

Mentre, dietro la cortina fumogena del caos, l’obiettivo è arricchirsi sempre di più, determinando un oltrefascismo. Con la sua terrificante ascesa dovremmo misurarci.
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Ecco una cosa di buon senso, come dice De Lellis, ma che va inquadrata nel contesto complessivo.

Il salario minimo garantito almeno al livello della Germania ( 12,5 euro/h netti), non come elemosina a 9 euro/h lordi e la patrimoniale, sono due mosse sacrosante di giustizia sociale e riequilibrio di una distribuzione del reddito disuguale e sempre piu divisiva.


Il punto è che, come proposta generale sindacale è indispensabile, ma sufficiente ?
Questo è facile da capire, poichè qualunque governo si formasse e facesse suoi questi due provvedimenti sociali avrebbe vantaggi di consenso nazionale, ovvio.
Ma con quale piano produttivo, gestionale, amministrativo si dovrebbero sviluppare nel momento in cui le guerre, con relativa riconversione produttiva di armi e i ritardi nell’autonomia energetica sostenibile, con uno spreco di risorse pubbliche per privatizzare beni comuni, ecc, ecc? E questi progetti sociali sono già impostati da qualche partito che dimostri la volontà concreta di azione in quel senso? Ognuno si risponda da sè.
Il problema non è solo riequilibrare redditi con manovre politiche-economiche dentro una struttura EU che le nega da sempre, ma avere la certezza di un progetto alternativo che da li comincia e si sviluppa, comprendendo e coinvolgendo i cittadini con formule varie di democrazia applicata e territoriali.

La stabilità deve essere una certezza. Per farla diventare sicurezza deve essere corredata di una infinità di decisioni collaterali parallele nazionali e internazionali.
Ora siamo in un Italia in cui l’opposizione istituzionale è fatta a chiacchiere dai partiti e dal sindacato nei salotti buoni e nei talk show e quella vera, popolare è frammentata e non coesa senza un centro di gravità riconosciuto come traino.
La politica non può essere uno spot continuo per vantaggio elettorale, parliamo di milioni di persone e ci va responsabilità e coerenza per tradurre idee in amministrazione sociale.

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