Il raggiungimento della sovranità digitale in Europa è in realtà una prova di coraggio

Dal blog https://www.wired.it/

Attesa entro fine mese la nuova strategia europea sulla sovranità digitale, mentre gli Stati Uniti minacciano (come sempre). Ma porre fine alle dipendenze oggi sembra impossibile. Il caso dell’Italia

Sovranità digitale for dummies. Che cosa accadrebbe se una mattina di un giorno qualunque il presidente statunitense Donald Trump si svegliasse e decidesse di staccare la spina del cloud? Tradotto, se emanasse un ordine esecutivo per revocare le licenze d’uso sul cloud in tutta Europa? La risposta è semplice: sarebbe una catastrofe, perché le licenze in questione sono quasi del tutto in capo ai giganti tecnologici americani, a partire da Google, Microsoft e Amazon. Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di uno scenario immaginifico. Ma a metterci la mano sul fuoco si rischia di bruciarsi perché le relazioni transatlantiche commerciali e quindi anche quelle che hanno a che fare con il digitale non sono mai state così vicine al punto di rottura.

Vogliamo davvero essere indipendenti?

Il pressing degli USA sul “pacchetto” sovranità

Appena qualche giorno fa l’ambasciatore statunitense presso l’Unione europea, Andrew Puzder, ha lanciato quello che suona come un ultimatum: o l’Europa rinuncia al suo piano di autonomia tecnologica, o l’accordo quadro commerciale con gli Stati Uniti finirà nel tritacarne della geopolitica. Al centro della contesa c’è il “pacchetto” sovranità che Bruxelles dovrebbe svelare a fine mese. Un piano ambizioso che include il restyling del Chips act e il nuovo Cloud and AI development act. Quale sarebbe la colpa di Bruxelles, secondo Washington? Voler riservare sussidi e appalti pubblici esclusivamente ad aziende del Vecchio continente. Il passaggio più brutale delle dichiarazioni di Puzder è: “O lavorate con noi o non lavorate“. Una frase che fotografa la realtà di un 2026 segnato da tensioni altissime, con lo spettro dei dazi del 25% sulle auto europee a fare da sfondo.

Il piano di Bruxelles punta a colpire dove fa più male: meno dipendenza dai processori a stelle e strisce per l’AI, un’infrastruttura cloud che non debba rispondere al Cloud act statunitense, miliardi di euro di appalti che smetterebbero di fluire verso la Silicon Valley. C’è da chiedersi se l’Europa avrà davvero il coraggio di una svolta.

L’Europa e la teoria dell’indipendenza

Anche se la questione che ci interessa più da vicino è un’altra: siamo sicuri di avere la capacità di marciare da soli, con proprie tecnologie e propri software? E soprattutto, che cosa si intende per sovranità digitale? Le tesi non sempre combaciano: c’è chi sostiene che una sovranità al 100% non sia possibile, considerato che le big tech dominano sul terreno del software come dell’hardware e chi invece crede che ci sia una via europea possibile facendo leva sull’open source. E chi invece si posiziona a mezza strada.

La sovranità digitale non è più una questione esclusivamente tecnica: è una leva di autonomia economica, competitività industriale e sicurezza nel lungo periodo. Non basta che i dati siano in Europa: conta quale legge li governa”, spiega a Wired Italia Antonio Pescapè, professore di Sistemi di elaborazione delle informazioni all’Università Federico II di Napoli. “Il Cloud act americano introduce un’asimmetria: infrastrutture formalmente europee possono essere, di fatto, esposte a normative extraeuropee. In un mercato in cui oltre il 70% del cloud europeo è in mano a operatori statunitensi, l’Europa si sta muovendo in modo strategico, tra regolazione e iniziative industriali, per rafforzare il controllo su dati e infrastrutture”.

Dunque meglio l’open source? Secondo Pescapè i modelli open source possono aiutare, ma non risolvono da soli il tema della sovranità digitale. “Offrono maggiore trasparenza e controllo, perché possono essere eseguiti su infrastrutture sotto giurisdizione europea, riducendo la dipendenza da piattaforme esterne. Ma il punto non è solo il modello: è dove gira, chi lo gestisce e con quali regole. Per questo l’open source è un abilitatore importante, ma solo all’interno di una strategia più ampia di infrastrutture e governance”.

La mappa del cloud

Quali sono i paesi più dipendenti dalle tecnologie non europee? Secondo i dati Eurostat che mappano la situazione al 2025 il 52,7% delle nostre imprese ha utilizzato servizi di cloud computing a pagamento (ovvero servizi online per accedere a software, potenza di calcolo, capacità di archiviazione, ecc.), con un incremento di 7,4 punti percentuali rispetto al 2023.

Le quote più elevate di imprese che hanno utilizzato servizi di cloud computing a pagamento nel 2025 si registrano in Finlandia (79,2%), Italia (75,6%) e Malta (74,9%). All’estremo opposto, meno di un quarto delle imprese in Romania (24,9%), Grecia (24,3%) e Bulgaria (17,8%) ha utilizzato tali servizi a pagamento. E. soprattutto, in Europa i tre grandi provider statunitensi (Aws, Microsoft Azure e Google Cloud) controllano circa il 70-80% della spesa totale.

Ed è qui che vengono i nodi al pettine. Di fatti tutti i paesi Ue sono dipendenti dalle big tech USA. La Germania è il mercato cloud più grande d’Europa per volume d’affari. Ma nonostante la forte spinta politica verso la sovranità (progetto Gaia-X), sono stati strette legami profondissimi con Amazon per la gestione di dati sensibili e industriali, attirando critiche interne sulla reale capacità di autodeterminazione digitale. La Francia è il Paese che sta provando più attivamente a sganciarsi, ma la dipendenza resta alta. Parigi ha vietato l’uso di Microsoft Teams e Office 365 in alcuni ministeri e scuole per motivi di sicurezza nazionale. Nonostante ciò, la spesa delle aziende francesi per il software americano rimane massiccia, e i fornitori locali (come OVHcloud) faticano a scalare contro la potenza di calcolo di AWS o Azure.

Il caso italiano

L’Italia è fra i Paesi con la crescita più rapida in assoluto con un incremento di +14,2 punti percentuali tra il 2023 e il 2025. Esiste il Polo strategico nazionale (Psn) per la pubblica amministrazione, ma la tecnologia sottostante è spesso fornita attraverso partnership con i giganti Usa Google, Oracle, Microsoft e Aws. E nei giorni scorsi il tema della sovranità è tornato alla ribalta a seguito dell’aggiudicazione a Fastweb della gara Consip per la fornitura di servizi cloud di Amazon Web Services destinati alla pubblica amministrazione italiana.

Di fatto siamo di fronte a modello considerato “ibrido”, in cui aziende italiane si affidano a big tech americane e in cui la sovranità viene garantita attraverso la gestione delle chiavi di cifratura. Ma siamo sicuri che i dati siano davvero in cassaforte? Emanuele Iannetti, amministratore delegato del Psn ci tiene intanto a puntualizzare che “il Psn è nato in un’Europa già pienamente consapevole delle implicazioni del Cloud Act del 2018” e che “in questo scenario, la Strategia Cloud Italia sviluppata dal dipartimento per la Trasformazione digitale insieme all’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha rappresentato la risposta del Paese alla necessità di dotarsi di un’infrastruttura cloud realmente sovrana che è un unicum”, dice a Wired Italia.

Consentire alle PA utilizzare anche i servizi di grandi provider sarebbe dunque un plus. “È un equilibrio che garantisce sicurezza, flessibilità e, soprattutto, tutela effettiva della sovranità digitale italiana grazie all’utilizzo di soluzioni di crittografia proprietaria”, aggiunge Iannetti evidenziando che “la sovranità digitale non riguarda solo la localizzazione dei dati, ma anche la responsabilità di chi li gestisce, le modalità con cui vengono protetti e il quadro giuridico che li disciplina attraverso una governance istituzionale solida.”

La via del software libero

Nel dibattito sulla sovranità, esiste una fazione di “puristi” secondo i quali il modello ibrido del Psn è in realtà un palliativo. Finché il codice sorgente è proprietario (chiuso) e appartiene a un’azienda straniera, la sovranità sarebbe un’illusione.

La Free Software Foundation Europe evidenzia a Wired Italia che “se l’Italia vuole proteggere la propria autonomia digitale, deve adottare fin da subito un approccio basato sul principio denaro pubblico codice pubblico” e che “il software libero è un prerequisito necessario per la sovranità digitale. Solo i diritti di usare, studiare, condividere e migliorare che derivano dal software libero consentono alle pubbliche amministrazioni di avere il controllo delle proprie infrastrutture digitali ed evitare la dipendenza da fornitori”.

A tal proposito in Italia scommette sull’open source il Csi Piemonte, fra le poche realtà pubbliche che non si limita a usare l’open source ma lo ha reso il pilastro della sua strategia. La piattaforma cloud Nivola nata per la pubblica amministrazione e costruita su OpenStack, il software open source standard per il cloud, oggi serve oltre 400 enti. Nei giorni scorsi a Torino è stato presentato un “Decalogo per la sovranità digitale” a servizio delle PA. “Il tema della sovranità non è più una questione tecnologica, ma di come le istituzioni governano dati, infrastrutture, servizi digitali e decisioni. Con questo Decalogo abbiamo voluto chiarire cosa significa, in termini operativi, parlare di sovranità digitale: non un principio astratto, ma un insieme di scelte concrete che riguardano l’uso dei dati, la riduzione delle dipendenze tecnologiche, la sicurezza e la continuità dei servizi”, commenta a Wired Italia il direttore generale del Csi Piemonte Pietro Pacini.

Il made in Europe c’è, ma che fatica “scalare”

Nel nostro Paese ci sono aziende che hanno sviluppato soluzioni proprietarie in grado dunque di garantire la sovranità al 100%. E la partita si gioca anche nel campo dei data center. “La sovranità digitale non esiste se nei data center viene utilizzato software di virtualizzazione fornito e supportato da aziende statunitensi o cinesi”, sottolinea a Wired Italia Leandro Aglieri, presidente e amministratore delegato di Vates Italia, azienda specializzata nella virtualizzazione open source. “Ci sono cloud provider come Aruba che grazie ad accordi con Vates possono garantire una soluzione 100% europea. Non ci sono più scuse per i cloud provider nazionali come Tim o il Polo strategico nazionale“.

Secondo Damien Lucas, Ceo di Scaleway, la società del Gruppo Iliad fra i 4 aggiudicatari della gara Ue sui servizi cloud sovrani, e l’azienda ha annunciato da poco il battesimo di una cloud region a Milano, “se l’Europa vuole mantenere il controllo su dati, servizi pubblici e tecnologie strategiche, non può dipendere da infrastrutture esposte a pressioni esterne, leggi extraterritoriali o decisioni prese altrove”, sottolinea il manager a Wired Italia.” Servono attori pienamente europei, con infrastrutture, governance e team europei, sotto giurisdizione europea, capaci di ridurre le dipendenze critiche e rafforzare l’autonomia strategica e la competitività digitale del continente”.

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