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Stephen Maher 20 Maggio 2026
Google, Meta, Amazon e gli altri oligarchi tech non sono rentier che si limitano a sottrarre valore alle imprese produttive: sono imprese che sfruttano il lavoro e altre risorse
Uno dei luoghi comuni più persistenti a sinistra è l’idea che gli investimenti produttivi stiano cedendo il passo alla speculazione improduttiva, il che condurrebbe allo «svuotamento» dell’economia industriale e al declino del capitalismo. Dopotutto, sembra ovvio che i capitalisti preferiscano fare soldi facili piuttosto che intraprendere il processo arduo e rischioso di produrre effettivamente qualcosa. Il neofeudalesimo sta vivendo un momento di gloria.
In genere, affermazioni del genere si basano sul presunto ruolo parassitario della finanza e del «capitale fittizio». Più recentemente, tuttavia, sono state estese per descrivere un emergente «capitalismo rentier», in cui l’estrazione di rendita attraverso il potere monopolistico e il controllo sullo Stato ha soppiantato la produzione come principale mezzo con cui i capitalisti accumulano ricchezza. In realtà, la distopia che si sta dispiegando intorno a noi non è il risultato del crollo della logica del capitalismo, bensì la diretta espressione di tale logica.
Così, in un articolo comparso su Sidecar, il blog della New Left Review, Dylan Riley ribadisce un punto fondamentale, spesso associato al suo coautore Robert Brenner, ovvero che la «dipendenza totale dal mercato» è il fondamento del capitalismo. Ciò significa che la caratteristica distintiva del capitalismo è che si tratta di un sistema in cui sia il benessere della classe dominante che quello delle masse lavoratrici dipende dal mercato. Tra le altre cose, questo ha implicazioni cruciali per la nostra comprensione della transizione al capitalismo, brevemente riassunta da Riley nell’articolo. Ci porta a concentrarci sui rapporti di produzione all’interno delle società, piuttosto che solo sui loro legami commerciali esterni con un «sistema mondiale», per determinare la natura del modo di produzione.
Riley insiste sul fatto che la critica di sinistra non dovrebbe essere diretta contro i singoli capitalisti e le loro specifiche storie di violenza, bensì contro la logica del capitalismo. Tuttavia, la sua successiva affermazione secondo cui i capitalisti oggi accumulano sempre più ricchezza attraverso la ricerca di rendite, l’estrazione politica e il saccheggio, anziché tramite «investimenti produttivi», è concettualmente confusa e non supportata dalle prove. Anzi, queste asserzioni si basano proprio sull’incapacità di analizzare «le dinamiche del sistema» e «le sue leggi di moto», che egli giustamente rivendica.
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Innanzitutto, ci si potrebbe chiedere: qual è la fonte della «rendita» che questi capitalisti presumibilmente estraggono? Affinché il valore possa essere estratto sotto forma di rendita, deve prima essere prodotto. L’unico modo per eludere questo requisito sarebbe quello di adottare la visione neoclassica secondo cui il potere di determinazione dei prezzi delle imprese crea valore dal nulla. Se operiamo all’interno di un quadro concettuale che intende il valore come il risultato di processi materiali concreti svolti da esseri umani concreti, questa spiegazione non è molto soddisfacente. La rendita, insieme al profitto e all’interesse, deve quindi essere intesa come un diritto su una quantità finita di plusvalore prodotto nell’intera economia, come dimostra Karl Marx.
Ciò, a sua volta, implica relazioni specifiche – sistemiche – tra rendita e profitto. La rendita è una detrazione dalla produzione totale dell’economia. Ciò significa che non può espandersi all’infinito. È vincolata da ciò che è stato effettivamente prodotto. Se la rendita viene sottratta dal profitto, questo processo può andare solo fino a un certo punto, dopodiché la produzione non è più sostenibile, minando così la fonte della rendita e la riproduzione dell’intero sistema. Lo «stimolo al guadagno» (nei termini di Marx) deve essere sufficiente a spingere i capitalisti a investire in attività produttive, altrimenti la rendita stessa diventa impossibile.
Se le attività di rendita fossero costantemente più redditizie degli investimenti produttivi, allora tutti i capitalisti cercherebbero di diventare rentier, come suggerisce Riley. E se lo facessero, l’afflusso di capitali in questi settori intensificherebbe la concorrenza e spingerebbe i rendimenti verso la media sociale. Questo è il fulcro della teoria della concorrenza di Marx, lo stesso che si trova in qualsiasi scuola di economia: il capitale si sposta dai settori con rendimenti inferiori alla media a quelli con rendimenti superiori alla media, determinando una tendenza all’uguaglianza del tasso di profitto. Ciò non significa che i profitti non possano essere più elevati in un settore rispetto a un altro. Implica solo che gli investimenti inseguiranno i rendimenti più elevati e che questi investimenti influenzano la capacità produttiva e quindi la concorrenza e i profitti.
Rendimenti costantemente superiori alla media richiedono quindi l’esistenza di una qualche barriera all’uguaglianza competitiva del tasso di profitto. Alcune imprese devono essere in grado di impedire ad altri capitali di entrare in questi settori grazie al controllo di qualche condizione di produzione o circolazione che altri non possono riprodurre o a cui non possono accedere; in altre parole, devono possedere un potere di monopolio. In effetti, è proprio così che Marx definisce la rendita: reddito derivante da specifici vantaggi di mercato che non possono essere eliminati dalla concorrenza.
Se abbandoniamo il legame marxiano tra rendita e monopolio, allora la rendita può arrivare a riferirsi a qualsiasi reddito derivante dalla proprietà. Ma tutti i capitalisti possiedono e controllano le condizioni di produzione e circolazione: fabbriche, magazzini, sistemi logistici, software, marchi, reti di clienti, brevetti, sistemi di pagamento, piattaforme, eccetera. Se si intende che la sola proprietà genera rendita, allora il profitto, come categoria distinta, tende a scomparire del tutto nella rendita.
Considerato tutto ciò, l’analisi di Riley suggerisce efficacemente che il capitalismo viene sostituito da una qualche forma di «neofeudalesimo», poiché l’accumulo di ricchezza attraverso il «saccheggio» mina la concorrenza e porta alla sospensione delle «leggi del moto» del capitalismo.
Tuttavia, ciò non funziona empiricamente. Come io e Scott Aquanno abbiamo dimostrato in un paper uscito di recente sulla Review of Radical Political Economics, le principali aziende tecnologiche, che sono tipicamente bersaglio di queste argomentazioni, non hanno costantemente conseguito profitti superiori alla media. I loro profitti si sono mantenuti intorno alla media. Né vi sono prove che la mobilità dei capitali nell’economia si sia ridotta nel modo in cui le argomentazioni sul capitale monopolistico o sul capitalismo rentier richiederebbero.
Ciò significa che, anche se ipotizziamo che le attività di queste imprese siano del tutto «improduttive» (il che in realtà non è vero), il loro reddito non è una rendita. Piuttosto, si tratterebbe di ciò che Marx chiama «profitto commerciale», ovvero il profitto che spetta ai capitali che svolgono funzioni di circolazione e di realizzazione.
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Google, Meta, Amazon e simili non si limitano a sottrarre valore alle imprese produttive, ma costruiscono e gestiscono infrastrutture che altri capitali utilizzano per far circolare merci, ridurre i tempi di rotazione, realizzare plusvalore e competere in modo più efficace.
Le imprese commerciali sono vincolate da una disciplina competitiva che le spinge a migliorare continuamente – e persino a rivoluzionare – le condizioni di circolazione. Ciò include le telecomunicazioni, la logistica e i magazzini, oltre alla pubblicità. In questo modo, l’analisi del capitalismo di Marx continua a fornire una spiegazione convincente per i rapidi processi di sviluppo tecnologico e logistico a cui assistiamo quotidianamente. Lungi dall’aggirare le leggi del moto del capitalismo, queste dinamiche ne sono una chiara espressione.
Riley sostiene che i capitalisti odiano la concorrenza. Vogliono tutti distruggere i rivali e ottenere un potere monopolistico. Ma questo è semplicemente impossibile. Non c’è modo di fermare quella che Anwar Shaikh chiama la «guerra tra imprese», mentre queste lottano per massimizzare la propria quota del surplus sociale totale, soprattutto quando la grande finanza può fornire alle multinazionali la potenza di fuoco necessaria per abbattere qualsiasi barriera alla concorrenza alla ricerca di profitti superiori alla media. La concorrenza non è contingente, ma costitutiva del sistema.
Infine, l’idea che le aziende non stiano effettuando «investimenti produttivi» è semplicemente un mito. Le imprese centrali del capitalismo contemporaneo investono massicciamente in capitale fisso, logistica, software, data center, intelligenza artificiale, infrastrutture energetiche e catene di approvvigionamento globali. Gli investimenti aziendali rimangono elevati, la spesa in ricerca e sviluppo è cresciuta, l’innovazione tecnologica ha proceduto rapidamente e le aziende leader sono impegnate in una spietata concorrenza sui prezzi. Le teorie del monopolio faticano a spiegare tutte queste dinamiche.
Non ci troviamo di fronte a un capitalismo in disfacimento o che sta degenerando in rentierismo, bensì a un sistema forte, redditizio, dinamico e competitivo. Ed è proprio questo il problema.
*Stephen Maher è professore associato di economia alla Suny Cortland e condirettore del Socialist Register. Ha scritto, con Scott Aquanno, The Fall and Rise of American Finance: From JP Morgan to BlackRock (Verso, 2024) e Corporate Capitalism and the Integral State: General Electric and a Century of American Power (Palgrave Macmillan, 2022). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.