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11 Giugno 2026 Piero Orteca
Tanti conflitti che s’intrecciano, continuando sotto traccia il loro sviluppo, mentre le diplomazie arrancano tra lusinghe e minacce: questa è la situazione della crisi con l’Iran, ormai saldata stabilmente a quella, più antica, di tutto il Medio Oriente. In questa fase, però, forse Trump non ha ancora capito che una delle partite più delicate si gioca a Beirut.
Trump vuole scappare
I fatti confermano che Trump non ha alcun potere di indirizzo strategico nei confronti di Netanyahu. Cioè, per dirla più corta, il Premier israeliano semplicemente continua a fare ciò che vuole. O, meglio, tutto quello che gli conviene, per restare in sella anche dopo le (pericolose) elezioni del prossimo ottobre. Il suo governo è attaccato con lo scotch e si regge in piedi per scommessa, grazie al soccorso dell’area più retriva dei “messianici” e dei nazionalisti.
Insomma, un vero festival di “duri e puri”in salsa ebraica. Accanto a “Bibi”, emergono personaggi come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, che possiamo considerare le controfigure di ciò che gli ayatollah più arrabbiati rappresentano nella teocrazia persiana. Il problema vero di Netanyahu, in questo momento, è dunque il “fronte interno”, con la popolazione che comincia a essere stanca di una guerra infinita.
Ma attenzione: la rabbia è destinata a crescere se si dovesse rafforzare la sensazione che, parafrasando Shakespeare, si è fatto “tanto rumore per nulla”. Ci spieghiamo. Secondo i sondaggi, la gran parte degli israeliani teme che Trump, in preda a una specie di nevrosi ossessiva che lo induce a scappare “dal luogo del delitto”, sarebbe pronto a firmare qualsiasi straccio di accordo con l’Iran. Un trattato molto di facciata, insomma, che potrebbe far rimanere sostanzialmente le cose come stanno. E lasciare gli israeliani col classico cerino in mano.
E così rispunta il Libano
Al solito, come sempre avviene nelle democrazie contemporanee (Israele, zoppicando abbastanza, ancora lo è) i numeri spesso modellano le strategie. In che senso? Beh, secondo gli analisti basta fare quattro calcoli per capire l’importanza del “fronte nord” per Netanyahu. In senso elettorale, questa volta.
Nell’area dell’Alta Galilea sono state in qualche modo messe in stato di allerta (parzialmente o definitivamente) oltre 1 milione di persone, che entrano ed escono dai rifugi. Tutti questi abitanti sono nel raggio d’azione dei razzi, dei mortai e dei missili di Hezbollah. Che a partire dalla guerra di Gaza, hanno costantemente bombardato “a bassa intensità” l’intera regione. La tattica era chiara: tenere in allarme continuo la popolazione israeliana, per impedirle una normale quotidianità.
Oggi la situazione è peggio di prima e se Netanyahu non risolve il problema, secondo molti commentatori politici potrebbe essere severamente punito alle elezioni. Per questo vuole neutralizzare Hezbollah, almeno fino al fiume Litani. Anche se le sue mosse, però, ci dicono che molto scaltramente il Premier ha sfruttato quello che definisce un “contrattacco” per qualcosa di diverso. Grande Israele?
Il dubbio viene, soprattutto pensando ai piani militari elaborati, che sono troppo sproporzionati rispetto a un progetto di sicurezza nazionale.
No, quella di Israele nel Libano è una vera e propria occupazione. E non ci stupiremmo di vedere arrivare i carri armati con la stella di David parcheggiati, prima o dopo, in pianta stabile nelle piazze di Tiro e Sidone.
Il “metodo Gaza” a Tiro
Dunque, Netanyahu ha mandato a quel paese Trump e i suoi consigli di moderazione per il Libano, continuando a fare di testa sua. Gli ultimi due giorni, per gli abitanti del sud del Paese, sono stati particolarmente sanguinosi.
Ecco il rapporto di Al-Jazeera. “Gli attacchi israeliani nel sud del Libano – dice l’emittente qatariota – hanno ucciso almeno 17 persone e costretto migliaia alla fuga, poche ore dopo che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva insistito sul fatto che un accordo di pace con l’Iran fosse imminente”. Mentre ora, come spesso avviene nella tempestosa atmosfera mediorientale, il barometro segna burrasca.
“L’esercito israeliano ha emesso un ulteriore ordine di evacuazione forzata per Tiro – prosegue Al-Jazeera – intimando all’intera città – compreso, per la prima volta, il quartiere cristiano, dove si sono rifugiati molti sfollati – di lasciare immediatamente le proprie case, prima di lanciare il micidiale attacco”.
Occorre inoltre sottolineare che i raid dei caccia israeliani hanno preso di mira anche l’area di Sidone. “L’evacuazione del quartiere cristiano di Tiro da parte delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) cancella quel poco di normalità che restava nel Libano meridionale”, scrive il giornale di Tel Aviv, Haaretz.
“Per la prima volta dall’inizio del conflitto tra Israele e Hezbollah – dice Haaretz – martedì le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno emesso un avviso di evacuazione per i residenti del quartiere cristiano di Tiro, catapultandolo nel cuore della guerra. Durante l’invasione israeliana del Libano, del 1982 – conclude Haaretz – Tiro fu uno dei centri militari e amministrativi più importanti per Israele nel sud del Paese. Posti di blocco, truppe e veicoli militari divennero una caratteristica distintiva della vita quotidiana”.
Ha scritto l’analista Zvi Bar’el, su Haaretz quello che suona come un vero epitaffio: “L’enorme concentrazione di forze statunitensi in Medio Oriente, messe al servizio delle manovre diplomatiche, avrebbe dovuto intimidire l’Iran e costringerlo a cedere alle richieste di Washington. Ma alla fine, queste truppe sono state impiegate in una guerra che ha solo peggiorato le posizioni di Stati Uniti e Israele”. Adesso ci risiamo. Le imprevedibili oscillazioni umorali di Trump pencolano per un altro attacco all’Iran. Per l’effetto-domino, questo vuol dire rischiare di scatenare una guerra civile in Libano.