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Redazione Jacobin Italia 10 Giugno 2026
Questo numero di Jacobin Italia indaga la struttura economica e sonda la produzione di storie che ruota attorno al cibo e all’ideologia del food. Ma si può leggere come un libro di ricette
Spezzare il pane e condividerlo, mettersi a tavola insieme, mescolare ingredienti diversi, assaggiare cibi nuovi, scambiarsi ricette. Azioni comuni, automatiche, inconsapevoli. Gesti che rivelano la natura sociale e cooperativa del mangiare. Eppure da tempo l’alimentazione è ambito di individualismo, competizione, sfruttamento e chiusure identitarie.
Questo numero di Jacobin Italia ruota attorno a questa contraddizione. Indaghiamo la struttura economica e sondiamo la produzione di storie che ruota attorno al cibo e all’ideologia del food. Si può leggere come un libro di ricette, puntellato dalle illustrazioni di Antonio Pronostico, come un menù dei conflitti sociali intorno al cibo.
Come antipasto l’antropologo Vito Teti dialoga con Giuliano Santoro sulla natura della «cucina italiana» di recente riconosciuta come patrimonio Unesco. Teti legge le tradizioni in forma storicamente determinata, ossia le colloca dentro i rapporti di forza e le situazioni sociali. Emerge la natura plurale delle cucine italiane, la loro costante interazione con i flussi migratori.
Ecco perché mangiare è un processo collettivo: bisogna considerare le tante storie che compongono ricette e materie prime, vicende non monolitiche e identitarie, mentre mangiare da soli, al singolare, è negare la natura sociale del cibo.
Quest’interpretazione viene fuori anche dall’analisi di Martina Lo Cascio, che si interroga sul concetto di sovranità alimentare e sul cibo come resistenza. È essenziale avere sott’occhio i dati della produzione agroalimentare irrimediabilmente globale: se ne occupa Salvatore Cannavò. Gabriele Proglio ci ricorda che già nel Capitale Karl Marx tratta i temi della nutrizione, evidenziando come a ogni crisi e a ogni ciclo dell’accumulazione corrisponda un tipo specifico di adulterazione alimentare.
Ma, come si diceva, questa storia riguarda anche il modo in cui il cibo viene raccontato.
Anne-Laure White si chiede: quando nella cultura di massa si è cominciato a fantasticare sul tema?
Quando masticazione, digestione e immaginario sono diventate un tutt’uno?
Impossibile non pensare ai talent-show che ruotano attorno ai fornelli. Ecco allora che Selene Pascarella porta la rubrica della Ghigliottina dalle parti di MasterChef, che ha introdotto una considerevole dose di competizione ansiogena alla passione del cucinare. Dello stesso programma tv ci parla, intervistata da Simona Baldanzi, Eleonora Riso, che è stata la vincitrice delle tredicesima edizione e che invece di fare carriera in grandi ristoranti ha scelto di condurre laboratori culinari nei circoli Arci.
Daniele Garritano indaga la relazione tra cibo, memoria ed emozioni, visto che ormai per l’industria culturale i cuochi sono gli interpreti della condizione del paese. La turistificazione delle città si accompagna all’invenzione di storie, tradizioni e paesaggi.
Ecco allora che Alex Giuzio ci conduce nella Bologna della monocultura del viaggiatore-lampo. Anche Firenze ne è ostaggio: Simona Baldanzi racconta alcune lotte degli operai della ristorazione dentro la fabbrica-città gastronomica. Sempre parlando di lotte, vale la pena leggere l’intervista di Nicola Quondamatteo a Peter Schadt sulle lotte dei lavoratori dell’industria della carne per kebab in Germania. E il punto di vista, esposto da Federica Timeto, del veganismo femminista è una lente per guardare le contraddizioni e le soggettività all’opera.
Alla base di tutto, dei processi produttivi e di ciò che mettiamo a tavola, c’è il suolo.
Eleonora Chiri spiega che il terreno che nutre piante e animali non se la passa affatto bene (ci restano soltanto sessanta raccolti in tutto il pianeta!). Monica Di Sisto, scandagliando il nuovo accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur, ne desume che con la scusa delle esigenze geopolitiche si intensificano devastazione ambientale e concentrazioni produttive.
Sulla scorta di quarant’anni di osservazione del settore Pat Mooney, interrogato da Dora Mengüç, traccia il nesso tra controllo monopolistico dei semi e fragilità del sistema alimentare.
Altro esempio di vero e proprio oligopolio, è quello delle patatine fritte surgelate negli Usa: Katya Schwen spiega come quattro aziende controllino il mercato e facciano i prezzi. Bisogna spostarsi nel trevigiano, nelle terre del Prosecco, con Valeria Piro, Camilla de Ambroggi e Noemi Martorano, per vedere gli effetti negativi della produzione intensiva.
Di questi processi fanno le spese anche le aziende agricole piccole e medie.
Marco Fama, Sara Marano, Mimmo Perrotta e Maria Vasile si interrogano sul contraddittorio movimento dei trattori e sulle possibilità che agisca su un terreno di rivendicazione di diritti per tutti e tutte. Ogni cosa poi precipita negli scaffali dei supermercati.
Tocca a Beatrice Bianconi fornire il quadro della Grande distribuzione organizzata: tramite flessibilità e sfruttamento si fanno pagare i costi della filiera a lavoratori che, in periodo di pandemia, avevamo considerato essenziali. Un processo simile esiste nel mondo del franchising delle grandi catene della ristorazione, come scrive dagli Stati uniti Alex Park.
Dove sorgono anche rivendicazioni alternative, come la proposta di Zohran Mamdani di aprire botteghe alimentari comunali, ne dà conto da New York Alex Birnelf. Del resto, in Polonia soltanto una cosa sopravvive dai regimi socialisti: le mense collettive. Le racconta Owen Haterley.
Ci riporta nei conflitti attuali, e nelle esperienze di autogestione, la tavola rotonda imbandita e condotta da Martina Lo Cascio tra alcune delle realtà alternative di questo settore. Per fortuna al desco si apparecchiano anche resistenze e muto aiuto. Lo racconta lo storico Guido Farinelli, che raccoglie le storie di cibo e movimento operaio. Sapevate ad esempio che Lenin amava i cappelletti?