Decontribuzione? No grazie!

Dal blog https://jacobinitalia.it

Luca Lombardi 18 Giugno 2026

Non servono altri sgravi fiscali e contributivi alle aziende, occorre invece un aumento reale dei salari prendendo i soldi dai profitti

Nel panorama dei numerosi sgravi fiscali e contributivi, concessi alle aziende da un governo dopo l’altro, troviamo Decontribuzione Sud, misura inizialmente concessa a partire dal 2021 ma, come spesso succede in Italia, poi prorogata all’infinito.

Non è stato semplice perché c’era anche da convincere l’Unione europea che la misura rispettasse la normativa sugli aiuti di Stato, ma l’Ue ha detto che va tutto bene. Si tratta di un incentivo destinato ai datori di lavoro privati operanti nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, circa un terzo della popolazione italiana), con l’obiettivo di contenere gli effetti della pandemia e tutelare i livelli occupazionali in aree con situazioni di disagio socioeconomico.

Alle aziende è riconosciuta un’agevolazione che partiva dal 30% della contribuzione previdenziale a suo carico e si riduceva negli anni a seguire.

Questo per le imprese con meno di 250 dipendenti, per le altre è previsto un diverso esonero contributivo. Secondo la relazione tecnica che accompagnava il provvedimento, la misura avrebbe riguardato circa tre milioni di lavoratori. 

Decontribuzione Sud è solo l’ultima di una serie di provvedimenti del genere, da quelli all’assunzione a tempo indeterminato di under 35 (la Legge 205/2017) al Bonus Sud (la decontribuzione totale introdotta con la Legge di Bilancio 2019 per l’assunzione di disoccupati nelle regioni meridionali), ma si possono trovare sgravi contributivi per il Sud già dagli anni Settanta. È importante osservare che tutti i governi ne hanno fatto uso.

La misura di cui stiamo parlando la introdusse il governo Conte, ma è stata prorogata da Draghi e da Meloni. Non solo i governi, ma anche i sindacati sono spesso favorevoli.

In particolare la Cisl ha spinto perché Decontribuzione Sud rimanesse in pista con la motivazione che cancellare la misura avrebbe rappresentato un duro colpo per le aree del Sud. Questo, anche se era già emerso che buona parte dei nuovi di contratti di lavoro riguardava rapporti già attivati prima dell’introduzione dell’incentivo e che la misura è stata applicata a pioggia: quasi il 40% dei posti di lavoro nel Mezzogiorno ne ha beneficiato.

Il tutto con costi elevati e impatto nullo sull’occupazione .

Di recente, economisti della Banca d’Italia hanno pubblicato una ricerca  che analizza l’effetto della misura e che evidenzia come la riduzione del costo del lavoro abbia incrementato le vendite e i profitti delle imprese, ma senza effetti sull’occupazione o sui salari; inoltre, l’aumento dei profitti si è tradotto nella crescita della liquidità delle aziende piuttosto che in maggiori investimenti.

Queste conclusioni, che confermano le analisi svolte in precedenza, non dovrebbero sorprendere. Infatti, gli sgravi fiscali e contributivi non aumentano i salari complessivi e dunque la domanda aggregata, semplicemente riducono le risorse a disposizione del fisco e dell’Inps. Secondo i loro proponenti servirebbero ad aumentare l’occupazione, ma non aumentando il mercato interno, perché le aziende dovrebbero assumere nuovi lavoratori?

L’idea è che tenendo bassi i salari e quindi i costi aziendali, si esporterà di più. Questo però funzionerebbe solo se il costo del lavoro fosse una componente cospicua dei costi di produzione, tanto da recuperare i minori investimenti delle aziende italiane, e se il commercio mondiale stesse aumentando rapidamente, cosa che non succede più. Nell’epoca delle guerre commerciali il modello di sviluppo basato sulle esportazioni è particolarmente sbagliato. 

I propugnatori della misura fanno però osservare che l’occupazione è aumentata. Ora, sicuramente negli ultimi anni c’è stato un aumento complessivo dell’occupazione. Se usiamo i dati Inps, vediamo che se nel 2014 i lavoratori che pagavano i contributi erano 24,7 milioni, nel 2024 erano diventati 27 milioni.

Tuttavia, questo dipende principalmente dal fatto che i lavoratori non vanno più in pensione. Infatti, prendendo i dati disaggregati per fascia di età, osserviamo quanto segue:

Variazione 2014-2024 (dati in migliaia)
fino a 34 anni783
da 35 a 54 anni-1.119
da 55 a 64 anni2.085
65 e oltre580

Fonte: Inps, Rapporto annuale 2025 

Come si vede, l’aumento dipende dall’allungamento dell’età lavorativa. In particolare, gli over 65 che lavorano sono raddoppiati. Questi dati sono un’ulteriore conferma dell’inutilità della defiscalizzazione, che dovrebbe servire per i giovani. Insomma, come da ultimo confermato dallo studio della Banca d’Italia, la decontribuzione serve solo a sostituire lavoratori a cui si pagano contributi con lavoratori a cui se ne pagano meno o non si pagano affatto. 

L’effetto complessivo sui conti dell’Inps è rilevante. Nel 2024 gli sgravi hanno raggiunto i 33,65 miliardi, con un aumento del 34% rispetto all’anno precedente. A essi vanno aggiunte le «sottocontribuzioni» (cioè le riduzioni delle aliquote contributive per alcune particolari categorie di lavoratori o territori) che nel 2024 superano i 7 miliardi. 

Fonte: Inps, Rapporto annuale 2025 

Se consideriamo che l’ammontare dei contributi sociali per il 2024 raggiunge circa 263 miliardi di euro, si tratta di un fenomeno decisamente rilevante. Aggiungiamo che i contributi ristagnano anche perché i posti di lavoro ben pagati calano, mentre aumentano nei settori ricettività-turismo-intrattenimento o cura personale che hanno salari alquanto miseri.

Infine, ristagnano anche perché i salari reali sono calati. Sempre usando i dati Inps, vediamo che dal 2019 al 2024, l’aumento dei prezzi è stato del 17,4%, quello dei salari dell’8,3%. La stessa Inps commenta così: «Per le retribuzioni contrattuali si evidenzia dunque un vistoso disallineamento con l’inflazione che si approfondisce soprattutto nel 2022, quando l’inflazione sale di oltre 8 punti mentre le retribuzioni contrattuali di poco più di 1 punto» (Inps).

Quale alternativa?

Da anni i sindacati e il centrosinistra concepiscono la defiscalizzazione/decontribuzione come unica soluzione ai bassi salari e all’alta disoccupazione. «Riduciamo il cuneo fiscale!» è il mantra. Si tratta di una strada sbagliata come certificato da più fonti. La decontribuzione non aumenta gli occupati e schiaccia le entrate dello Stato e dell’Inps, riducendo dunque le risorse per pagare pensioni e servizi pubblici, in cambio di qualche soldo in più a carico della fiscalità generale. In pratica, sono soldi che i lavoratori prestano a sé stessi.

Non sono veri aumenti salariali, dato che produrranno una minore pensione e meno servizi in futuro.

Non è questa la strada. Bisogna aumentare i salari realmente, ossia prendendo i soldi dai profitti delle imprese.

In base ai dati forniti dall’Inps, solo per tornare ai salari reali di prima del Covid, bisognerebbe aumentarli del 10%. Per risalire alla quota che i salari avevano sul reddito nazionale prima degli anni Novanta bisognerebbe aumentarli di almeno un altro 10%. I profitti record degli ultimi anni hanno ingrassato i conti in banca e i portafogli finanziari dei super-ricchi ma non hanno prodotto investimenti e innovazione.

Lavoro povero chiama lavoro povero e l’Italia si avvita verso un modello di economia arretrata in cui si compete pagando sempre meno la forza lavoro. Considerare una misura «di sinistra» far dipendere la crescita dei salari e dell’occupazione dalla decontribuzione è lo specchio dello stato desolante della sinistra italiana di oggi.

*Luca Lombardi ha un dottorato di ricerca in economia. Lavora da oltre 25 anni nel settore bancario ed è un esperto di stabilità finanziaria ed economia internazionale.

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