Le volontà di potenza dell’Europa armata

Dal blog https://www.lafionda.org

20 Giu , 2026|Bruno Gravagnuolo

È tempo di fare chiarezza su USA e Ue. Ha ragione Goffredo Bettini quando, su X, constata la fine dell’asse euro-atlantico e invoca l’autonomia europea. E tuttavia questa Europa persegue in larga parte il fine di surrogare il vecchio asse dem-bideniano e neocon euro-occidentale, proseguendo al contempo l’espansione euro-NATO e radicalizzandola in senso bellico e industriale.

Il paradosso è questo. Con Biden questa Ue parlava ancora soltanto di sostegno all’Ucraina e c’era spazio per un suo ruolo mediatore, benché interrotto e frustrato dalla Gran Bretagna e dai richiami all’ordine di Stoltenberg. Come nel caso della trattativa in Turchia nel 2022, stroncata da Biden e Boris Johnson.

Oggi la situazione è più grave. Nelle parole di Kaja Kallas, rappresentante Ue per la politica estera, il ruolo di mediazione viene escluso in linea di principio. «Non possiamo fare da mediatori – dice l’ultras Kallas – siamo in guerra con la Russia e parte in causa». Affermazione gravissima e gravida di conseguenze pratiche e strategiche. Essa è rivolta infatti contro Costa, presidente del Consiglio europeo, candidato a un ruolo di mediatore con la Russia.

Dunque c’è qui una spaccatura dentro la Ue, tra chi questa guerra vuole tentare di chiuderla in qualche modo e chi invece vuole vincerla per trattare da pari a pari con Mosca, da nemico a nemico, e persino con un ruolo superiore agli USA di Trump. Italia, Spagna e Polonia spingono per Costa; i volenterosi – Germania, Francia e Gran Bretagna, asse trainante sul piano militare – oscillano fin qui tra il ruolo di piede armato a Kiev nel dopopace e quello di forza di peacekeeping. I baltici, invece, rivendicano apertamente un ruolo di guerra attiva e di contrasto amico-nemico, escludendo tentativi di mediazione e iniziative diplomatiche.

Sullo sfondo, però, ci sono due condizioni vincolanti. L’Europa tutta si è impegnata nella NATO con gli USA per un riarmo al 5 per cento del Pil entro nove anni. E si è legata mani e piedi all’America sul piano energetico e militare: importazioni di energia e 40 per cento delle commesse militari. Oggi quest’ultima quota è al 58 per cento. America che, a sua volta, impone sanzioni alla Ue contro la Russia, esimendosi però dal praticarle a se stessa.

In altri termini, Trump vuole una Ue colonizzata su dazi, sanzioni, armamenti ed energia. E al contempo la vuole destinata a fare da antemurale armato contro la Russia, per tenerla a bada nel momento stesso in cui, alle prese con la Cina, invoca tregua e spartizione in Ucraina.

Il tutto, va aggiunto, si inserisce in un quadro ancora più complesso. Eccolo: la salvaguardia competitiva dei massicci investimenti statunitensi ed europei nelle privatizzazioni del demanio ucraino. Circa 30 milioni di ettari di terra fin qui, a beneficio delle grandi multinazionali alimentari dei due continenti.

Giusto, quindi, che la Ue si liberi dalla tutela imperiale USA, che è stata poi l’innesco della guerra, evolutasi da civile a geopolitica. Giusto. Ma non certo per continuarne in prima persona e a pieno titolo la missione, in funzione sostitutiva degli Stati Uniti. E con un riarmo faraonico voluto dalla tedesca von der Leyen e dal finlandese Kubilius. Riarmo che avrebbe per obiettivi il rilancio dell’economia in chiave keynesiana e il consolidamento del peso imperiale di una Europa-civiltà a tutela dei propri asset proprietari nel granaio ucraino e in funzione antirussa.

In conclusione, la denuncia del trumpismo coloniale e mercantile armato è necessaria. Ma altrettanto necessaria è la critica della Ue come superpotenza post-americana – e in realtà connivente – che non solo non intende fare da mediatrice con la Russia, ma al contrario punta a una lunga guerra di posizione, integrando l’Ucraina nel proprio complesso militare-industriale come sua espressione politica.

È chiaro che, a queste condizioni, la guerra non si concluderà mai e, anzi, nelle intenzioni di una parte almeno dell’Unione Europea, deve continuare. Deve protrarsi come condizione di base per il rilancio della domanda aggregata e dello sviluppo produttivo, finalizzati a un disegno di superpotenza, ancorché velleitario e in definitiva catastrofico.

Sono perciò queste le vere contraddizioni in seno all’asse euro-atlantico e al suo blocco di interessi, conflittuale, armato e non armato. Ed è proprio dentro queste contraddizioni che una sinistra larga, alleata con il centro progressista, deve affondare la sua lama. Denunciando il Rearm Readiness e la NATO con un target di 6.800 miliardi entro il 2035, che la destra ha votato e dal quale oggi tenta di smarcarsi. Mentre proprio su questo il cosiddetto “campo largo” stenta ancora a fare chiarezza e opposizione incisiva, se non con il fragile e ancora generico argomento di una difesa «comune» e non nazionale. Laddove invece sia il Rearm sia l’Europa di guerra sopra descritta sono ormai ferinamente in campo, senza veli né inibizioni.

Di: Bruno Gravagnuolo

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