Hanno messo una muta da sub a degli scarafaggi cyborg

Dal blog https://www.futuroprossimo.it/

Gianluca Riccio 30 Giugno 2026

Quando ogni cunicolo è allagato e i droni si incastrano, l’unica speranza di trovare superstiti sono gli scarafaggi cyborg con la muta da sub. Perché state ridendo?

Sul tavolo in acciaio inossidabile di un laboratorio di biorobotica c’è un minuscolo parallelepipedo in resina trasparente. A una prima occhiata, sembra uno scarto di produzione, o magari uno di quei piccoli mattoncini Lego difettosi che sfuggono al controllo qualità. Invece è un serbatoio chimico ad altissima precisione.

È l’unica cosa, letteralmente l’unica, che si frappone tra la vita e la morte per asfissia per il nuovo esploratore di macerie sismiche. L’esploratore in questione non è umano, e da oggi non è nemmeno più costretto a restare all’asciutto. Stiamo parlando dei famigerati scarafaggi cyborg, una chimera in cui la biologia fa da motore e la meccanica da volante. E ora hanno anche le branchie.

Su Futuro Prossimo documentiamo questa strana e inquietante transizione biorobotica passo dopo passo. Lo facciamo perché è esattamente il tipo di ricerca pionieristica che costruisce davvero il nostro domani, ben lontano dai palchi illuminati a giorno della Silicon Valley.

Vi raccontammo dei primi e goffi prototipi alimentati a energia solare nel “lontano” 2022. All’epoca, gli scarafaggi cyborg si portavano sul carapace dei piccoli pannelli rigidi che si impigliavano irrimediabilmente al primo tondino di ferro piegato. Appena due anni dopo, alla fine del 2024, vi abbiamo mostrato la prima vera linea di montaggio progettata per dotare questa microfauna di microchip su scala industriale.

Ma per renderli una soluzione definitiva e affidabile per le squadre di soccorso umane mancava un tassello essenziale: la resistenza all’imprevedibilità meteorologica in una zona di disastro. Si, ragazzi, scafandrini per scarafaggi.

Respirare la chimica nel buio

Immaginate una palazzina di tre piani crollata su sé stessa dopo una violenta scossa sismica (mi rincresce evocare un’immagine del genere a pochi giorni dal terremoto in Venezuela che ha visto crollare diversi palazzi all’istante). I droni volanti non hanno scampo tra i calcinacci sospesi. Lo spazio di manovra si misura in millimetri, la polvere acceca i costosi sensori laser e le batterie durano il tempo di un respiro.

I rover meccanici, pure quelli sperimentali da mezzo milione di euro, si incastrano o si ribaltano alla prima asperità non mappata. La biologia, forgiata da milioni di anni di selezione spietata, aveva già in tasca la soluzione perfetta per la mobilità sui terreni disastrati. Agli ingegneri bastava prenderla in prestito. Il vero ostacolo operativo, però, era rappresentato dall’acqua piovana o dalle tubature rotte. Una fogna collassata e inondata diventava un muro invalicabile per i delicati circuiti appoggiati sul dorso degli insetti.

Per questo i ricercatori della Nanyang Technological University di Singapore, in stretta collaborazione con i colleghi della Waseda University in Giappone, hanno appena aggirato il problema alla radice. Come? Hanno stampato in 3D un guscio in polimero PMMA, un materiale plastico trasparente, robusto ed estremamente leggero. Non è un semplice impermeabile su misura per scarafaggi. È un vero e proprio generatore autonomo di aria.

La struttura ospita al suo interno una microscopica spugna sintetica, precedentemente trattata con biossido di manganese. Gli scienziati iniettano una singola goccia di perossido di idrogeno diluito nella camera principale e sigillano il foro di ricarica con un collante a raggi ultravioletti.

Il mix genera ossigeno puro in modo costante: questo gas viene poi incanalato mediante quattro tubicini in silicone, innestati in modo diretto nell’apparato respiratorio dell’insetto. In pratica, una maschera antigas a reazione continua.

Il peso silenzioso del timer

Le prove in laboratorio parlano chiaro. Le camere di test sono state saturate con anidride carbonica al 100% per simulare le sacche letali dei parcheggi sotterranei crollati. Il carico stampato in 3D pesa pochissimo e garantisce alla bestiola tre ore nette di esplorazione, permettendole di camminare agilmente sul fondo di una pozza torbida senza soffocare. La narrativa ufficiale si sofferma compiaciuta sulla facilità con cui questo apparato può essere sganciato a fine missione, ribadendo che l’operazione non procura danni a lungo termine all’animale.

C’è un aspetto puramente aritmetico, però, che spezza l’incantesimo umanitario: la goccia vitale a un certo punto si consuma. Scaduti i centottanta minuti concessi dalla chimica, la reazione di ossidazione crolla e la fornitura di aria pura cessa di botto. Se in quel preciso istante l’operatore remoto, al sicuro davanti ai suoi monitor, non ha già guidato lo scarafaggio cyborg fuori dal fango e dentro una bolla d’aria, l’insetto semplicemente annega. Muoiono imbracati nel polimero, asfissiati nel buio mentre cercano noi sotto i detriti.

Sul tavolo in acciaio inossidabile di un laboratorio di biorobotica c’è un minuscolo parallelepipedo in resina trasparente. A una prima occhiata, sembra uno scarto di produzione, o magari uno di quei piccoli mattoncini Lego difettosi che sfuggono al controllo qualità. Invece è un serbatoio chimico ad altissima precisione. È l’unica cosa, letteralmente l’unica, che si frappone tra la vita e la morte per asfissia per il nuovo esploratore di macerie sismiche. L’esploratore in questione non è umano, e da oggi non è nemmeno più costretto a restare all’asciutto. Stiamo parlando dei famigerati scarafaggi cyborg, una chimera in cui la biologia fa da motore e la meccanica da volante. E ora hanno anche le branchie.

Su Futuro Prossimo documentiamo questa strana e inquietante transizione biorobotica passo dopo passo. Lo facciamo perché è esattamente il tipo di ricerca pionieristica che costruisce davvero il nostro domani, ben lontano dai palchi illuminati a giorno della Silicon Valley.

Vi raccontammo dei primi e goffi prototipi alimentati a energia solare nel “lontano” 2022. All’epoca, gli scarafaggi cyborg si portavano sul carapace dei piccoli pannelli rigidi che si impigliavano irrimediabilmente al primo tondino di ferro piegato. Appena due anni dopo, alla fine del 2024, vi abbiamo mostrato la prima vera linea di montaggio progettata per dotare questa microfauna di microchip su scala industriale.

Ma per renderli una soluzione definitiva e affidabile per le squadre di soccorso umane mancava un tassello essenziale: la resistenza all’imprevedibilità meteorologica in una zona di disastro. Si, ragazzi, scafandrini per scarafaggi.

Respirare la chimica nel buio

Immaginate una palazzina di tre piani crollata su sé stessa dopo una violenta scossa sismica (mi rincresce evocare un’immagine del genere a pochi giorni dal terremoto in Venezuela che ha visto crollare diversi palazzi all’istante). I droni volanti non hanno scampo tra i calcinacci sospesi. Lo spazio di manovra si misura in millimetri, la polvere acceca i costosi sensori laser e le batterie durano il tempo di un respiro.

I rover meccanici, pure quelli sperimentali da mezzo milione di euro, si incastrano o si ribaltano alla prima asperità non mappata. La biologia, forgiata da milioni di anni di selezione spietata, aveva già in tasca la soluzione perfetta per la mobilità sui terreni disastrati. Agli ingegneri bastava prenderla in prestito. Il vero ostacolo operativo, però, era rappresentato dall’acqua piovana o dalle tubature rotte. Una fogna collassata e inondata diventava un muro invalicabile per i delicati circuiti appoggiati sul dorso degli insetti.

Per questo i ricercatori della Nanyang Technological University di Singapore, in stretta collaborazione con i colleghi della Waseda University in Giappone, hanno appena aggirato il problema alla radice. Come? Hanno stampato in 3D un guscio in polimero PMMA, un materiale plastico trasparente, robusto ed estremamente leggero. Non è un semplice impermeabile su misura per scarafaggi. È un vero e proprio generatore autonomo di aria.

La struttura ospita al suo interno una microscopica spugna sintetica, precedentemente trattata con biossido di manganese. Gli scienziati iniettano una singola goccia di perossido di idrogeno diluito nella camera principale e sigillano il foro di ricarica con un collante a raggi ultravioletti.

Il mix genera ossigeno puro in modo costante: questo gas viene poi incanalato mediante quattro tubicini in silicone, innestati in modo diretto nell’apparato respiratorio dell’insetto. In pratica, una maschera antigas a reazione continua.

Il peso silenzioso del timer

Le prove in laboratorio parlano chiaro. Le camere di test sono state saturate con anidride carbonica al 100% per simulare le sacche letali dei parcheggi sotterranei crollati. Il carico stampato in 3D pesa pochissimo e garantisce alla bestiola tre ore nette di esplorazione, permettendole di camminare agilmente sul fondo di una pozza torbida senza soffocare. La narrativa ufficiale si sofferma compiaciuta sulla facilità con cui questo apparato può essere sganciato a fine missione, ribadendo che l’operazione non procura danni a lungo termine all’animale.

C’è un aspetto puramente aritmetico, però, che spezza l’incantesimo umanitario: la goccia vitale a un certo punto si consuma. Scaduti i centottanta minuti concessi dalla chimica, la reazione di ossidazione crolla e la fornitura di aria pura cessa di botto. Se in quel preciso istante l’operatore remoto, al sicuro davanti ai suoi monitor, non ha già guidato lo scarafaggio cyborg fuori dal fango e dentro una bolla d’aria, l’insetto semplicemente annega. Muoiono imbracati nel polimero, asfissiati nel buio mentre cercano noi sotto i detriti.

L’etica animale, quando si parla di soccorritori biologici monouso su vasta scala, viene rinviata a data da destinarsi.

Le specifiche del prototipo asiatico

Pubblicazione: Indagine ingegneristica congiunta della NTU (Singapore) e Waseda University (Giappone), pubblicata su Nature Communications.

Le tempistiche per un impiego sul campo

Orizzonte stimato: 3-5 anni per la variante resistente all’acqua.

Il nodo da sciogliere, molto più complesso della chimica di base, è la trasmissione in radiofrequenza. Un segnale radio civile penetra con enorme difficoltà lo spessore del fango bagnato, e i trasmettitori ultra-leggeri incollati sul dorso dell’insetto faticano enormemente a inviare dati dal fondo di una pozza sommersa. Vedremo queste unità cibernetiche prima nei collaudi strutturali di condutture industriali, e solo in seguito nelle unità della protezione civile.

Mentre i giuristi dibattono se concedere diritti legali e protezioni formali alle api, nei laboratori si trasformano i blattoidei in sonde biologiche usa e getta. Il pragmatismo tecnologico detta legge in modo brutale e affascinante. Ci prestano le zampe per salvarci la vita, noi gli attacchiamo addosso un timer inesorabile per la sopravvivenza.

Funziona, senza alcun dubbio.

Almeno finché dura il perossido.

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto – Studi e competenze per scenari futuri.

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