Dal blog Krisis.info
Krisis.info 09/07/26
Pur senza una strategia agricola comune, il Sud globale fa della terra una leva di autonomia nazionale e di influenza internazionale.
«Le spigolatrici», dipinto da Jean-François Millet nel 1857. Wikimedia Commons. Licenza: Public Domain.
Grano, fertilizzanti, riserve strategiche e corridoi commerciali sono ormai parte della competizione tra Stati. La Cina punta su stoccaggi e approvvigionamenti controllati, la Russia sulla centralità delle esportazioni agricole, mentre India e Brasile difendono stabilità interna e proiezione regionale. Ne emerge una nuova geografia della sicurezza alimentare, dove i mercati globali sono costretti ad adattarsi alle strategie delle economie emergenti.
IN BREVE
Nuovo interregno La fine del low cost spezza le catene logistiche occidentali. I mercati si piegano al peso materiale e alle traiettorie di sviluppo dei BRICS.
Prezzi paralleli Senza un blocco unico, per sfidare l’Occidente basta l’indispensabilità strategica di riserve e valute locali.
Sovranità alimentare Il cibo è la nuova arma geopolitica silenziosa. Il settore primario viene sottratto al libero mercato per garantire l’autonomia nazionale.
Asse Mosca-Pechino Mentre la Russia punta sull’export di grano e fertilizzanti, la Cina si blinda con stoccaggi strategici. Insieme ridefiniscono le regole della distribuzione globale.
Strategie di sopravvivenza In un mondo diviso da faglie, Brasile e India usano la produzione agricola anche come leva di stabilità e peso regionale.
Nella prima parte di questa intervista, realizzata in collaborazione con Andrea Pincin, il professor Fabiano Escher, Docente nel Dipartimento di Sviluppo, agricoltura e società dell’Università federale rurale di Rio De Janeiro, ha ricostruito la fine dell’era del cibo a basso costo. Quello che per decenni era sembrato un dato naturale della globalizzazione – energia conveniente, trasporti fluidi, fertilizzanti accessibili, rotte aperte e mercati capaci di nutrire il mondo – si è rivelato un equilibrio fragile, esposto agli choc finanziari, alle guerre, alle sanzioni e alla crisi delle catene logistiche. In questa seconda parte, il discorso si sposta un passo più avanti. Se il vecchio ordine alimentare non garantisce più stabilità, chi può riscriverne le regole?
I BRICS controllano all’incirca il 45-50% della produzione globale di cereali e il 42% delle terre coltivabili del mondo, ma non hanno una politica agricola comune. Una debolezza o un vantaggio per rimodellare il sistema?
«Vi sono differenze strutturali tra i vari Paesi. Ma il concetto di fondo che lei ha espresso è corretto. I BRICS rappresentano una quota enorme della popolazione mondiale, della terra, dell’acqua dolce, della produzione alimentare, dei fertilizzanti, del commercio di cereali e della domanda dei consumatori. (…)
La vera domanda è se questo peso materiale possa tradursi in un potere istituzionale per questi Paesi. La mia risposta è sì, ma in modo eterogeneo e non attraverso una politica agricola comune.
I BRICS non sono l’Unione Europea: non hanno un budget agricolo comune, un regime di sovvenzioni, norme sanitarie, riserve alimentari o persino un’autorità sovranazionale in grado di disciplinare le politiche nazionali.
Date queste differenze, non mi aspetto niente di simile a una politica agricola comune nei BRICS come avviene in Europa. La Cina, per esempio, è un enorme importatore con una strategia per la sicurezza alimentare incentrata sullo Stato.
La Russia, a sua volta, è un grande esportatore di grano e fertilizzanti.
Il Brasile è una potenza dell’agrobusiness, specialmente in settori come soia, mais, carne, zucchero e caffè.
L’India è un produttore gigantesco, ma è anche un Paese in cui i prezzi dei generi alimentari, gli acquisti pubblici, le sovvenzioni e le dinamiche politiche degli agricoltori sono temi esplosivi.
Il Sudafrica, a sua volta, gioca un ruolo più limitato ma importante nei mercati alimentari regionali in Africa.
Questi interessi sono diversi e non convergono automaticamente: ci sono gli esportatori e gli importatori che non vogliono la stessa cosa, così come le grandi aziende di agrobusiness e i piccoli agricoltori. Ci sono i Paesi preoccupati per l’inflazione alimentare e quelli preoccupati per le entrate derivanti dalle esportazioni.
Tutti hanno priorità diverse e la mancanza di coordinamento è un fatto reale. Limita la capacità dei BRICS di agire come blocco agricolo unificato, di stabilizzare i prezzi dei cereali, di gestire le riserve o di sostituire le istituzioni dominate dall’Occidente per quanto riguarda la governance alimentare. Ma questa è solo metà della storia. E qui entra in gioco l’elemento chiave, l’argomentazione principale del mio libro: i BRICS non stanno trasformando il regime alimentare globale agendo come un blocco unico.
Lo stanno trasformando attraverso le loro diverse traiettorie di sviluppo. Il loro potere deriva dal fatto che ciascuno di loro occupa una posizione strategica nel sistema agroalimentare globale.
La Cina, ad esempio, trasforma i mercati attraverso la domanda, le riserve, le aziende statali, il finanziamento delle infrastrutture e le strategie di approvvigionamento.
La Russia opera attraverso il grano, i fertilizzanti, i corridoi marittimi ed eurasiatici e la diplomazia legata alla sicurezza alimentare.
Il Brasile lo fa attraverso la soia, la carne, le frontiere terrestri, la logistica, le competitive esportazioni dell’agrobusiness e anche con la protezione della sua agricoltura familiare. L’India interviene con il riso, le scorte pubbliche, la distribuzione interna e il peso politico degli agricoltori che hanno protestato negli ultimi anni, nonché grazie al suo vastissimo mercato di consumatori.
Quindi, pur senza avere una politica agricola comune, i BRICS rimodellano il sistema agroalimentare perché i mercati globali devono adattarsi alle loro decisioni nazionali. Nel mio libro sostengo che i BRICS non sono semplicemente oggetti all’interno dei regimi alimentari: sono organizzatori del cambiamento dall’interno, ma organizzano questo cambiamento in modo disomogeneo.
Il contesto più ampio in cui si stanno organizzando è ciò che Antonio Gramsci chiamava «interregno», il momento in cui il vecchio ordine sta morendo ma il nuovo non riesce ancora nascere. È un momento in cui l’egemonia occidentale è indebolita, ma deve ancora essere sostituita da un nuovo ordine stabile che non è ancora arrivato. In questo contesto, i BRICS non aboliscono il vecchio sistema, ma lo pluralizzano, lo rendono più policentrico.
Lasciatemi spendere due parole sulla borsa cerealicola dei BRICS, che è un buon esempio.
Non si tratta di una politica agricola comune e nemmeno di un’alternativa pienamente funzionante alle borse di Chicago o Londra. Ma dal punto di vista politico è significativa, perché dimostra un tentativo di passare dal mero peso materiale al potere istituzionale. Se i BRICS sono grandi produttori, consumatori, importatori ed esportatori di cereali e fertilizzanti, perché la determinazione dei prezzi, i pagamenti, le assicurazioni, la gestione del rischio, i parametri di riferimento per le materie prime e gli standard di qualità dovrebbero rimanere così dipendenti da istituzioni dominate dall’Occidente?
Ovviamente ci sono degli ostacoli: liquidità, fiducia, standard di qualità, valute nazionali, tassi di cambio, infrastrutture, concorrenza con altre borse e perfino gli interessi divergenti tra importatori ed esportatori all’interno dei BRICS.
Non vorrei esagerare l’importanza della borsa dei BRICS, perché negli anni a venire potrebbe rimanere limitata. Ma, anche solo come progetto, rivela una visione, una direzione. I BRICS non stanno costruendo uno status agricolo unico, non sono un blocco, ma stanno costruendo istituzioni parallele, parziali e flessibili per espandersi, guadagnando così spazio. Il loro potere risiede meno nell’unità che nell’indispensabilità strategica, per così dire.
Non possiamo pensare al commercio agricolo mondiale senza considerare il ruolo dei BRICS. Quindi sì, c’è una lacuna nel coordinamento, non c’è una politica comune unificata, ma questo non neutralizza la loro influenza. I BRICS, nonostante questo divario di coordinamento, possono rimodellare il sistema alimentare globale perché il regime alimentare stesso sta diventando più frammentato, geopolitico e policentrico. Pertanto, i BRICS rappresentano la condizione per gestire questa situazione nella critica congiuntura in cui viviamo oggi».
Ma i BRICS possiedono una dottrina condivisa sulla sovranità alimentare, oppure ogni Paese sta semplicemente facendo il proprio gioco?
«Non direi che i BRICS abbiano una dottrina sulla sovranità alimentare condivisa in senso generale. Ogni Paese fa il proprio gioco. Ma questi giochi non sono disconnessi gli uni dagli altri: c’è una direzione comune, ovvero l’idea che la sicurezza alimentare sia sempre più intesa come parte della sovranità nazionale, dell’autonomia geopolitica e del potere dello Stato. E in questo contesto, per chiarire cosa intendiamo per dottrina della sicurezza alimentare o della sovranità alimentare, è utile distinguere tra due significati del concetto di sovranità alimentare. È un tema controverso.
Da un lato, si ha l’accezione del movimento sociale, dove sovranità alimentare significa un controllo democratico sulle terre, sulla produzione, sui mercati, sulle diete e sulla riproduzione ecologica per le persone, non per lo Stato. In questo senso, i BRICS non hanno un progetto di sovranità alimentare condiviso. Tuttavia, in un senso geopolitico – che è il senso predominante, per esempio, nella politica agricola russa – la sovranità alimentare significa capacità statale di garantire gli approvvigionamenti interni, ridurre la vulnerabilità di fronte a potenze ostili, controllare le materie prime strategiche e utilizzare il cibo, i fertilizzanti, la logistica e l’accesso ai mercati come strumento di potere. In questo senso, la Cina e la Russia sono decisive.
La Russia ha utilizzato questa caratteristica per accrescere il suo peso geopolitico. Dimitri Medvedev, prima del conflitto russo-ucraino, ha dichiarato che per la Russia il cibo è un’arma silenziosa, molto più importante dell’export militare. Questo non perché la Russia abbia limitato il proprio export agricolo per creare carestie in altri Paesi: al contrario, il grano e i fertilizzanti russi sono diventati indispensabili per molti Paesi: solo in Brasile l’80% dei fertilizzanti è importato dall’estero, specialmente dalla Russia.
La Cina è differente. Non è un grande esportatore, ma un grande produttore e importatore. La Cina agisce come un gigantesco importatore di cibo e derrate alimentari. La Cina ha una propria politica di stoccaggi strategici, riserve, diversificazione delle importazioni. La sovranità alimentare della Cina non è l’autarchia, è una interdipendenza controllata nel mercato internazionale, dove lo Stato ricerca l’autosufficienza in taluni principali prodotti, tra cui i cereali, mentre utilizza il mercato per gli altri alimenti.
Questa è la dottrina di sicurezza alimentare cinese anche nell’ultimo piano quinquennale. In questo contesto di trasformazione del regime agroalimentare internazionale, la Cina e la Russia hanno una posizione prevalentemente di definizione di nuove regole, mentre l’India e il Brasile hanno una posizione di maggiore adattamento alle nuove regole del gioco. La mia risposta è che i BRICS non hanno una dottrina condivisa sulla sovranità alimentare, ma condividono le lezioni della storia. La Cina e la Russia sono degli sfidanti e hanno introdotto la sovranità alimentare come leva geopolitica, mentre Brasile, India e Sud Africa seguono e si adattano, utilizzando le politiche alimentari e agricole per difendere la propria stabilità interna e la loro influenza regionale.
Questo è il vero motivo per cui la sovranità alimentare è diventata strategica. Non riguarda solo la possibilità di nutrire la popolazione, poiché nessuno Stato serio crede che il settore primario possa essere lasciato completamente libero alla gestione del mercato. È la capacità di controllare le infrastrutture per la sopravvivenza in un mondo percorso da faglie».
Testo tratto da:
(traduzione dall’inglese a cura di Krisis).

Think Brics Think tank e media indipendente dedicato all’analisi geopolitica ed economica dei Paesi BRICS e del Sud Globale. Offre chiavi di lettura alternative alle narrazioni occidentali per comprendere i nuovi equilibri di potere. Il progetto opera tramite un Media Hub divulgativo su Substack e YouTube, un’Academy formativa e un Institute di consulenza strategica. Le sue principali aree di ricerca includono la de-dollarizzazione, la Bricsonomics, i nuovi corridoi logistici e la sovranità tecnologica.