Sotto il cielo di Cerignola

Dal blog https://comune-info.net/

Antonio de Lellis 10 Luglio 2026

Nelle campagne di Cerignola, nella Capitanata, il più grande bacino di produzione di pomodoro da industria in Europa, vive Alì: è da dodici anni in Italia ma ora non può più andare al lavoro perché i suoi occhi sono stati accecati dal sole, da anni di schiavitù. Nelle campagne di Cerignola migliaia di Nessuno di origine africana sopravvivono in tuguri senza bagni e servizi, molte sono fatiscenti case rifugio dell’Ente Riforma costruite negli anni cinquanta.

A Cerignola c’è anche un pezzo di cimitero dei senza nome, sono per lo più quelli che il sistema chiama braccianti. Scrive Antonio De Lellis in un reportage dedicato a questo pezzo di terra del Tavoliere delle Puglie: “Le persone incontrate in questo lager a cielo aperto sono vittime del caporalato? Certo, ma anche di un sistema che non usa solo armi da fuoco, ma quelle dello sfruttamento, della schiavitù, della normalizzazione della violenza economica e sociale…”. Una domanda: ma i libri di storia e i grandi media non dicono che la fine della schiavitù è avvenuta nel corso del XIX secolo?

Quello che abbiamo visto sotto il sole di luglio, a Tre Titoli e a Pozzo Terraneo nel comune di Cerignola (Foggia), insieme agli operatori della cooperativa Oasi 2 di Trani, è qualcosa di drammaticamente incredibile, che forse non si può raccontare appieno, tanto è profonda la ferita e il dolore per l’indignazione che lasciano nell’anima.

Dinanzi a noi migliaia di persone segregate in una campagna estesa senza orizzonte e senza riferimenti, vivono in ripari disperati, in tuguri, senza bagni e servizi, con grandi cisterne di acqua, offerte dal comune, in parte bucate, o in tende peggiori dei Pollai. Le case “rifugio” sono quelle dell’Ente Riforma, costruite a metà degli anni cinquanta del secolo scorso. Sono case ormai abbandonate dagli italiani fin dagli anni Settanta, fatiscenti, pericolose. Alcune con tetti crollati, altre bruciate.

Sono circondate da rifiuti di plastica, ma anche da bidoni metallici che fanno gola a raccoglitori di ferro locali che con i loro furgoni lucrano sugli schiavi neri senza chiedersi il perché di una simile condizione.

Le persone schiave, per lo più africane, del Ghana, del Burkina Faso e della Nigeria, tornano dal lavoro verso le ore 12, altri continuano a lavorare sotto il sole implacabile. Hanno attraversato la Libia e si considerano fortunati per essere sfuggiti alle angherie, sevizie, torture, e poi il mare, padre e patrigno, che li separava dal nostro mondo. Sono arrivati in Italia, sperando in una vita che sapevano dura, ma non così.

E oggi vivono in un carcere a cielo aperto, obbligati a spaccarsi la schiena sotto il cielo, per coltivare la terra e raccogliere i frutti che arrivano sulle nostre tavole.

Alì, da dodici anni in Italia, non può più andare al lavoro perché i suoi occhi sono accecati dal sole, da anni di schiavitù. Ma Alì ride ascoltando il nostro inatteso slang nigeriano e ci racconta la sua vita in quel dolore. Ci fa vedere come vivono in una casa di muratura annerita da abbandono, incuria e umidità. Ci dice di quante persone ci vivono e proprio in quel momento i suoi amici tornano dal lavoro, cotti dal caldo, sporchi e sudati e tristemente sorridenti, mentre il sole si fa nemico.

Abbiamo vissuto ore di accoglienza, ascoltato storie drammatiche, di persone accecate dal sole, dalle ore di duro lavoro in aperta campagna, senza alcuna protezione. Ma vi sono storie che non avremmo mai voluto raccontare, come quella di ragazze minorenni, in compagnia di una giovane donna che si dichiarava la loro madre.

Le ragazze non vanno a scuola e una di loro è molto truccata. Vivono in una casa adibita solitamente a persone bulgare e anche loro dichiarano di esserlo. Perché quell’immagine ci resta nel cuore e ci apre ad abissi inconfessabili? Nei racconti degli operatori storie coraggiose di denuncia di schiavi che però sono stati prontamente rimpiazzati da altri, di morti nei campi o sul ciglio della strada impraticabile e sconnessa come la realtà.

La storia di un cimitero dei senza nomi a Cerignola, ci lascia come un sinistro e amaro presagio dell’esito probabile di molti di loro. Abbiamo visto come sia drammaticamente vero che il sistema economico sfrutta questi lavoratori al di fuori di ogni diritto e senza alcun rispetto per la dignità umana.

Le persone incontrate sono oppresse dalla nostra economia di guerra, perché di questo si tratta, di una vera economia di guerra. La loro condizione disumana ci interroga e ci pone dinanzi a un bivio. Come scrive Francesca Albanese nel suo libro intitolato La luce del risveglio, riprendendo Jason Hickel,

“il capitalismo ha bisogno di un assetto imperiale per esistere: lavoro a basso costo e risorse naturali a buon mercato, che si possono ottenere in casa fino a un certo punto, prima che le contraddizioni esplodano. Per questo il capitale ha sempre avuto bisogno di cercare anche una parte esterna da sfruttare, ed è qui che entra in gioco il colonialismo.

Ogni Paese del Sud globale che prova a organizzare le sue risorse attorno ai bisogni della propria popolazione viene attaccato, perché la sua sovranità è un ostacolo per i profitti dei potenti del mondo. Lo si bombarda, se ne distrugge l’infrastruttura, lo si rende di nuovo a buon mercato”.

Si generano così esodi epocali forzati che sostengono le stesse economie capitaliste/criminali/mafiose. Sì, perché dietro questo sistema c’è la mafia locale parassitaria, pronta a lucrare sul mercato della schiavitù. Questo è il contesto nel quale maturano le migrazioni illegali e programmate che alimentano la fabbrica del consenso della re-migrazione.

Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze? Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze di un lavoro dignitoso, se non ci sono sicurezze sui luoghi di lavoro, se non ci sono le sicurezze dell’istruzione, della sanità?

Siamo andati lì pensando di affrontare in modo diverso il tema della pace e per capire se legata ai temi del lavoro e delle sicurezze e non della sicurezza propaganda e rassicurante, falsa e omicida su cui alcuni lucrano politicamente con il rischio di una egemonia culturale del rifiuto del diverso. E abbiamo notato come i tre temi siano intimamente legati.

Come si può parlare di pace se queste sono le condizioni di lavoro e di vita?

Le sicurezze, invece non sono mai “contro”, ma “per”, sono quelle fondamentali, quelle che ci aiutano a vivere una vita dignitosa.

Ma ritornando ad una apparente realtà, ci chiediamo: le persone incontrate in quel lager a cielo aperto sono vittime del caporalato?

Certo, ma anche di un sistema che non usa solo armi da fuoco, ma quelle dello sfruttamento, della schiavitù, della normalizzazione della violenza economica e sociale. Leone XIV, durante la sua visita a Lampedusa, ha sottolineato l’importanza di non “passare oltre” e di prendere decisioni per aiutare i migranti. Ha detto che “i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”.

Ha anche chiesto all’Europa di affrontare la crisi migratoria con politiche condivise e organiche, evitando la logica della forza e promuovendo la pace e la compassione. L’avere introdotto leggi ancora più restrittive e oppressive peggiora e perpetua questa schiavitù senza un’apparente uscita, che non sia quella di abolire di nuovo questo insopportabile sistema della schiavitù che ancora oggi esiste e persiste. La schiavitù è una guerra all’umanità, ed è qui sotto i nostri occhi, e sotto il cielo non solo di Cerignola.

Mentre scriviamo queste drammatiche righe, e guardiano il mare bello sotto il sole amico, ci tornano alla mente quei racconti in cui il mare e il sole diventano nemici. Non vogliamo dimenticare quello che abbiamo visto e desideriamo che ne abbiate memoria perché anche voi proviate il pianto in gola e il coraggio di lottare nella speranza che sia abolita la schiavitù oggi in Italia.


Antonio De Lellis (Pax Christi e Attac) (con il contributo di idee di Fabrizio Aroldi, Luigi Muzio e Rosetta Placido, Pigi, Alessandra e Luisa)



Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.