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Christopher Ceresi – Giulia Sezzi – Ludovico Intruglio – Maddalena Scotti 10 Luglio 2026
Un invito a discutere per andare oltre le gabbie degli Stati-nazione, per riconnettere città e territori ribelli, comunità in lotta, reti mutualistiche, sindacati, movimenti e istituzioni democratiche dal basso
L’Europa, nonostante tutto: così Marco Bertorello titolava un bell’articolo uscito recentemente su Jacobin Italia. Noi rilanciamo il suo invito a discuterne, scrivendo chiaramente: L’Europa per tutte. Il femminile è sovraesteso perché o è transfemminista o non è, e tutte sono le lotte che si possono unire sul piano europeo. Il tempo per farlo è ora.
Bruxelles, 14 giugno
Partiamo dal 14 giugno 2026: a Bruxelles oltre diecimila persone arrivate da tutta Europa hanno attraversato le strade della città per la manifestazione Welfare not Warfare, promossa dalla piattaforma Stop Rearm Europe. Delegazioni sindacali, reti sociali, soggetti politici: una composizione larga, tenuta insieme da una richiesta tanto semplice quanto difficile da realizzare: destinare risorse alla transizione energetica, all’istruzione, alla sanità, al lavoro, e non all’economia di guerra. In quelle tre parole – war, welfare, Europe – ci sono gli ingredienti del passaggio epocale che stiamo attraversando, e il fatto che se ne sia parlato a Bruxelles è un punto di partenza importante.
Quella sul riarmo europeo sarà una battaglia complessa: innanzitutto, è al centro della rottura del blocco occidentale; poi, la riconversione industriale come ogni trasformazione produttiva produce disoccupazione e crisi sociale, e questo sta segnando un cambio di passo nell’approccio del sindacato tedesco alla riconversione bellica; infine, lo sarà perché dentro i movimenti europei esistono storie, geografie e posizionamenti diversi: l’Est e il Mediterraneo, i paesi baltici e l’Italia, l’Ucraina e la Spagna, l’Irlanda e i Balcani non abitano dallo stesso punto di vista e allo stesso modo la guerra, la Nato, la sicurezza, l’energia e la crisi democratica.
La questione del riarmo europeo – e più in generale quella bellica – è il punto in cui si concentrano e si accelerano molte trasformazioni già in corso: riorganizzazione industriale, compressione della spesa sociale, chiusura autoritaria degli spazi democratici, controllo dei confini, competizione per le materie prime, estrazione di dati, crisi climatica. Per questo le lotte che abbiamo davanti assumono sempre di più una dimensione europea – sono europee o non sono, potremmo dire. È europea la battaglia sul diritto d’asilo, perché il nuovo Patto migrazione e asilo prova a istituzionalizzare un sistema di selezione, confinamento e respingimento delle persone in movimento. Sono europee tutte quelle questioni che richiedono risposte all’altezza della scala del problema, come la crisi climatica, il reddito, la casa, i diritti del lavoro e l’IA. È europea, infine, la lotta antifascista contro l’Internazionale Nera, che da parte sua si sta già organizzando a livello europeo e si sta strutturando in forme organizzative nuove sempre più definite che esprimono un progetto di società chiaro.
Di fronte a questa situazione, le rivolte e i conflitti che attraversano l’Europa nascono in punti diversi della filiera del capitalismo globale. In Albania e in Serbia si esprimono contro corruzione, autoritarismo e cattura dello Stato. In Italia, l’autunno ha mobilitato milioni di persone contro la brutalità del colonialismo israeliano e contro il Governo Meloni. In Ucraina è in corso una resistenza che non può essere consegnata alla propaganda. Le domande di libertà e giustizia assumono forme diverse, ma parlano dello stesso problema: chi decide il futuro dell’Europa?
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L’Europa, nonostante tutto
Una fase di tipo costituente
La tesi che abbiamo sostenuto negli ultimi mesi è che ci troviamo dentro una fase costituente per l’Europa. Non perché esista già un processo ordinato, progressivo e democratico di rifondazione, ma per la ragione opposta: l’Europa si sta ridefinendo comunque, anche senza di noi, dentro una crisi storica dell’ordine globale.
L’egemonia degli Stati uniti, che per decenni ha garantito l’ordine globale, si è disgregata. Le istituzioni che reggevano quel mondo – la Nato, l’Onu, il diritto internazionale, la democrazia liberale, il mercato globale come promessa di stabilità – sono entrate in una crisi profonda. Allo stesso tempo, il capitalismo ha assunto una funzione sempre più diretta di comando sulla società attraverso forme algoritmiche e automatizzate di estrazione del valore, in cui dati e IA diventano il cuore dell’accumulazione. In questa fase, nessuna potenza statale, imprenditoriale, tecno-oligarchica o religiosa autoritaria – ciò che potremmo definire come sottosistemi di potere – è riuscita ad affermarsi come guida egemonica del nuovo regime di accumulazione. Al contrario, assistiamo a una violenta competizione tra questi sottosistemi, dal momento che ognuno cerca di ritagliarsi spazi di potere all’interno delle nuove forme di comando capitalistico. Il risultato è un regime di guerra civile globale che prospera sulle macerie che crea.
Dentro questa crisi viene trascinata anche l’Europa per come l’abbiamo conosciuta dal secondo dopoguerra: l’Europa delle banche, dei mercati, delle frontiere esternalizzate. Sono saltati i presupposti su cui quella costruzione si reggeva. L’Europa si trova così, per la prima volta dopo molto tempo, a chiedersi cosa vuole fare da grande. Tuttavia, le risposte a oggi disponibili sono insufficienti. Gli Stati membri e le istituzioni neoliberali provano a salvare il vecchio mondo con riarmo, austerità, competizione industriale e controllo dei confini, puntando a confermare l’Unione europea quale ennesimo sottosistema di potere. Le forze reazionarie e conservatrici vogliono smembrare l’Europa per costruirne una di nazioni sovrane, bianche, patriarcali, cristiane e securitarie. Una parte della sinistra, infine, resta chiusa in una postura puramente difensiva, capace di dire cosa non vuole ma non ancora di contendere ciò che sta nascendo. Noi pensiamo che tali strade siano inservibili di fronte all’enormità del cambiamento: tra queste possibilità – diventare un blocco armato tra altri blocchi, dissolversi nell’Europa delle nazioni sovrane, restare un’appendice debole dell’Occidente – riteniamo che si possa aprire un’altra possibilità.
Per farlo, e per perseguire una politica di liberazione, occorre cogliere questa occasione per contendere l’Europa che verrà – o meglio, l’Europa che si sta già definendo a prescindere da noi. Che in questa contesa noi partecipiamo o meno farà una differenza enorme. Occorre fare la nostra Europa. E quando diciamo «nostra» non intendiamo un’identità chiusa, né una nuova sovranità proprietaria. Intendiamo uno spazio ampio, confederale, plurale, fatto di movimenti, territori, città ribelli, sindacati, reti sociali, lotte ecologiste, transfemministe, antirazziste, internazionaliste e democratiche che scelgono di incontrarsi non solo per resistere, ma per costruire un progetto.
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Per un cosmopolitismo di sinistra
Agire la fase costituente: alleanze e progetto
Nessuno può orientare da solo una fase costituente. Per contendere l’Europa servono alleanze larghe e un progetto comune. Le une senza l’altro rischiano di essere inefficaci: il progetto senza alleanze resta una dichiarazione astratta; le alleanze senza progetto sono incapaci di intaccare le rivoluzioni con cui il capitalismo dall’alto trasforma continuamente la società. Il punto, allora, è costruire uno spazio capace di tenere insieme soggetti diversi e, allo stesso tempo, produrre direzione politica.
Negli ultimi mesi, in Italia, queste due parole – alleanze e progetto – hanno attraversato una parte importante della politica di movimento, contribuendo alla nascita dello spazio No Kings. Centri sociali, sindacati di base e confederali, movimenti ecologisti e per la giustizia sociale, realtà transfemministe, associazioni, forze politiche, reti studentesche e soggetti della società civile hanno iniziato a sperimentare un metodo: riconoscere che i Re del nostro tempo non sono solo i governanti autoritari, ma tutte le forme di potere che provano a comandare la transizione epocale in cui siamo immersi in senso dispotico, estrattivo, patriarcale, coloniale e bellico. Dire No Kings significa allora aprire una possibilità politica più ampia: costruire un’alleanza tra ribelli e democratici.
Si tratta di termini larghi, da sostanziare nella pratica, non categorie morali già definite. Le ribelli non sono quelle che si rifugiano nel ritorno agli Stati-nazione, nel sogno di un comunismo che non c’è più o in posture campiste che scambiano ogni nemico degli Stati uniti per un attore di liberazione. Quella non è ribellione: è spesso conservazione, talvolta reazione. Ma ribellione non può nemmeno voler dire chiudersi in un’estetica del conflitto rivolta solo a chi è già convinto. Se la forza non incontra processi larghi, se non si misura con altri soggetti, altre storie, altre forme di vita, persino altre specie, resta testimonianza. Non intacca il nuovo livello dello scontro di classe. Allo stesso modo, le democratiche non possono essere definite da un’appartenenza morale o da un generico richiamo ai valori liberali. La democrazia, oggi, o si declina attorno a elementi materiali – reddito, salute, istruzione, casa, diritti del lavoro, giustizia climatica, libertà di movimento, autodeterminazione dei corpi, lotta al patriarcato, accesso alle tecnologie, ecc. – oppure non regge.
Portare No Kings oltre l’Italia significa sperimentare questo metodo sul piano europeo mettendo in relazione conflitto sociale e progetto costituente. Abbiamo bisogno di un’Europa in cui il no alla Nato e all’interferenza Usa si accompagnino al rifiuto di alleanze con ogni potenza imperiale o religiosa autoritaria: la libertà dell’Europa non può consistere nel passare da una dipendenza all’altra, ma deve significare autonomia dai blocchi, sostegno ai popoli aggrediti, rottura con l’economia coloniale delle risorse, costruzione di forme nuove di internazionalismo e cooperazione. Un’Europa in cui il no al regime dei confini si traduca in libertà di movimento: diritto d’asilo reale, cittadinanza di residenza, canali d’accesso sicuri, superamento dei centri di detenzione e delle esternalizzazioni. Un’Europa in cui il no all’Internazionale Nera diventi una politica antifascista europea capace di colpire le sue basi materiali. Un’Europa in cui il no ai tecno-oligarchi apra il tema della proprietà e del controllo delle infrastrutture digitali: dati, IA, reti, piattaforme e sistemi di sorveglianza non possono essere lasciati nelle mani di chi li usa per estrarre valore, ma sottratti al capitale in guerra e inseriti dentro un orizzonte di cooperazione sociale, conoscenza comune e giustizia climatica.
Da qui può prendere forma un’Europa radicalmente democratica, non bianca, non patriarcale, non proprietaria, non chiusa nella propria identità cristiana e coloniale. Un’Europa che riconosca la propria costituzione ibrida, meticcia, diasporica, già cosmopolita. Un’Europa confederale oltre le gabbie degli Stati-nazione, capace di riconnettere città e territori ribelli, comunità in lotta, reti mutualistiche, sindacati, movimenti e istituzioni democratiche dal basso. Un’Europa che collochi alla propria altezza minima la nuova lotta di classe, perché oggi la composizione tecnica e politica del lavoro, della cura, della migrazione, della ricerca, della formazione e della riproduzione sociale è già pienamente transnazionale.
Europe beyond the West. Bologna, 14 e 15 novembre 2026
Per costruire queste alleanze e definire il progetto europeo, c’è bisogno di tante e diverse: scienziate, sindacaliste, ecologiste, persone in movimento, persone razzializzate, studentesse, ricercatrici, attiviste, militanti internazionaliste in diaspora, persone queer, europarlamentari, consigliere comunali delle città ribelli, artiste, piratesse di flotte umanitarie; e ancora donne, uomini, soggetti liberi che sottraggono il proprio general intellect al capitale in guerra e ai nuovi Re per metterlo in comune.
Questa moltitudine di ribelli e democratiche, nella differenza dei propri territori, lotte e prospettive, può riconoscere in questo spazio-tempo europeo un’occasione per trasformare radicalmente l’esistente. Ne discuteremo durante l’assemblea nazionale No Kings a Genova del 18 luglio, e c’è già un primo appuntamento per costruire insieme questa prospettiva: Europe beyond the West, una conferenza di due giorni al Municipio Sociale Tpo di Bologna il 14 e 15 novembre 2026. La sfida è difficilissima e il lavoro da fare enorme. Scarpe rotte eppur bisogna andar, si diceva una volta. Ma, come cantano i 99 Posse, finalmente le scarpe sono nuove. E allora andiamo.
*Giulia Sezzi, Ludovico Intruglio, Maddalena Scotti e Christopher Ceresi, attiviste dei Municipi Sociali di Bologna.

