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Nicola Quondamatteo 14 Settembre 2026
Nel paese scandinavo la destra pare sconfitta di misura, ma anche nella punta di diamante della socialdemocrazia europea si paga il dazio del neoliberismo
L’estrema destra degli Svedesi Democratici aveva visto nelle elezioni per il rinnovo del Riksdag il passo finale verso la piena «de-diabolizzazione» e integrazione nel sistema politico. Un passaggio formale, per quanto carico di significato. L’integrazione sostanziale era già avvenuta quattro anni fa, quando nel castello barocco di Tidö si era negoziato il patto di governo. Fino ad allora, attorno agli Svedesi Democratici esisteva un cordone sanitario al punto tale che il primo ministro uscente del partito Moderato, Ulf Kristersson, aveva solennemente promesso a un sopravvisuto dell’Olocausto che mai avrebbe cooperato con l’estrema destra. Una promessa tradita dopo le parlamentari del 2022, appunto. Gli Svedesi Democratici erano arrivati al secondo posto e avrebbero supportato dall’esterno il governo delle destre borghesi tradizionali (moderati, cristiano-democratici e liberali).
La scommessa dell’establishment era quella di moderare il partito di Jimmie Åkesson. Nella realtà è avvenuto il contrario: gli Svedesi Democratici hanno incassato il dividendo della normalizzazione e le destre tradizionali – come avviene in tutta Europa, e non solo, in questo ciclo politico – si sono spostate a destra su immigrazione e politica penale, mentre venivano smantellate le politiche climatiche. Un po’ come, a livello continentale, accade quotidianamente durante la Commissione Von der Leyen II (deregolamentazione, archiviazione del Green Deal, politica migratoria concertata tra Ppe e tutto il composito fronte dell’estrema destra).
Åkesson aveva allora scommesso sulla rimozione dell’ultimo tabù: l’entrata diretta e in forze nel governo, con l’attribuzione di ministeri di peso. Le destre tradizionali avevano accettato, con diversi mal di pancia interni nel caso dei liberali. Del resto, in questi quattro anni la soglia del possibile è stata allargata a dismisura. Si pensi alle deportazioni di neo-maggiorenni con background migratorio nel paese di origine dei genitori (anche contesti poco sicuri come Egitto o addirittura Iran), mentre la famiglia rimaneva in Svezia. Non sorprendenti, da questo punto di vista, gli allarmi di Human Rights Watch, mentre Greta Thunberg levava indignata la sua voce verso il suo paese.
La campagna elettorale degli Svedesi Democratici ha così alzato il tiro. Il parlamentare Richard Jomshof si è apertamente definito islamofobo. A chi gli ha fatto notare che non tutti i musulmani corrispondono al suo stereotipo razzista, ha risposto sprezzante: «possono allora smettere di essere musulmani». Nella Svezia occidentale, il partito è arrivato a tappezzare i bus del trasporto pubblico con banner che recitavano: «ti manca Mogadiscio? La remigrazione ti aiuta a tornare a casa», scatenando le proteste di alcuni autisti di origine somala.
Ad ogni modo, l’assalto dell’estrema destra ai ministeri è stato respinto, sia pur di misura e con uno scarto inferiore rispetto ai sondaggi degli ultimi mesi e anche ai primi exit polls. Il blocco delle destre si ferma a 173 seggi, mentre i quattro partiti delle opposizioni ne ottengono 176. Magdalena Andersson, leader dei socialdemocratici ed ex prima ministra, avrà il compito di formare un governo – anche se il suo partito ottiene il 28,1%, risultato peggiore degli ultimi decenni (inferiore al 28,26% del 2018) – con una perdita, rispetto al 2022, di sette seggi. Gli Svedesi Democratici hanno perso terreno (17,6%, tre punti percentuali e undici seggi in meno rispetto alle elezioni precedenti), scavalcati dai Moderati (19,9%, due seggi in più rispetto al 2022).
Tobias Hübinette, ricercatore sui temi di razzismo, bianchezza e minoranze, scrive su X che gli Svedesi Democratici hanno perso parte dei propri elettori verso i Moderati, ma altri – in particolare giovani maschi – a favore di forze minoritarie alla loro destra. Formazioni che non entrano in parlamento, ma che costituiscono un fenomeno da monitorare nel panorama svedese per violenza e razzismo aggressivo, come fatto notare da Duroyan Fertl a proposito del partito Örebro. Leggera crescita per gli altri due partiti del blocco borghese, cristiano-democratici (6,2%, tre seggi in più rispetto al 2022) e liberali (5,4%, più tre seggi). Questi ultimi erano dati da molti sondaggi sotto la soglia di sbarramento del 4%, dal momento che parte del loro elettorato non digeriva la collaborazione con l’estrema destra.
Nel campo delle opposizioni, l’arretramento dei socialdemocratici è compensato dalla crescita degli altri potenziali alleati. La sinistra radicale passa da 24 a 29 seggi (8,2%). I centristi guadagnano un seggio, raggiungendo il 7,1%. Buon risultato anche da parte dei verdi, che guadagnano quattro seggi e ottengono il 6,1%. Il blocco di destra non ha la maggioranza e l’estrema destra è stata fermata. Due ottime notizie, ma il difficile viene ora. La campagna elettorale, specie da parte dei socialdemocratici, è stata molto timida, con concessioni significative alla retorica della destra su immigrazione e politica penale. Anche sui temi sociali (rilancio del welfare), il primo partito svedese non è sembrato garantire credenziali di combattività e affidabilità, tanto che parte dei suoi elettori hanno preferito premiare la sinistra radicale. Non a caso Leonidas Aretakis, direttore editoriale della rivista Flamman, di estrazione socialista, ha dimostrato qualche scetticismo sul fatto che alla sconfitta della destra possa seguire la messa in soffitta delle politiche della destra.
Questo scetticismo è motivato anche dai rapporti di forza tra i partiti di opposizione e, in particolare, dai programmi confliggenti tra sinistra radicale e centristi. Questi ultimi non hanno fatto mistero di preferire soluzioni di larghe intese rispetto a cooperare a livello ministeriale con la sinistra radicale, la quale intende entrare nel governo, dal momento che pensa che potrebbe incidere di più rispetto al fornire un supporto esterno ai socialdemocratici (soluzioni tattiche utilizzate in passato e che sono comuni nel parlamentarismo di alcuni paesi nordici). Del resto, da un lato ci sono ricette tipicamente liberali (i centristi sono stati a lungo partner delle destre tradizionali, per poi distanziarsene quando queste si sono avvicinate all’estrema destra), dall’altro si chiedono più tasse ai ricchi, investimenti pubblici, potenziamento del welfare e sua demercificazione (in particolare, universalismo delle cure dentali come ottenuto dagli omologhi danesi e eliminazione del profitto nel settore dell’educazione, tema molto sensibile nel dibattito svedese).
Questo conflitto, ad ogni modo, non si limita al mondo partitico ma ci dice qualcosa di più su cosa la Svezia è diventata nei decenni. Gli anni Settanta, quando Rudolf Meidner proponeva di andare oltre la società del welfare e intervenire direttamente sui rapporti di proprietà con la proposta dei fondi dei salariati, sono lontani. Il neoliberismo ha morso anche in quello che era il fiore all’occhiello della socialdemocrazia continentale. Stoccolma pullula di oligarchi tech, basti pensare a Spotify. Dal mondo industriale si sono levate critiche, cui il Financial Times ha dato voce, alle proposte della sinistra di aumentare la tassazione. L’interventismo politico diretto dei soggetti economici dominanti, nel mondo scandinavo, sta crescendo, come si era registrato anche in Danimarca con attori come Maersk che erano intervenuti in un analogo dibattito sull’equità fiscale. Ci sembra una spia di rinnovate disuguaglianze e di un conflitto tra democrazia e oligarchia che peserà nelle trattative per il governo e nella vita politica svedese.
Per analizzare il risultato è necessario anche comprendere il legame tra quanto avviene nel palazzo e quanto avviene nella società. Il compromesso socialdemocratico, nel paese che più al mondo lo aveva rappresentato, si era basato su un forte livello di istituzionalizzazione delle relazioni industriali. Per capire se si può rilanciare una politica di sinistra forse bisogna ripartire da lì. Tesla, sconfiggendo un lunghissimo sciopero del sindacato dei meccanici per chiedere la contrattazione collettiva, ha dato una spallata. Una sconfitta che dovrà far riflettere. Un settore deregolato e informale nei servizi è in crescita. Impiega manodopera migrante, con background migratorio o appartenente a minoranze etniche.
Qualche conflitto, nel settore della ristorazione, sta verificandosi, con il sindacalismo di base che organizza la forza lavoro unendo sul campo lotta per migliori condizioni di lavoro e sfida a politiche migratorie restrittive e razzismo. Un insegnamento importante per ricostruire prospettive di uguaglianza. Come non bisogna dimenticare che, sul piano elettorale, i nuovi cittadini svedesi di origine non europea sono stati decisivi per tenere gli Svedesi Democratici fuori dal potere. Si sono astenuti meno, hanno votato un po’ di più sinistra radicale e un po’ meno socialdemocratici. Potrebbe aver pesato anche la questione palestinese, ma ad ogni modo è un’altra spia di come un domani migliore passerà anche dal loro protagonismo.
*Nicola Quondamatteo è contrattista di ricerca in Sociologia pesso l’Università di Trento. Si occupa di relazioni industriali, organizzazione del lavoro, lavoro migrante e strategie sindacali. È autore di Non per noi ma per tutti. La lotta dei riders e il futuro del mondo del lavoro (Asterios 2019).