Petrolio e gas italiani contro la dipendenza dall’estero: quanto possono davvero incidere?
da http://www.greenme.it – Ilaria Rosella Pagliaro – 11 Settembre 2026
Quarantacinque giorni. È quanto concede il decreto a una Regione per esprimersi sui progetti di ricerca ed estrazione di petrolio e gas sulla terraferma. Se il termine scade nel silenzio, il Governo può concedere altro tempo, aprire il confronto e, se ritiene in gioco la sicurezza energetica, mandare un commissario ad acta. È una delle novità del decreto-legge 10 settembre 2026, n. 157, entrato in vigore l’11 settembre. Giorgia Meloni lo ha presentato con una promessa molto semplice: più petrolio e gas italiani per dipendere meno dall’estero e pagare meno. Basta accelerare le pratiche. Per la quantità di idrocarburi che abbiamo davvero, purtroppo, non è previsto alcun decreto.
Nello stesso videomessaggio la Presidente del Consiglio rivendica la crescita delle rinnovabili e torna anche sulla scelta di riaprire la strada del nucleare. Il menù energetico è ormai piuttosto ricco: sole e vento da festeggiare, atomo da preparare, petrolio e gas da sbloccare. Proprio sull’ultima voce c’è un piccolo problema di proporzioni. Il commissario può accelerare una pratica. La geologia, molto meno.
Nel 2025 l’Italia ha estratto 3,23 miliardi di metri cubi standard di gas naturale, il 12,2% in più rispetto all’anno precedente. È un aumento reale. Nello stesso anno, però, la domanda nazionale è stata di 63,42 miliardi di metri cubi. La produzione italiana ne ha quindi coperto circa il 5,1%. Il rubinetto esiste, certo, ma la portata è questa.
E vent’anni fa era decisamente più abbondante. Il Databook 2026 dell’UNMIG, l’ufficio del Ministero dell’Ambiente che segue le attività minerarie, registra nel 2005 una produzione di gas pari a 11,96 miliardi di Sm³: quasi quattro volte quella attuale. Nel 2025, inoltre, non è stato effettuato alcun ritrovamento di nuovi giacimenti di idrocarburi. L’ultimo riportato nella serie storica del gas risale al 2024; per il petrolio bisogna tornare molto più indietro.
Alla fine del 2025 le riserve certe di gas erano pari a 34,674 miliardi di Sm³, in calo dell’11,7% rispetto al valore dell’anno precedente una volta sottratta la produzione. Per avere un ordine di grandezza, equivalgono al 54,7% del gas consumato dall’Italia nel solo 2025. È un confronto di scala, ovviamente: le riserve certe sono quantità che hanno oltre il 90% di probabilità di poter essere prodotte commercialmente alle condizioni tecniche ed economiche considerate, non un serbatoio da svuotare tutto insieme entro Natale.
C’è poi una riga del rapporto ministeriale che vale più di molte dichiarazioni sull’autosufficienza. Negli ultimi vent’anni le riserve recuperabili di gas naturale – calcolate sommando quelle certe, il 50% delle probabili e il 20% delle possibili – sono passate da 139 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio nel 2005 a 42 milioni nel 2025. L’UNMIG attribuisce la diminuzione soprattutto al ridotto numero di nuovi ritrovamenti, insufficienti a compensare quello che viene estratto. Accelerare le autorizzazioni può sbloccare ciò che già conosciamo. Scoprire nuovo gas richiede qualcosa in più di una scadenza amministrativa.
Con il petrolio la scala cambia, il copione molto meno. Nel 2025 ne abbiamo prodotto 3,886 milioni di tonnellate, l’11% in meno rispetto al 2024. Le riserve certe erano pari a 76,952 milioni di tonnellate. Il 92% si trova sulla terraferma, soprattutto in Basilicata; per il gas la quota delle riserve certe onshore arriva al 76,8%. Si capisce quindi perché il decreto guardi proprio ai procedimenti terrestri. Si capisce un po’ meno come da queste quantità si possa saltare direttamente alla parola “indipendenza”.
Per petrolio e gas dipendiamo ancora dall’estero per oltre il 95%
Il dato più scomodo arriva da ISPRA. Nel 2024 l’Italia dipendeva dall’estero per il 95,8% del gas naturale e per il 95,5% dei prodotti petroliferi. La dipendenza energetica complessiva del Paese era al 75,8%. Sono percentuali che spiegano benissimo perché ogni Governo cerchi di ridurre le importazioni. Spiegano anche quanto sia enorme il divario da colmare partendo da una produzione nazionale che, per gas e prodotti petroliferi, pesa appena pochi punti percentuali.
Estrarre una quantità maggiore di gas o petrolio italiani può sostituire una parte delle importazioni, generare royalty e ridurre un pezzo dell’esposizione agli shock geopolitici. La promessa di “pagare meno”, però, corre più veloce dei dati disponibili. Nell’articolo del decreto dedicato all’accelerazione dei procedimenti ci sono termini, intese e poteri sostitutivi; non c’è un meccanismo che faccia arrivare automaticamente il gas estratto in Italia nelle bollette a un prezzo più basso.
Quanto possa incidere dipenderà dai progetti effettivamente sbloccati, dai volumi aggiuntivi, dai tempi con cui entreranno in produzione e dai prezzi sui mercati. Con un punto di partenza del 5,1% della domanda nazionale di gas, promettere già ora un effetto riconoscibile sulla fattura richiede qualche passaggio in più.
Sul petrolio il percorso è ancora diverso: aumentare la produzione nazionale può ridurre una quota delle importazioni di greggio, mentre benzina e gasolio continuano a muoversi dentro un mercato internazionale. Essere italiani, purtroppo, non conferisce ai barili un lasciapassare contro le quotazioni mondiali.
Mentre il Governo cerca di far correre più velocemente quello che abbiamo sotto i piedi, sopra sta già succedendo parecchio. Nel 2025 il fotovoltaico italiano ha prodotto 44,3 TWh di elettricità, nuovo record storico e il 25,1% in più rispetto al 2024. Sette mesi dopo, al 31 luglio 2026, la potenza fotovoltaica installata aveva raggiunto 47,30 GW e quella eolica 14,0 GW: insieme fanno circa 61,3 GW.
Nel solo mese di luglio la produzione fotovoltaica è cresciuta del 20,6% rispetto a un anno prima. E non è stata soltanto una questione di sole più generoso: Terna attribuisce gran parte dell’aumento proprio alla nuova capacità entrata in esercizio.
Sole e vento richiedono reti, accumuli, flessibilità e un sistema elettrico capace di gestire una produzione variabile. L’indipendenza energetica, però, regala loro un vantaggio piuttosto elementare: la fonte primaria non dobbiamo comprarla da nessuno. ISPRA calcola infatti per le rinnovabili una dipendenza estera di appena il 6,1% e collega la crescita di fotovoltaico, eolico e idroelettrico alla possibilità di produrre più energia entro i confini nazionali. Il sole presenta anche un’altra comodità: sappiamo già dove si trova. Non servono pozzi esplorativi.
La nuova accelerazione sulle fossili ha almeno un curioso punto di contatto con Roberto Vannacci, che a marzo al Parlamento europeo proponeva di “buttare a mare il Green Deal” e riaprire i rubinetti di petrolio e gas con la Russia. Palazzo Chigi ha scelto un rubinetto diverso, quello nazionale, ma le dimensioni del serbatoio restano quelle.
E nello stesso racconto energetico continua ad avanzare anche il nucleare, che il Governo considera una componente futura del sistema italiano. Per ora i nuovi reattori producono esattamente zero kilowattora nel nostro Paese; solare ed eolico, invece, continuano ad aggiungere capacità reale alla rete. Sono tempi industriali diversi, ed è difficile ignorarli mentre si parla di bollette e indipendenza oggi.
L’Italia continuerà ancora a usare petrolio e gas e produrne una quota maggiore in casa può togliere qualcosa alle importazioni. I numeri impediscono però di scambiare quella quota per una grande scorciatoia energetica: il gas nazionale copre oggi circa un ventesimo della domanda, le riserve recuperabili si sono assottigliate per vent’anni e nel 2025 non abbiamo trovato nuovi giacimenti. Nel frattempo fotovoltaico ed eolico crescono, e la fonte con la dipendenza estera più bassa è già quella rinnovabile. Un decreto può accelerare le pratiche per trivellare. I giacimenti, però, non si moltiplicano come pani e pesci.