Ex Ilva, lo spegnimento dell’area a caldo

Dal blog https://www.terzogiornale.it

11 Settembre 2026 Guido Ruotolo

Confermano tutto i giudici della Corte d’appello di Milano. E respingono senza esitazione il tentativo dei legali dell’azienda di sospendere il decreto dei giudici milanesi che stabilisce lo stop dell’area a caldo con l’avvio delle procedure di spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto. Queste complesse procedure saranno avviate già martedì prossimo. Avevano tentato il tutto per tutto, azienda e governo. Aspettando la Cassazione, avevano chiesto di sospendere lo stop dell’area a caldo.

Denunciando “il grave e irreparabile danno derivante dalla esecutività del decreto di chiusura”. Anzi, “di danni gravissimi e irreversibili che gli impianti subirebbero, tali da precludere la possibile ripresa dell’attività produttiva”. Nella foga accusatoria, la direzione dell’ex Ilva ha usato strumentalmente il ricatto delle gravi ricadute “occupazionali e sociali che si produrrebbero per lo spegnimento degli altiforni”. Sono arrivati ad accusare nei fatti la magistratura di invasione di campo, perché “la chiusura dell’area a caldo produce effetti sulle decisioni di politica industriale del governo”.

Punto per punto la Corte d’appello di Milano ha rispedito al mittente tutte le accuse. In sostanza, i giudici hanno escluso che le obiezioni svolte “dalle parti ricorrenti valgano a configurare i presupposti necessari per l’accoglimento dell’istanza di sospensione”. Se, per assurdo, i giudici avessero accolto la richiesta di sospensiva, ciò avrebbe comportato il riconoscimento di “un giudizio di erroneità delle valutazioni nel merito già svolte dalla Corte con il decreto in questione”. Insomma, loro non potevano, con la sospensione, delegittimare le decisioni dei loro colleghi dell’appello che aveva deciso per la fermata dell’area a caldo.

Sarà la Cassazione a pronunciarsi. E si sono espressi anche sul tema del “bilanciamento”. Scrivono, i giudici, che hanno bocciato la richiesta di sospensiva “a fronte del grave danno di natura economica, da compromissione degli impianti, si pone, nel caso, l’esigenza di apprestare tutela al diritto alla vita e alla salute. Ossia a valori di prioritario rilievo costituzionale, nei termini ritenuti vincolanti dalla citata sentenza” della giustizia europea.

L’azienda ha sostenuto che una volta avviate le procedure di spegnimento gli impianti non sarebbero stati recuperabili. Falso, sostengono i giudici milanesi: “Nella memoria depositata, i cittadini tarantini hanno dedotto sia che ‘gli altiforni (Afo) in funzione hanno ben sessant’anni e vengono rattoppati senza soluzione di continuità alla meno peggio’, sia che, dall’ultimo rapporto della autorità di controllo Ispra, risulta che nel corso degli anni, gli Afo 1,2,4 siano stati più volte fermati per interventi di adeguamento e poi regolarmente riavviati”.

Nel provvedimento di archiviazione della sospensiva, si legge un estratto delle motivazioni del parere della Procura generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Milano: “Le ricorrenti si limitano ad affermare che lo spegnimento comporterebbe un danno irreversibile, ma non dimostrano che l’adeguamento richiesto dalla normativa europea sia un’alternativa praticabile, né che esso sia economicamente sostenibile”. Ed è inutile, oltre che ipocrita, il piagnisteo sulle ricadute occupazionali: “Valgono le considerazioni svolte sulla impossibilità di una rivalutazione, in questa sede, delle ragioni che hanno indotto il precedente collegio ad ordinare la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo”.

E adesso diranno che la colpa è dei magistrati, delle “toghe rosse”. Dei cittadini di Taranto che hanno rivendicato il diritto alla vita e a un ambiente sano, e che sono stati costretti a rivolgersi alla magistratura perché gli industriali, gli amministratori, i governi che si sono succeduti in questi anni non hanno fatto nulla per garantire il “diritto al futuro”. Diranno che saranno costretti a chiudere e a mettere sul lastrico migliaia di famiglie. Anche se messo all’angolo, adesso, il governo apre al “ruolo pubblico” per salvare il settore strategico della siderurgia.

Sono chiacchiere. Sono ipocriti, e sul banco della giustizia dovrebbero esserci loro: dal governo Meloni a tornare indietro fino al governo in carica nel 2012, quando la procura di Taranto sequestrò l’area a caldo dell’allora più grande acciaieria a ciclo integrale d’Europa. Per inquinamento e corruzione ambientale finirono in carcere, o indagati, la famiglia Riva, proprietaria dello stabilimento, i suoi amministratori, politici locali e varia umanità. Anche se il primo grado del processo è stato annullato per un vizio procedurale e trasferito, per competenza territoriale, a Potenza.

Dal 2012 a oggi, tutti i governi sono egualmente responsabili per non avere affrontato l’emergenza industriale, sociale, ambientale. Hanno cercato di galleggiare prendendo tempo, rinviando le decisioni, usando l’arma di ricatto del lavoro per cercare di neutralizzare gli effetti dell’inchiesta della magistratura tarantina. L’ex Ilva inquinava e andava risanata. Adesso vivremo giornate convulse. Sindacati e lavoratori si mobiliteranno, il governo dovrà uscire dal limbo dell’incapacità di affrontare l’emergenza. E i cittadini tarantini incroceranno le dita, sperando che siamo (forse) all’alba del nuovo giorno.

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