La tentazione del riflusso nostalgico: tecnologie, UE e fine della politica

Dal blog https://www.lafionda.org

14 Set , 2026|Davide Sabatino e L’Indispensabile

Quando si vive un fase di “interregno” la strada maestra si smarrisce e le diramazioni lungo la via aumentano ad ogni passo. Siamo messi continuamente di forte a decisioni che si fanno sempre più drastiche e obbligatorie. Il torpore e la tiepidezza sono alibi che non reggono, e chi si rifugia in essi paga un prezzo mortale.

Gli anni che stiamo vivendo hanno la caratteristica di essere governati tanto dall’ambiguità quanto dalla chiarezza. Infatti, per qualcuno è evidente che la degenerazione del paradigma democratico in sistema plutocratico non è un caso, ma è l’effetto di una corruzione depressiva che, come un virus, ha contagiato ogni ambito della politica.

La politica, infatti, da tempo non esiste più. Non conta più nulla. È «negata», come direbbe Preterossi (Laterza, 2011). Per questo motivo, ormai, vincono le oligarchie e le plutocrazie più o meno visibili. Come scrive il sociologo canadese David Lyon: «Oggi il potere si situa in uno spazio globale ed extraterritoriale: pensiamo ai network delle agenzie per la sicurezza nazionale o alle internet company globali.

Ma la politica, che in passato coniugava interessi individuali e pubblici, resta locale, incapace di agire a livello planetario». La conseguenza è che: «Senza il controllo politico, il potere diventa fonte di grande incertezza, mentre la politica sembra irrilevante per i problemi e i timori reali di molte persone.»[1]

Se oggi Elon Musk, Larry Fink, Jeff Bezos o Peter Thiel hanno più possibilità di influenzare l’andamento delle relazioni internazionali di quanto non l’abbiano capi di governo o lo stesso Presidente degli Stati Uniti d’America, ciò è dipeso dal fatto che la politica ha ceduto il posto alla finanza, agli interessi economici e militari.

Nonostante in Europa si continuino a fare discorsi infondati di elogio della “democrazia”, è sempre più palese come la gestione politica delle varie iniziative europee, non ultima la strategia “One Europe, One Market” messa in piedi della Von Der Leyen, sia fondamentalmente etorodiretta.

Questa amministrazione tencopolitica esiste perché si accetta passivamente di stare sotto il ricatto delle logiche mercatiste del finanzcapitalismo internazionale. A Bruxelles, come scriveva già Luciano Gallino molti anni fa, non c’è alcuna autonomia né, tantomeno, sovranità democratica. Delle istanze popolari non se ne interessa più nessuno.

Il voto elettorale, come dimostra anche il recente caso del trionfo di AfD in Sassonia-Anhalt, è diventato solamente una valvola di sfogo. Un voto di protesta e di contestazione  soprattutto nei confronti di questa Ue bellicista.

D’altronde, parlando più in generale, l’astensionismo dilagante può benissimo essere letto come un rifiuto non tanto della politica tout court, ma di questa specifica forma ipocrita e demagogica a cui siamo costretti a dare il nome di “politica”.

Oggi, purtroppo, dobbiamo constatare che tutte le energie politiche vengono impiegate per possedere un facile consenso ammiccante sui social network (narcisismo politico) o nel cercare di abbracciare i desiderata del Mercato (fede neocapitalista).

Sul narcisismo, oltre a rimandare al celebre testo di Christopher Lash La cultura del narcisismo (Bompiani, 1986), che è ancora di estrema attualità, possiamo evidenziare come l’era del consumismo digitale abbia ridotto l’importanza della riflessione filosofico-politica privilegiando una immediatezza puramente “estatica” che, tra l’altro, sarebbe tutta da discutere (visto il cannone etico-estetico dominante). Sul Mercato invece il discorso rischia di essere eccessivamente complesso.

Ma, in realtà, basterebbe  anche solo ammettere che questo Sistema economico, lungi dell’essere l’Eldorado tanto osannato dei liberisti di destra e di sinistra, si è da sempre imposto su qualsiasi scelta democratica indipendente. Con la sua intrinseca logica di austerità antidemocratica ed elitaria, il finanzcapitalismo, che attraverso speculazioni e lobby regola l’andamento del Marcato e non viceversa, ha fatto in modo che si creassero dei veri e propri oligopoli, eliminando qualsiasi idea orizzontale di “libera concorrenza”. Questo processo l’economista Clara Mattei l’ha chiamato Operazione austerità (Einaudi, 2022).

Focalizzandoci per un attimo sull’Unione Europea, come spiegano alcuni economisti eterodossi, attualmente il problema principale dell’Ue è che il mercato europeo, non essendo mai stato davvero “unico”, rischia di esplodere. Di frammentarsi. Di non essere abbastanza competitivo. L’allargamento dell’Ue a 27 stati (forse 28 con l’Ucraina) ha reso praticamente impossibile questa effettiva “omologazione”.

Allora, visto il declino imminente, l’unico tentativo che gli è rimasto per provare a stabilire un collante politico fra i diversi stati europei, dopo la dipartita degli Stati Uniti di Trump e la crisi del sistema Nato in Europa, è quello di imbastire un nuovo progetto bellico-difensivo. Di sposare ciecamente la teoria secondo cui la guerra sarebbe soltanto la continuazione della politica con altri mezzi.

D’altronde, la paura e l’emergenza, come abbiamo visto succedere col Covid, possono diventare dei forti coagulanti sociali, che riescono a fare digerire l’indigeribile. Attraverso l’invenzione di un neo-Hitler sovietico di cui tutti gli europei dovrebbero avere paura (baltici, polacchi, tedeschi, francesi o italiani che siano), è possibile scatenare sentimenti atavici di coesione sociale atti a sconfiggere il “grande mostro”, la “grande minaccia”.

Inoltre, spostando l’attenzione sulla elaborazione di una guerra difensiva “esterna” si cerca di nascondere sotto il tappeto l’enorme sofferenza “interna”, che è legata in particolar modo alle nuove forme di precarizzazione dovute agli immensi cambiamenti innescati, da una parte, dalla fine drammatica della Globalizzazione e del mondo unipolare, dall’altra, dall’emersione di quella che Klaus Schwab ha chiamato La quarta rivoluzione industriale (FrancoAngeli, 2016).

Ed è su questo terreno scivoloso e dissestato che: la sinistra latita o si fa corrompere dal fascino perverso del Capitale, mentre la destra, quella “estrema”, fa sciacallaggio politico in modo spudorato e cinico, ingrassando elettoralmente ogni giorno di più. Ma, attenzione, questo non è il segno di un risveglio della dialettica politica, bensì la conferma di una morte definitiva e irreversibile del dualismo destra-sinistra.[2]

Uno dei più significativi teologi della Liberazione, João Batista Libânio, ha sintetizzato questa spoliticizzazione delle società avanzate sostenendo che: «Camminiamo verso la società postindustriale della conoscenza, sotto la spinta della folle fiducia dello sviluppo, con gigantesche fabbriche inquinanti e con lavori pesanti che gravano sulle spalle degli operai. […] In rapporto alla realtà dei poveri, appare sempre più chiaro che gli esclusi del mondo dell’informatica — nazioni, classi, individui — sono destinati a essere i poveri del futuro. Non sapranno come collocarsi in una realtà altamente informatizzata.

Cresce, ancor più, la disuguaglianza sociale a tutti i livelli».[3]
Il tema della povertà sembra, infatti, scomparso dall’agenda politica di qualsiasi partito.

Ma ciò, ovviamente, non significa affatto che la povertà sia stata “abolita”, come gridò senza vergogna Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi nel 2018. Semplicemente non avendo più parole d’ordine che siano realmente antagoniste al sistema economico neoliberista, tanto la “destra sociale” quanto la cosiddetta “sinistra sindacale” hanno abbandonato da tempo la difesa concreta dei lavoratori, dei ceti più poveri e dei bisognosi, che infatti vengono trattati da ingranaggi di un Sistema capitalistico estremamente disumanizzante che li priva della loro dignità umana senza neppure doversi preoccupare di difendersi dalle accuse provenienti da coloro che un tempo sposavano l’idea della “lotta di classe”.

Ancor meno si sente discutere di come evitare la frammentazione psicologica scatenata da quella che Jeremy Rifkin nel suo best seller intitolato L’era dell’accesso (Mondadori, 2000) definì la “rivoluzione della new economy”. In questa “nuova economia”, che sarebbe dovuta essere più “aperta”, più democratica e più “inclusiva”, depressione e isolamento sociale non sono affatto sintomi occasionali e/o individuali.

Questi malesseri sono cronici e derivano da una condizione politica, economica e culturale che, invece di riformarsi, continua a presentarsi al mondo come l’unica alternativa plausibile. Da questo punto di vista, il neoliberismo non accetta autocritiche né rallentamenti di nessun tipo, ma si deresponsabilizza continuamente, innescando un senso di colpa uroborico che agisce nell’interiorità del singolo individuo facendogli credere che è lui la causa del suo stesso malessere; del suo non adattarsi alla dimensione utilitaristica del Mercato.

Dentro questo ricatto psicologico crescono, inoltre, fenomeni come quello del “ritiro sociale” generalizzato, degli autolesionismi dilaganti e, più nello specifico, degli Adolescenti che non escono di casa (il Mulino, 2022). «In Italia le cifre ufficiali ipotizzano un numero di ragazzi “ritirati sociali” che si aggira intorno ai 120.000»[4] (stima antecedente al periodo del Covid-19).

Una società dove i giovani rimangono perlopiù chiusi in se stessi, blindati in casa intrappolati dentro uno schermo retroilluminato, è una società morente, spenta, che ha rinunciato a vivere e a lottare per i propri diritti e per una esistenza migliore. Come scrive il filosofo belga Pascal Chabot: «Le malattie sociali dell’era moderna sono degli specchi appannati in cui si riflette quello che è troppo difficile da accettare».[5] Ovvero, che questo modello sociale genera continue disfunzioni e malesseri neuropiscologici, che vanno dal semplice stress o ansia da prestazione fino all’ormai noto burnout.

A gestire questa emergenza antropologica dovrebbero essere coloro che si oppongo con forza al Sistema psicopatologico della “sorveglianza” e della “guerra molecolare”, per citare Zuboff e  Enzensberger.

Ma chi sono oggi gli “oppositori” rivoluzionari?

Con la rinuncia delle opposizioni storiche a fare — per l’appunto — un’opposizione vera ed efficace, ci ritroviamo nel paradosso in cui i carnefici collaborazionisti (banchieri, dirigenti, politici, economisti, intellettuali mainstream), dopo aver vessato e torturato per decenni le loro vittime imbalsamate (il popolo inerme e disorientato), vogliono ora riproporsi come i salvatori della patria; come coloro che sarebbero in grado di riformare, riparare e rifondare la Grande Europa antagonista della Russia e della Cina. Siamo veramente nel puro delirio!

Le dichiarazioni di Mario Draghi, di Romano Prodi, di Gentiloni, della Von der Leyen o di Mario Monti su come salvare l’Europa dalla catastrofe imminente, sono l’esempio perfetto di questa allucinazione paradossale.

Politici, tecnocrati e guerrafondai che diffondono le loro perle di saggezza urbi et orbi, mentre progettano una rifondazione dell’Europa a partire dal ripristino della leva militare obbligatoria al grido: Si vis pacem, para bellum! Davvero, l’ignoranza e l’ipocrisia al quadrato!

Concludendo. Il bivio è dunque sempre lo stesso: da una parte perseverare con questi governi neoliberisti, militaristi, tecnocratici e forse un domani addirittura “robotici”, che spingono per fare la guerra a oltranza e continuare a mercificare la vita umana; dall’altra lavorare su vari livelli per la nascita di governi politici che siano veramente democratici, e quindi potenzialmente in grado di promuovere azioni di pace e di intercettare le novità tecnologiche e gli sviluppi della conoscenza scientifica solo ed esclusivamente se è l’umanità nella sua interezza che lo richiede, e non un piccolo gruppo di multimiliardari ipnotizzati da algoritmi nati per qualche losco calcolo di borsa.

L’ambiguità sopravviene proprio in questo inedito passaggio storico. Molti analisti critici e indipendenti trovandosi spiazzati di fronte alla sfida di dover ripensare radicalmente una politica, un’economia, una società e una cultura che non siano più asservite al potere neocapitalistico transnazionale, pensano che la soluzione migliore sia quella di tornare indietro.

Di stoppare la macchina del tempo, cancellare le storture tecnocratiche causate da una fuga in avanti errata e riavvolgere il nastro ripartendo da un punto, spesso del tutto arbitrario, della nostra migliore storia passata (?). Ecco che allora assistiamo a veri e propri florilegi di proposte nostalgiche: la lira come alternativa all’euro; l’autarchia opposta al liberismo economico; l’identità nazionale contrapposta a quella fluida della “generazione Erasmus”; la difesa dei solidi valori occidentali in antitesi alle liquide derive del politicamente corretto in salsa woke e via discorrendo.

Intendiamoci, queste pseudo-risposte, cosiddette “populiste”, possono anche avere una loro giustificazione intrinseca, che se ben venduta può persino affascinare molte persone (soprattutto quelle che sono già critiche nei confronti del Sistema).

Eppure, esattamente come è sempre accaduto a tutte le retroguardie storiche del passato, alla lunga peccano di un certo conservatorismo infantile, antimoderno e minoritario. La loro diventa una lama a doppio taglio, che, da un lato, esalta con successo quel malcontento popolare generalizzato che non trova sfogo nelle istituzioni, ma, dall’altro, contemporaneamente, dimostra di non possedere quella consapevolezza politica indispensabile per governare la complessità del presente.

In sostanza, non avendo idee nuove, il nostalgico cerca rifugio in quelle vecchie.

È un riciclatore.

Tuttavia, tornando indietro non scorgerà mai i barlumi di un’età dell’oro, ma solamente il riverbero abbacinante della sabbia del deserto.

Se si vuole cambiare davvero rotta, lo sguardo va sempre proiettato in avanti, in un futuro migliore di qualsiasi “passato” troppo spesso idealizzato.

Quando c’è da contrastare un Sistema come quello attuale, che è abituato a giocare esclusivamente al rialzo, ogni strategia rétro o proibizionistica è destinata a fallire. La vera operazione “reazionaria” e politicamente antisistema deve sempre dimostrare di essere spiritualmente innovativa; di agire seriamente come un’avanguardia della messa in discussione del modello egemonico attuale, che va smascherato proprio perché si presenta come portatore di nuove istanze popolari quando, in realtà, è drammaticamente elitista, totalitario e perciò stesso autoreferenziale e vecchio.

È questa la vera operazione verità! Alla falsità del “progressismo” liberale, che nasconde una riedizione in chiave tecnologica e finanziaria del vecchio totalitarismo novecentesco, occorre contrapporre il vero progresso della sapienza storica universale, che non teme affatto il confronto né con le ultime proiezioni macroeconomiche e industriali né con la trasformazione delle identità rigide, e quindi belliche, in identità “aperte”, empatiche, plurali, multiculturali e più relazionali.

Con sapienza storica universale si deve intendere una conoscenza che sappia riconoscere le mistificazioni del presente, ma anche quelle provenienti da un passato ignorato o edulcorato. Questa forma di sapienza è il contrario della conservazione nostalgica piccolo-borghese.

È piuttosto una forma nuova di pensiero politico-poetico che dobbiamo ancora approfondire, integrare e, se ne saremo capaci, rendere egemone il prima possibile.[6]

Un’ultima considerazione a proposito della nostalgia, lo psichiatra Eugenio Borgna tempo fa scriveva che: «La nostalgia ha come sua premessa la memoria che ne è la sorgente. Se la memoria è incrinata, o lacerata, dalle ferite che la malattia, o la sventura, trascina con sé, come sarebbe mai possibile riconoscere in noi le tracce della nostalgia?».[7]

Il nostalgico non sa di esserlo. O meglio, sente la nostalgia muoversi dentro di sé, ma invece di riconoscerla e di curarla finisce per viverla come un motore che accelera solo in retromarcia. O, qualche volta, persino in “folle”. Non avendo piena contezza degli orrori del passato, ecco che nel soggetto nostalgico riaffiorano soluzione slogan quali: “l’uomo solo al comando”; “la difesa della patria e dell’onore”; “il sangue e la razza”; “padroni a casa propria”; “il nemico del mio nemico è mio amico”, eccetera eccetera.

Come ho tentato di spiegare nel lungo saggio sulla questione delle Distrazioni di massa, apparso sull’ultimo numero cartaceo della rivista La Fionda,[8] questi riflussi nostalgici trovano ampio consenso proprio perché è estremamente più semplice appoggiarsi sull’idolatria del “già noto”, piuttosto che navigare in mare aperto verso l’ignoto.

Soprattutto quando questo “già noto” viene palesemente rimaneggiato e reinterpretato a proprio uso e consumo. Eppure, come vediamo dall’ultimo successo cinematografico di The Odyssey di Nolan, ciò che noi desideriamo di più è di superare le colonne d’Ercole del “già visto”, del “già saputo”, del “già sperimentato” e del “già patito”, per volgere lo sguardo su quel pericolosissimo “non ancora noto” che però ci attrae proprio perché ci permette di evolvere e di procedere oltre questo assetto di mondo noioso e ripetitivo.

Guardare indietro è la tentazione umana più grande, come ci ricorda il mito di Orfeo ed Euridice o la vicenda biblica della moglie di Lot. Chi conosce queste storie, e le ha fatte sue incarnandole, sa che non deve farsi fregare dalla falsa nostalgia. Sa che guardare alla storia passata con rimpianto significa rimanere pietrificati e inerti nel presente.

Per vivere l’oggi con rinnovato slancio politico l’unica cosa da fare è gettare il proprio desiderio verso il futuro, verso l’avvenire, verso il tempo della rivoluzione compiuta. Questo hanno sempre fatto i rivoluzionari di ogni tempo; e questo dobbiamo fare anche noi adesso, senza timori, proprio ora.


[1] D. Lyon, La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori, Luiss, Milano, 2020, pp. 49-50.

[2] Su questo tema suggerisco di vedere la mia recente intervista-dialogo con Andrea Zhok e Geminello Preterossi: https://www.youtube.com/watch?v=cLF0bs58TcE

[3] J. B. Libânio, Continuare a sognare un mondo umano. Nuovi paradigmi per la teologia della liberazione, Castelvecchi, Roma, 2016, pp. 40-41.

[4] S. Vicari e M. Pontillo, Adolescenti che non escono di casa, il Mulino, Bologna, 2022, p. 21.

[5] P. Chabot, Burnout globale. La malattia del secolo, San Paolo, Milano, 2014, p. 111.

[6] D. Sabatino, Il Poetico Rivoluzionario con una Prefazione di Geminello Preterossi, Mariù, Roma, 2025.

[7] E. Borgna, La nostalgia ferita, Einaudi, Torino, 2018, pp. 68-69.

[8] https://www.rogasedizioni.net/product-page/la-fionda-1-2026-distrazioni-di-massa Di: Davide Sabatino e L’Indispensabile

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