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Filippo Ortona 14 Ottobre 2026
Celebrato dai media mainstream italiani Raphaël Glucksmann ha vinto le «primariette» dei socialisti francesi. Siglando un’operazione analoga a quella dell’attuale inquilino dell’Eliseo. Ma in piccolo
La Repubblica e il Corriere giubilano: Raphaël Glucksmann, 46enne presidente del partito Place Publique (Pp), ha «conquistato» (Repubblica) le primarie dei socialisti francesi «con uno schiacciante 66% dei voti» (Corriere), una «valanga» (Repubblica) di preferenze che premia un politico con l’«aria da bravo ragazzo», «pieno d’idee e di entusiasmo» (Corriere), anzi di più: «figlio di un filosofo» (Repubblica).
Nessuno dei due giornali si sofferma sul fatto che, a queste primarie, hanno votato poco più di 120.000 persone. Alle ultime primarie del Ps, quelle del 2017, alla fine della presidenza di François Hollande, votarono più di 1.6 milioni di persone al primo turno (al secondo furono più di 2 milioni).
In dieci anni, il bacino elettorale delle primarie socialiste si è più che decimato. La «valanga» di preferenze di Raphaël Glucksmann è talmente striminzita che il quarto classificato alle primarie del 2017 raccolse più voti del «figlio del filosofo». Ci sono petizioni contro il maltrattamento di felini domestici sardi che hanno raccolto più firme di quanto non siano i votanti dello «spazio socialdemocratico», come l’hanno definito i suoi organizzatori.
Insomma: delle «primariette». Davanti ai giornalisti, Glucksmann ha detto che «la democrazia ha parlato». Ma più che di un processo democratico, si è trattato di una parodia. Il tutto sarebbe propriamente ridicolo se non fosse un dispositivo a uso e consumo dei media francesi – ma anche italiani, a quanto pare –, disperati dalla scomparsa dello spazio macronista e della socialdemocrazia hollandiana.
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A leggere i principali organi d’informazione italiani, si avrebbe l’impressione che Glucksmann rappresenti la sinistra francese. Tuttavia, dal 2017, la formazione egemonica – e di gran lunga – è La France Insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon. Alle ultime due elezioni presidenziali, Lfi ha sfiorato il passaggio al ballottaggio, attestandosi attorno alla soglia del 20%. Le altre formazioni della sinistra (Ecologisti, socialisti, comunisti…) non hanno mai oltrepassato il 6%.
Dopo la rielezione di Emmanuel Macron nel 2022, la sinistra francese ha attraversato due tentativi di «unione»: la Nouvelle union populaire, écologiste et sociale (Nupes) dal 2022 al 2023, e il Nuovo Fronte Popolare (Nfp) nel 2024. Entrambe le coalizioni sono state coadiuvate dal sistema elettorale maggioritario in vigore per l’Assemblée Nationale, che rende più conveniente lo «spartirsi» delle circoscrizioni tra i partiti per non farsi concorrenza. Entrambi gli esperimenti sono naufragati a causa delle tensioni tra una «sinistra di rottura» (come si definisce Lfi) con il neoliberismo e una, più moderata, di stampo socialdemocratico.
L’obiettivo dichiarato, sia nel 2022 che nel 2024, era di avere una maggioranza in parlamento per costringere Macron alla cohabitation (co-abitazione) con un primo ministro e un governo di sinistra. Sia la Nupes che il Nfp avevano il proprio centro di gravità in Lfi: suoi erano il programma, le strutture, i militanti, il maggior numero di deputati.
A trascinare i piedi, cercando di far saltare ogni accordo, e poi a far implodere queste unioni è stata l’ala destra del Ps, che non ha mai digerito l’egemonia degli insoumis. All’indomani delle elezioni europee del 2024, quando Macron annunciò a sorpresa la dissoluzione del parlamento e indisse le elezioni anticipate, i partiti della sinistra ricominciarono a negoziare un accordo che sarebbe poi divenuto il Nfp. Glucksmann, sostenuto dai socialisti alle europee, alle quali era arrivato in testa tra i candidati di sinistra col 13.8%, fu il principale alfiere dell’opposizione a ogni accordo con Lfi. «Non possiamo mica rifare la Nupes», disse, con quell’indimenticabile accento da altoborghese parigino che gli valse l’istantanea memetizzazione.
Quel risultato alle europee del 2024 continua a far sperare Glucksmann, i suoi fans e i giornalisti nostrani che l’egemonia di Lfi è più fragile di quanto sembra. Basterebbe una spallata abbastanza forte, e il castello di carte mélenchonista sarebbe pronto a venir giù. Dimenticano che qualcuno ci ha già provato, fallendo miseramente.
Yannick Jadot – allora segretario degli Ecologisti, oggi uno dei principali sostenitori di Glucksmann – ha vissuto un arco narrativo del tutto simile: arrivato in testa a sinistra alle europee del 2019 col 13.4% dei voti, cercò d’imporsi come candidato unico della gauche, con un programma moderato e di tradizione hollandiana. Alle presidenziali il miracolo non si ripeté: Mélenchon sfiorò il secondo turno (21,95%, 400.000 voti dietro a Marine Le Pen), mentre Jadot fece il 4,6%, sotto la soglia del 5% oltre la quale scatta il rimborso delle spese elettorali, cosa che lo costrinse a lanciare un’umiliante raccolta fondi e a dare le dimissioni.
Le elezioni europee sono tradizionalmente sfavorevoli a Lfi (anche se sempre meno: nel 2024 la lista guidata dall’insoumise Manon Aubry ha raccolto il 9,8% dei voti, contro il 6,3% del 2019). La grande differenza tra le europee e le presidenziali è l’astensione: alle prime, nel 2024, hanno votato 25 milioni di francesi (51% degli aventi diritto) mentre alle seconde, nel 2022, i votanti sono stati 35 milioni (73%). In questi dieci milioni di voti sta la differenza tra la chimera glucksmaniana e la realtà mélenchonista.
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I dati elettorali, i numeri delle «primariette» così come i precedenti storici suggeriscono che la candidatura di Raphaël Glucksmann ha molte più probabilità di essere un disastro annunciato, piuttosto che un’opzione credibile (ultimo dato: quando Benoît Hamon vinse le primarie nel 2017, fece poi il 6% alle presidenziali; ed era ben più alto nei sondaggi). Come spiegare allora quest’infatuazione per il capo di Place Publique?
Il fatto è che la disintegrazione del Partito socialista, che per la prima volta nella sua storia non avrà un suo candidato alle presidenziali, lascia un vuoto la cui importanza è inversamente proporzionale al suo peso elettorale. Esiste un’area che va dai sostegni del Ps a una parte del voto ecologista, che riunisce circa il 6% dei voti (alle presidenziali del 2022: il 4,63% di Yannick Jadot più l’1,75% della candidata socialista ed ex sindaca di Parigi Anne Hidalgo). Malgrado il piccolo peso elettorale, quest’area gode di un peso simbolico importantissimo, essendo il riferimento delle classi medie intellettuali e delle élite culturali della capitale.
Da ciò discendono due conclusioni. La prima: il fatto che il candidato di quest’area, ovvero Raphaël Glucksmann, abbia come principale punto programmatico quello di non fare mai, in nessun caso, alcun accordo con Lfi – anche a rischio di veder vincere dei candidati di estrema destra – la dice lunga sulle mutazioni che sono avvenute in seno a una parte della borghesia francese, che preferisce perdere ma col proprio idealismo intatto, piuttosto che accettare una rottura con una parte dell’ordine neoliberale.
La seconda: con questi numeri non si vincono le elezioni. Questo lo sa anche Glucksmann e quelli che lo sostengono. Per questo la sua candidatura è destinata a lottare per recuperare una parte del voto macronista, e quindi a distanziarsi in maniera irreversibile dal resto della sinistra, il cui centro di gravità resta il programma di rottura de La France Insoumise.
L’Opa lanciata da Glucksmann sul Ps assomiglia molto a quella compiuta a suo tempo da Macron, quando era ministro dell’economia di François Hollande. Ed effettivamente, l’operazione-Glucksmann ha molte somiglianze con quella del Macron del 2017. Al di là del suo posizionamento rispetto a Mélenchon, Glucksmann – proprio come fece l’attuale presidente dieci anni fa – promette di rivoluzionare tutto, tranne quello che conta per davvero: la struttura economica e i regali alle grandi aziende.
In questo senso ha fatto sua l’espressione idiomatica di Macron del 2017, il «en même temps» col quale vinse il suo primo mandato. «Allo stesso tempo»: favorevole alla revisione della riforma delle pensioni di Macron, ma non completamente; per l’aumento dei salari, ma solo il netto, e soprattutto non facendolo pagare ai padroni ma riducendo i prelievi fiscali sulle buste paga; per fermare «il calvario dei palestinesi a Gaza», ma rifiutandosi di qualificarlo come genocidio; per una politica migratoria meno razzista di quella varata da Macron un paio d’anni fa, ma solo dopo una «convenzione cittadina» sul tema; per la transizione ecologica, ma a patto che non sia «punitiva», cioè lesiva degli interessi degli industriali; per la «tassa Zucman» sui patrimoni dei miliardari, ma in linea di principio e poi sui dettagli si vedrà, e in ogni caso, a livello europeo e non nazionale.
Il candidato di Place Publique ha un percorso esterno e conflittuale alla sinistra, e anche in questo assomiglia all’attuale inquilino dell’Eliseo. Glucksmann non proviene dalle fila delle banche d’affari parigine come Macron, ma da quel particolarissimo milieu dell’élite intellettuale della capitale passata dal maoismo all’antitotalitarismo e infine all’atlantismo.
Suo padre, André, è stata una delle figure di spicco dei nouveaux philosophes con Bernard-Henri Lévy. Padre e figlio sostennero nel 2007 la candidatura di Nicolas Sarkozy perché, a dire di Glucksmann figlio, aveva il merito di aprire la politica alla «società civile» (nel 2025, Sarkozy è stato condannato a cinque anni di carcere per associazione a delinquere per aver accettato dei finanziamenti illegali provenienti da Muammar Gheddafi per le presidenziali del 2012).
Tra il 2009 e il 2012, Glucksmann è stato consigliere del presidente georgiano Mikheil Saak’ashvili, condannato nel 2025 a nove anni di reclusione per corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici. Il Parlamento europeo ha contestato la condanna e ne ha chiesto la liberazione, definendo le condanne motivate politicamente. Secondo l’Ong Human Rights Watch, l’ex presidente georgiano è stato responsabile di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei media e dei movimenti sociali.
Secondo Le Monde, «il lavoro di Raphaël Glucksmann» consisteva nel «“vendere” la Georgia agli occidentali per convincerli di lasciarla entrare nell’Unione europea e nella Nato». Glucksmann, intervistato da Le Monde, ha detto di essere fiero di aver «servito» l’ex presidente georgiano, «un resistente democratico a Vladimir Putin».
Il tema della «resistenza» delle «democrazie» contro i regimi autoritari – in particolare Russia e Cina – è stato quello prediletto in questi anni dal candidato socialdemocratico, il cui programma prevede un piano di riarmo europeo di 500 miliardi finanziato da un prestito comune dei ventisette paesi dell’Unione. Difensore senza se e senza ma dell’Ucraina, Glucksmann intende incarnare «il partito della resistenza» alla Russia di Putin, come ha detto nel 2024 durante le europee.
Oltre alla politica estera atlantista, ciò che più lo accomuna con Macron, forse, è l’ambizione di imporre un governo di una minoranza percepita come illuminata. Una delle caratteristiche fondamentali del macronismo, oltre al neoliberismo radicale, è infatti quella di aver governato senza una coalizione sociale che lo sostenesse.
Al contrario dei suoi predecessori, Macron è riuscito a conquistare l’Eliseo rappresentando gli interessi del grande capitale senza alcun contrappeso, appoggiato dall’élite mediatica e sostenuto, di fatto, solo dalle classi medio-alte più fortunate. Lo sfaldamento del Ps e degli altri partiti, il sistema elettorale maggioritario francese, il «cordone sanitario» contro l’estrema destra, l’architettura istituzionale della V Repubblica che dà poteri impensabili in altri paesi europei al presidente, sono tutti fattori che hanno permesso a Emmanuel Macron di governare dieci anni senza dover cercare consensi al di là dei cosiddetti «Csp+» (quadri e dirigenti d’azienda, professioni liberali con redditi elevati, alti funzionari…).
Come ha scritto Le Monde Diplomatique nel 2018, quando Glucksmann ha cominciato a farsi strada nella sinistra francese: «Un altro Macron è possibile». La sua candidatura è un tentativo di recuperare il blocco elettorale macronista, la cui parte «progressista» è orfana di un candidato culturalmente vicino (europeista, vagamente di sinistra, colto e ben educato).
Oggi, tuttavia, l’epoca è cambiata. Il «en même temps» non è più di moda e non si vede come possa raccogliere consensi al di là di una ristrettissima base. Le politiche macroniste hanno avviato una crisi irreversibile, nutrita da un buco di bilancio senza precedenti, un dissenso sociale mai così intenso e una crisi istituzionale che mina le fondamenta stessa della V Repubblica gollista. La sinistra di rottura, riunita attorno a Jean-Luc Mélenchon, non è mai stata così alta nei sondaggi, fattore fondamentale per riunire attorno a sé il «voto utile» che decide le sorti dei candidati al primo turno delle presidenziali.
Un altro Macron è certamente possibile. Ma non potrà che essere qualcosa di minimo e triste, un po’ patetico: un «Macron minore».
*Filippo Ortona è giornalista, vive a Parigi e lavora per Index e il manifesto.

