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15 Ott , 2026|Dario Raffone
Lo confesso. Sono un uomo sconfortato. Uno sconforto che non è timore soltanto perché la mia età mi consente un certo distacco.
Ma i timori sarebbero fondati, non solo per le disavventure della nostra povera democrazia, ma per il vento che spira nel mondo. Un vento che vuole risolvere le crisi indotte dall’inequivocabile fine dell’Occidente attraverso la guerra, a cui, piano piano, giorno dopo giorno, tanti politici e tutto il circo Barnum dei gazzettieri massmediatici vogliono abituarci e portarci.
Tornando a cose più modeste, all’inglorioso spettacolo di indecenza e ignoranza offertoci dai protagonisti della vita politica nostrana, viene spontaneo riflettere sulle sorti della democrazia non solo italiana ma, senza illudersi troppo, anche sul suo stato di salute negli altri Paesi dell’area occidentale.
Spira ovunque un vento di destra e, come tutti i fenomeni meteorologici, esso appare non raffrenabile nell’immediato, anche se la sua origine non è di difficile decifrazione, specialmente per i lettori di questo sito, dove l’analisi della distruzione del legame sociale, dell’idea di comunità, del senso del sacro, non solo nel suo significato religioso, è materia molto analizzata e riferita.
E non credo di andare contro il sentimento generale dicendo che le cause riposano principalmente nel neoliberismo e, per usare un titolo noto, nella guerra di classe intentata, e vinta, dai ricchi contro i poveri.
In questo momento, per ragioni che vanno dal cambiamento dei rapporti di forza politici ed economici internazionali alle crisi economiche dovute a trasformazioni tecnologiche e sociali e, non da ultimo, al tramonto delle sovranità nazionali, dove si esercitava l’autonomia politica dei cittadini, la libertà e la democrazia hanno preso strade divergenti, se non confliggenti.
Il rapporto tra democrazia e libertà ha avuto, come è arcinoto, diverse vicende, diverse conformazioni. Ma una cosa è certa: la democrazia non funziona se l’individuo insegue solo la sua libertà, dimentico del legame sociale. E questo è successo. Per certi versi, siamo di fronte alla parabola finale dell’Illuminismo, con annessa retorica dell’uomo faber fortunae suae, dell’individuo che deve farsi imprenditore di se stesso, che deve improntare la sua vita a ideali di efficienza e successo e altre baggianate simili.
Baggianate, però, funzionali a un preciso e noto disegno.
Nell’Italia del secondo dopoguerra, democrazia e libertà hanno convissuto abbastanza bene perché gli individui non erano soli, ma erano rappresentati da corpi intermedi forti ed efficienti. Funzionava bene il meccanismo della rappresentatività e non è un caso che i nostri anni migliori siano stati lungamente accompagnati dalla legge elettorale proporzionale. E ciò prima dell’avvento del mantra del maggioritario (adesso abbandonato per un finto proporzionale con premio elettorale definitivo), della governabilità fine a se stessa, dei leader da votare in quanto unti da un consenso plebiscitario.
Paradossalmente, nel periodo predetto, la libertà viveva una vita piena in una società dove erano presenti dei limiti a essa. Una società ancora cetuale, ma fatta di senso della famiglia, del lavoro, ecc., e in cui l’ascensore sociale funzionava, il benessere non mancava e la Politica aveva realizzato riforme importanti che hanno cambiato il volto del Paese.
Ma non dobbiamo avere rimpianti, perché oggi abbiamo la piena libertà della nostra solitudine.
Possiamo fare tutto, o almeno così crediamo, ma in realtà ci accontentiamo di poco: un lavoro decente (merce ormai rara, specie per i giovani) che ci faccia arrivare alla fine del mese, una casa dove poter, forse, avviare anche un progetto di convivenza e un po’ di consumo spicciolo, dalla pizza o dagli apericena alle vacanze, purtroppo sempre più brevi e sempre più care.
In realtà, la democrazia è stata totalmente ingoiata da questa falsa libertà, insieme alla fine della politica. Almeno quella che aveva un respiro collettivo che andava oltre la durata di un post o di un reel.
Oggi ci accompagna un’ideologia di tipo radical-pannelliano che pervade tutti i partiti o, meglio, i loro simulacri attuali.
In sintesi, una libertà innocua, ma che ha il grande merito di ostacolare il formarsi di una coscienza sociale, di un nesso comunitario fra le persone senza il quale nessun vero cambiamento è possibile. Una libertà che consente la totale dissociazione tra realtà e discussione sulla stessa.
E quindi, se tutto ciò è vero, dove troviamo il bandolo della matassa per cercare di capire se è possibile ripartire? Come lavorare per la costruzione di un soggetto collettivo, anche non immediatamente partitico, ma che abbia la forza di dare una scossa? Ci sarebbe un mondo da smuovere, quello, ad esempio, che è andato a votare in occasione del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Ci sono grandi quantità di giovani e di associazioni che cercano di fare qualcosa, ma manca, evidentemente, un’ideologia, in senso buono, che ci faccia sentire tutti, giovani e anziani (ma sempre questi ultimi un passo indietro e senza alcuna pretesa pedagogica), partecipi di un progetto.
Oggi siamo stati portati a pensarci come individui che si sentono «misura di tutte le cose» (e l’esplosione dei fatti di violenza minorile urbana ne è anche un sottoprodotto), ma, citando lo Stagirita, come recentemente ricordato da un filosofo contemporaneo [1], «Se uno non è in grado di entrare in una comunità, o (se) per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, o è bestia o è dio, (ma) non è un uomo».
[1] U. Galimberti, Le disavventure della verità, Feltrinelli, 2025, p. 67. Di: Dario Raffone