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Valerio Renzi 19 Ottobre 2026
I riot spontanei di questi giorni sono fenomeni da indagare, sospesi tra nichilismo e conflitto. Occorre creatività per superare le forme della politica che conosciamo, antagonista o istituzionale che sia
Le forze dell’ordine hanno rischiato di essere sopraffatte. Per sgomberare Piazza Duomo hanno dovuto lanciare le camionette a tutta velocità puntando i manifestanti per tentare di riprendere il controllo della piazza. A Bologna l’acqua degli idranti è finita. Non sono bastate ore di cariche, le manganellate, le decine di brutali arresti per sciogliere i manifestanti.
Sabato 17 ottobre in molte città del paese sono state convocate manifestazioni poco più che spontanee dietro la sigla «Italia in piazza». A Milano e Bologna (e in misura molto minore a Torino dove a guidare è stata soprattutto la soggettività politica organizzata), si sono ben presto trasformate in un confronto tra i manifestanti (giovanissimi) e polizia, per diventare ben presto ingovernabili. Domenica 18 a Milano di nuovo centinaia di ragazzi e ragazze giovanissimi sono arrivati da diverse periferie e quartieri di cintura nel centro della città, riprendendo a fare le barricate e ad assaltare negozi di lusso e sportivi, ma anche supermercati. Le divise hanno faticato a disperderli perché non c’era un centro: spuntavano da ogni metro con il volto già coperto. Le notizie sugli oltre cento fermi ci raccontano che l’80% sono ancora minorenni.
Abbiamo così visto dispiegarsi, in maniera più chiara, quello che era già emerso durante le manifestazioni in solidarietà alla Global Sumud Flotilla dell’ottobre dello scorso anno: la disponibilità giovanile al conflitto di piazza, in particolare di alcuni settori di classe razzializzati e marginalizzati. Lo scorso anno i gruppi organizzati della sinistra sociale e antagonista davano il via al fronteggiamento, o ai blocchi, ma dopo le prime cariche o il primo «fronteggiamento» a prendere la prima fila erano altri scavalcando i classici referenti del conflitto di piazza (senza che questi ne fossero troppo dispiaciuti o scandalizzati, beninteso).
Commentare eventi complessi a caldo è sempre difficile, ma vale la pena per la rilevanza degli eventi provare a tracciare un ragionamento utile al dibattito, con il rischio di fare qualche errore, ad aggiustare il tiro si fa sempre in tempo.
Prima di tutto la natura delle manifestazioni. Il 17 ottobre sono state convocate piazze in molte città italiane (la maggior parte delle quali andate più o meno deserte), lanciate dalla sigla «Italia in Piazza» con una piattaforma con al centro il caro vita, e in generale incentrata tutta sulle condizioni materiali. Le manifestazioni sono state organizzate su Telegram. Gli organizzatori invitavano alla non violenza, all’unità, a portare solo il tricolore e nessun simbolo politico, affermando di voler mobilitare «quante più persone possibile» e quindi di non essere di nessun colore politico e così via.
L’appuntamento dell’Italia in Piazza era dunque un guscio vuoto, che in alcune città è stato riempito da chi cercava uno spazio dove auto rappresentarsi senza accodarsi, ed era in grado di provocare, di creare un tam tam sociale efficace fuori dai circuiti classici della socializzazione politica. Altrove è rimasto un guscio vuoto.
La partenza del corteo a Milano, dove i ragazzi mischiavano bandiere italiane e palestinesi senza nessuna apparente contraddizione, ha reso subito chiare le caratteristiche della piazza, con decine di giovani dal volto coperto e gli incidenti partiti appena la polizia è comparsa alla vista. L’unico slogan che ha risuonato dall’inizio alla fine è stato «siamo tutti antifascisti». A Bologna la convergenza dei gruppi politici antagonisti sulla piazza è stata invece più chiara, portando a un’evoluzione del corteo in più momenti. A Torino la cesura tra gruppi politicizzati e gli altri manifestanti è stata invece più netta.
Le piazze francesi sono state determinanti per gli eventi di cui stiamo parlando. Non solo perché hanno fatto venire in mente a qualcuno l’idea di lanciare «Italia in Piazza», ma perché hanno reso pensabile e allettante nei pensieri di molti ragazzi e ragazze di scendere a manifestare con l’aspettativa di scontrarsi con le forze dell’ordine esattamente come stava accadendo in Francia. Non si tratta di manifestazioni nichiliste (anche se non possiamo elidere del tutto questo elemento), quanto piuttosto di un carnevale dove per qualche ora le gerarchie si rovesciano grazie allo spazio offerto da una manifestazione di massa. Ragazzi che vivono in quartieri marginalizzati conquistano il centro e svaligiano le vetrine che di solito possono solo guardare. Prendono la roba dai negozi, e rivendicano sventolando il tricolore di essere anche loro parte di questo paese che non li vuole.
In termini generali non c’è niente di nuovo, ma è un fenomeno nuovo per l’Italia, dove non avevamo fino a oggi assistito a sommosse urbane guidate da giovani razzializzati o di seconda generazione. E di questa novità è bene essere consapevoli, perché non scomparirà dalla scena politica. È qui per restare.
Perché proprio Bologna, Milano e Torino? Io penso perché i giovani di seconda generazione e razzializzati sono figli soprattutto di settori di classe lavoratrice meglio integrati che altrove, e per i quali la differenza di prospettive rispetto ai ragazzi indigeni ha un peso ancora maggiore. Sono anche città dove l’insediamento di alcune comunità ha una storia più lunga, e comunità inserite ormai stabilmente in circuiti transeuropei e transmediterranei. Lo vediamo con la musica trap: nella stessa canzone sempre più spesso si mescolano lingue diverse, passando dall’italiano, all’arabo, al francese, o dal tedesco, al turco, all’olandese. Su questi giovani quello che accade altrove in Europa risuona più forte e arriva prima.
Ci sono i cosiddetti maranza ma non solo. In piazza abbiamo visto una disponibilità al conflitto anche da parte di giovanissimi che hanno vissuto la loro socializzazione politica negli ultimi anni, dove l’orizzonte della guerra si è fatto sempre più minaccioso, insieme alla crisi climatica e alla rabbia per aver assistito al genocidio in Palestina mentre i loro governi non muovevano un dito. Lo scontro, il carnevale della città in rivolta, la resistenza alla polizia che vuole sgomberare le strade che occupano, diventa lo spazio più concreto di costruzione di una possibile alternativa.
Per queste ragioni credo che le piazze come quelle di sabato e domenica scorsi si moltiplicheranno nei prossimi mesi, e che possano diventare una variabile di cui tenere sempre conto. Per ora abbiamo visto mobilitarsi poche migliaia di persone per poche ore. Chi le demonizza fa un esercizio non solo inutile, ma controproducente. Non ci sono servizi d’ordine o appelli alla nonviolenza che funzioneranno, perché c’è un pezzo di società che a oggi trova solo questo linguaggio per esprimere il proprio dissenso, perché con tutta probabilità è l’unico che ha a disposizione per farsi prendere sul serio: nessuno mette a rischio la propria incolumità e libertà senza un valido motivo, anche se sembra un gioco incosciente.
Credo però anche che rimarrà deluso chi andrà a cercare in quelle piazze il soggetto rivoluzionario da trasformare in avanguardia per guidarlo, quanto chi da oggi racconterà che l’insurrezione permanente è dietro l’angolo.
Sbaglia chi ha paura di quanto accade nelle piazze, chi pretende di governarlo. È invece necessario respirarci dentro, capirle senza farsi abbagliare. Si può fare inchiesta durante una sommossa o mentre un negozio viene svaligiato? Credo di sì.
L’insorgere anche in Italia di fenomeni ben visibili altrove in Europa era d’altronde solo questione di tempo, con una società bloccata e impoverita, dove l’emarginazione spaziale e razziale è sempre più netta. Non si capisce perché questi ragazzi dovrebbero essere più educati.
Ciò non significa cercare scorciatoie dove ci sono vicoli ciechi, sappiamo che servirà ancora un grande lavoro di creatività organizzativa per superare le forme della politica antagonista o istituzionale che conosciamo. Lo scontro senza progetto può diventare nichilismo e non conflitto. Il riconoscimento da parte delle piazze degli studenti francesi dei rappresentanti de La France Insoumise, e il non ritrarsi di questi di fronte al conflitto nelle piazze, è però un’immagine potente, rappresentata dal sindaco di Bally Bagayoko che difende gli studenti e viene circondato da giovani con il volto coperto da maschere di Spider Man, balaklava e kefiah.
Alcuni fenomeni sociali, politici e di piazza sono irriducibili a un addomesticamento, si possono spiegare razionalmente, ma nessuno può pretendere di rappresentarli o di farsene portavoce. Parlano da soli. O meglio urlano. Urla dense di significato.
*Valerio Renzi, giornalista e attivista. Da anni scrive di destre radicali in Italia e in Europa. Il suo ultimo libro è Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango Libri, 2025). Ha una newsletter: sedestra.substack.com.