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29 Ottobre 2026 Marco Catania
Nel marzo del 2024, in un pozzo interno al polo chimico di Alessandria, le analisi registrarono oltre 190mila microgrammi per litro di C6O4, il fluorotensioattivo prodotto in esclusiva in quello stabilimento, l’unico in Italia che secondo un atto depositato in Consiglio regionale produce ancora sostanze perfluoroalchiliche.
Quella molecola non verrà più prodotta: lo ha comunicato Syensqo, la multinazionale belga nata nel dicembre 2023 dalla scissione di Solvay, che attribuisce lo stop a una nuova tecnologia di polimerizzazione che permette di ottenere la quasi totalità dei fluoropolimeri del sito senza ricorrere ai fluorotensioattivi.
La decisione anticipa di due mesi il termine del 31 dicembre fissato dalla nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Nella versione aziendale questo passaggio corona un percorso fatto di ricerca e «ascolto del territorio», che però, per farsi ascoltare, ha dovuto alzare parecchio la voce.
Il C6O4 era arrivato a Spinetta Marengo nel 2013 per sostituire il PFOA, la molecola che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’OMS classifica oggi come cancerogena per l’uomo. L’azienda lo ha sempre presentato come un PFAS di nuova generazione, «non bioaccumulabile né biopersistente». Qualche anno fa, ricordano i comitati, ne paragonava addirittura la tossicità a quella dell’olio di lavanda. Rassicurazioni a parte, la molecola ha viaggiato parecchio, visto che nel 2019 l’ARPA del Veneto l’ha individuata nelle acque del Po, in provincia di Rovigo. Le analisi di Greenpeace l’hanno poi rintracciata nelle acque potabili di comuni lontani, dall’area torinese fino alla provincia di Sondrio. Nel giugno 2024, dopo le anomalie riscontrate negli scarichi e nelle falde interne al sito, la Provincia di Alessandria ne aveva imposto la sospensione per trenta giorni.
Nonostante lo stop il C6O4 non sparirà del tutto: le scorte già stoccate nello stabilimento continueranno a servire per due prodotti che valgono circa l’1% dei volumi e per i quali, sostiene l’azienda, un’alternativa ancora non esiste. Secondo la comunicazione internazionale del gruppo si tratta di fluoropolimeri destinati soprattutto a idrogeno e semiconduttori.
Quante siano queste scorte, e quindi per quanto tempo il composto resterà negli impianti, non è stato reso noto. L’AIA è stata rinnovata per dieci anni il 5 agosto scorso, dopo che la precedente era scaduta nel giugno 2022. Introduce per la prima volta limiti alla somma dei PFAS emessi dai camini dell’azienda, che scenderanno gradualmente fino a 0,1 microgrammi per metro cubo per quasi tutti i punti di emissione – fanno eccezione i camini legati agli impianti che useranno ancora le scorte residue di C6O4 – entro il luglio 2030.
Fino ad allora i valori consentiti resteranno più alti, nella fase iniziale fino a cento volte il traguardo finale.
Anche i fluoropolimeri che continueranno a uscire da Spinetta, materiali per l’elettronica, le batterie e l’industria dell’idrogeno, appartengono alla famiglia dei PFAS, sostanze sul cui pericolo ha lanciato l’allarme persino un rapporto del relatore speciale ONU Marcos Orellana.
Rientrano quindi nella proposta di restrizione universale all’esame dell’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, il cui Comitato per l’analisi socioeconomica dovrebbe adottare il parere definitivo entro la fine dell’anno.
Difficile non notare che proprio ora l’amministratore delegato del gruppo, Mike Radossich, abbia sentito il bisogno di ribadire che i fluoropolimeri «restano materiali essenziali».
Cambiare il coadiuvante non vuol dire smettere di produrre PFAS, ma farlo in un altro modo.
Secondo un’elaborazione di Greenpeace sui dati del registro europeo delle emissioni, tra il 2007 e il 2023 il solo Comune di Alessandria ha totalizzato 2.828 delle 3.766 tonnellate di gas fluorurati rilasciate in tutta Italia.
Il biomonitoraggio regionale sui primi 414 volontari residenti entro tre chilometri dal polo ha trovato nel sangue di oltre il 96% concentrazioni di PFAS di vecchia generazione superiori ai 2 nanogrammi per millilitro.
A metà settembre gli aderenti al programma erano 1.120, e chi non ne fa parte deve pagarsi le analisi di tasca propria.
Sulla bonifica integrale, dentro e fuori lo stabilimento, i comitati denunciano che la nuova autorizzazione tace. L’azienda, dal canto suo, rivendica oltre 47 milioni di euro investiti dal 2012 in interventi di risanamento.
Il 16 novembre al Tribunale di Alessandria si aprirà il processo per disastro ambientale colposo a carico di due ex direttori dello stabilimento, Stefano Bigini e Andrea Diotto. Le difese avevano tentato invano di far derubricare il reato in inquinamento colposo. Negli ultimi due anni l’azienda ha versato oltre 2,5 milioni di euro di risarcimenti a una parte delle circa 300 parti civili. I Comuni di Alessandria e Montecastello hanno accettato 100mila euro ciascuno e sono usciti dal procedimento.
Il processo nasce da un esposto del WWF del 2020, mentre il diritto di conoscere i dati completi sulle emissioni lo ha sancito un ricorso al TAR vinto da un circolo di Legambiente. Per anni cittadini e comitati hanno tenuto acceso, a colpi di presidi e analisi del sangue pagate da sé, un caso che in molti avrebbero preferito archiviare. «Non ci fermeremo perché una produzione cessa», ha scritto il comitato Ce l’ho nel sangue, che chiede lo stop a tutti i PFAS e la bonifica del territorio.
Mario Catania
Giornalista professionista dal 2011, si occupa di inchieste, reportage e attualità. Ha lavorato per la carta stampata, per l’online e come videoreporter, spaziando dalla cronaca alla politica e tematiche ambientali. Autore di libri e saggi, per L’Indipendente coordina i lavori del mensile.
