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3 Novembre 2026 Stefano Baudino
Queste sono cose “mai sentite “, come quando ci si telefonava ridendo dal board berlusconiano perchè il terremoto avrebbe portato “lavoro--(notr di redaz)
L’enorme scandalo sulla ricostruzione post-sisma nelle Marche, che ha portato a otto misure cautelari in carcere e a sequestri per oltre 57 milioni di euro, non sembra trovare adeguata collocazione nelle colonne delle principali testate italiane.
Eppure, giorno dopo giorno, emergono dalle carte dei magistrati importanti dettagli sul “sistema” oggetto dell’inchiesta, che ruota attorno a un articolato sistema di società, prestanome e subappalti e che avrebbe consentito a imprese riconducibili ad ambienti della camorra e della ’ndrangheta di lavorare nei cantieri della ricostruzione marchigiana dopo il terremoto del 2016. Tra società che si avvicendano, operai trasferiti da un’impresa all’altra e cantieri che proseguivano i lavori anche quando scattavano le interdittive antimafia, le carte fotografano un oliato meccanismo in cui a vincere sarebbero stati rapporti di forza, logiche monopolistiche e meccanismi corruttivi.
Il ruolo dei subappalti
Gli atti d’indagine raccontano come la figura centrale in questa vicenda sia quella di Enrico Crucianelli, titolare della Rest Edile di Tolentino e presidente autosospeso dell’Ance di Macerata. L’impresa ha acquisito negli anni quasi 800 cantieri, soprattutto nell’ambito della ricostruzione privata: circa la metà risulterebbe ancora aperta.
Per la Guardia di Finanza, l’imprenditore disponeva di una forza lavoro insufficiente rispetto alle commesse e avrebbe fatto ricorso sistematico a subappalti, affidando parte dei lavori anche a società riconducibili a soggetti con cause ostative o ritenuti vicini alla criminalità organizzata.
Il subappalto, di per sé legittimo, è lo specifico contratto con cui l’impresa incaricata di un’opera ne affida una parte a un’altra. In questo caso, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona, il meccanismo avrebbe permesso di portare nei cantieri soggetti che, per i loro legami opachi o per la situazione delle proprie aziende, avrebbero incontrato ostacoli a operare direttamente.
Il rapporto sarebbe stato vantaggioso per entrambe le parti: la Rest Edile avrebbe ottenuto manodopera per sostenere le commesse, mentre le imprese subappaltatrici avrebbero avuto accesso alle risorse pubbliche della ricostruzione. Un elemento centrale concerne il costo del lavoro, con la disponibilità di manodopera a prezzi contenuti che avrebbe rafforzato la competitività dell’impresa.
Secondo la Guardia di Finanza, agli interessi dell’appaltatore ad acquisire commesse e liquidità corrispondeva la capacità delle aziende subappaltatrici di fornire operai.
Un filone dell’indagine riguarda poi Vincenzo Chiappalone, imprenditore ritenuto dagli investigatori vicino ad ambienti della ’ndrangheta. La Finanza ipotizza infatti che sue società abbiano fornito manodopera e alimentato un circuito di fatture false per circa otto milioni di euro, con somme successivamente restituite in contanti e in parte destinate a esponenti di cosche calabresi.
Tra le contestazioni figura anche la somministrazione illecita di manodopera: una delle società, formalmente subappaltatrice, si sarebbe limitata a fornire lavoratori alla Rest Edile con retribuzioni inferiori a quelle stabilite dai contratti nazionali per l’edilizia.
Società e controlli antimafia
Un altro pezzo dell’inchiesta investe società che sarebbero state riconducibili ai fratelli Giuseppe e Raffaele Diana, ritenuti contigui al clan dei Casalesi. Il 29 novembre 2024 la prefettura di Milano comunicava a Mira Costruzioni i motivi ostativi al rinnovo dell’iscrizione nella white list, ovvero la lista delle imprese per le quali le verifiche antimafia hanno avuto esito favorevole. Pochi giorni dopo veniva costituita
Prospera Costruzioni, che secondo gli inquirenti sarebbe stata gestita dagli stessi soggetti. Nel febbraio 2025 la nuova società iniziava a fatturare alla Rest Edile; a fine mese arrivava l’interdittiva contro Mira. Anche la manodopera sarebbe stata coinvolta: 64 lavoratori sarebbero passati da Mira a Prospera e, successivamente, 55 da Prospera a Omega, Adriatica e Gisa. Omega aveva iniziato a fatturare alla Rest Edile già il 20 ottobre 2025, prima del preavviso di cancellazione dall’Anagrafe antimafia ricevuto da Prospera il 17 marzo 2026.
Il 9 aprile successivo veniva adottata l’interdittiva contro Prospera.
Per lavorare nella ricostruzione finanziata con fondi pubblici, le imprese devono essere iscritte all’Anagrafe antimafia degli esecutori. Il sistema di verifiche ha previsto una fase iniziale che, in assenza di elementi immediatamente ostativi, può portare a una liberatoria provvisoria, mentre gli accertamenti proseguono. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’utilizzo di prestanome e l’avvicendarsi delle società avrebbero però consentito di aggirare i presìdi antimafia.
Il commissario alla ricostruzione Guido Castelli ha difeso l’azione di prevenzione: tre imprese coinvolte nell’indagine erano già state colpite da interdittive, ha spiegato, richiamando oltre cento provvedimenti antimafia adottati in tre anni. Per Castelli questi numeri dimostrano l’attivazione dei controlli; il punto posto dall’inchiesta è capire se siano stati sufficientemente efficaci da impedire il passaggio di lavoratori e commesse ad altre società.
Gli allarmi dei sindacati
Interrogativi e le preoccupazioni sul sistema alla base del lavoro nei cantieri erano già emersi nell’estate del 2023, quando Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil di Macerata avevano segnalato un consistente scarto tra i dati sulla ricostruzione e la massa salariale dichiarata alla Cassa edile.
Le sigle sindacali avevano denunciato la presenza nei cantieri di «lavoratori non correttamente inquadrati nel contratto nazionale» e forti ritardi nell’impiego del badge per registrare gli accessi e del settimanale di cantiere. Si trattava di rilievi generali sul settore e non una denuncia specifica delle società ora coinvolte nell’inchiesta, ma che già dimostravano l’esistenza di un vistoso circolo vizioso.
Nel 2025 la Feneal Uil era tornata a segnalare lavoro irregolare e carenze nei controlli, chiedendo maggiori verifiche e tutele. La questione oggi riguarda anche il futuro delle persone e delle aziende della filiera. Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto negli scorsi giorni al prefetto di Macerata una mappatura dei cantieri, il monitoraggio dei pagamenti e un tavolo di crisi. L’obiettivo è quello di tutelare stipendi, imprese e famiglie ancora in attesa di tornare nelle proprie case.
Il filone della corruzione
L’inchiesta in corso non si ferma al tema delle presunte infiltrazioni mafiose, ma pone la sua lente anche su un possibile sistema di corruzione che avrebbe orientato appalti e finanziamenti pubblici. Al centro di tale filone c’è Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto del presidente delle Marche Francesco Acquaroli. Secondo gli inquirenti, insieme agli imprenditori Antonio Cervigni e Antonio Ezechielli, Pistarelli avrebbe infatti sfruttato i propri rapporti istituzionali per favorire determinate operazioni, ricevendo circa 105mila euro tra contanti e lavori di ristrutturazione.
Tra le vicende in esame c’è quella dell’ex convento delle Monachette di Macerata, acquistato dall’ente regionale per il diritto allo studio per trasformarlo in uno studentato. L’appalto per i lavori, di circa sei milioni di euro, è stato assegnato a un raggruppamento di imprese di cui faceva parte la Rest Edile di Crucianelli. Secondo l’accusa, per favorire l’aggiudicazione l’imprenditore avrebbe promesso il pagamento di 120mila euro (il 2% del valore dei lavori). Pistarelli si è detto estraneo alle accuse, avvalendosi della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia.
Stefano Baudino
Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.
