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03-11-2026 – di: Livio Pepino
Tra un anno si vota. Forse prima, ché gli scricchiolii interni alla maggioranza sembrano preludere a un voto anticipato. Saranno elezioni di grande importanza e ciò impone anche a realtà come Volere la Luna (pur estranea, finanche per statuto, alla politica istituzionale e alla dimensione elettorale) una presenza nel dibattito politico e un ruolo di orientamento culturale.
A ciò è dedicato questo seminario che introduco con 10 spunti volutamente schematici: per ragioni di tempo ma anche per far emergere subito le questioni che ci stanno davanti e favorire, così, il confronto. Devo, inevitabilmente, partire da lontano, riprendendo alcune cose già dette nel nostro dibattito.
1. La gravità della crisi che attraversa il Paese ha dimensioni senza precedenti nella storia repubblicana. È una crisi economica, sociale, culturale, politica, istituzionale. Due flash soltanto. Nel 2025 – secondo i dati diffusi dall’Istat il 15 ottobre – sono in condizioni di povertà assoluta, in Italia, 2,1 milioni di nuclei familiari, corrispondenti a 5,4 milioni di persone, quasi il 10% dei residenti; e sono in condizioni di povertà relativa (quantificata in un reddito di 1.231 euro mensili per una famiglia di due componenti) oltre 2,8 milioni di nuclei familiari, corrispondenti a 8,7 milioni di persone, poco meno del 15% dei residenti.
È povero, in altri termini, un residente su quattro. E la situazione è in via di peggioramento se è vero che i salari reali nel nostro Paese sono scesi del 7,5% dal 2021 (dati Ocse) a fronte di aumenti, anche significativi, in tutto il resto d’Europa. Passando dal piano socio-economico a quello istituzionale, l’attacco al sistema costituzionale non è mai stato così forte. La vittoria del no nel referendum sulla giustizia lo ha contenuto, ma esso procede in modo sistematico a diversi livelli: la realizzazione dell’autonomia regionale differenziata (aggirando la sentenza della Corte costituzionale che l’ha fortemente limitata), la nuova legge elettorale (che delinea un premierato di fatto e, in caso di raggiungimento da parte di uno schieramento del 42 per cento dei voti, ribalta il rapporto di rappresentanza rendendo maggioranza in Parlamento chi è in minoranza nel Paese e andando così ben oltre la stessa legge truffa del 1953), la marginalizzazione del Parlamento (ridotto ad “aula sorda e grigia” preposta, per lo più senza dibattito, alla ratifica delle decisioni del Governo), la continua delegittimazione degli organismi di controllo (a cominciare dalla magistratura), la progressiva riduzione del pluralismo dell’informazione, la torsione autoritaria del sistema (sempre più prossimo a uno Stato di polizia, in cui – come avviene con il fermo preventivo – anche gli interventi sulla libertà personale cessano di essere monopolio dell’autorità giudiziaria) e via elencando.
2. Questa crisi si inserisce in una situazione di eclissi della democrazia a livello planetario. La democrazia, come l’abbiamo conosciuta nella modernità, non esiste più: è obsoleta, superata, irreale. I valori a cui fa riferimento (uguaglianza, libertà, partecipazione) restano validi ma sono privi di una credibile incarnazione istituzionale; il loro contenitore è andato irrimediabilmente in pezzi.
Lo sintetizza bene Marco Revelli: «Come sonnambuli continuiamo ad applicare lo stesso nome a una cosa che non esiste più, senza accorgerci della metamorfosi radicale che sta di fronte a noi» (La democrazia è antiquata, Laterza, 2026, p. 4). La cosa è evidente sol che si guardi la realtà con occhi sgombri da pregiudizi ideologici: la guerra è, secondo tutte le rilevazioni, invisa alla stragrande maggioranza dei cittadini del mondo ma è praticata in maniera crescente e con il consenso pressoché unanime della politica; le 12 persone più ricche del mondo hanno risorse maggiori di quelle di gran parte degli Stati e di metà della popolazione del pianeta (oltre 4 miliardi di donne e di uomini); le elezioni, dove ancora si tengono, sono sempre più frequentemente truccate grazie a sistemi di voto che falsano la rappresentanza o da vere e proprie manipolazioni e, in ogni caso, i costi delle campagne elettorali sono tali da restringere la competizione a una ristretta élite espressione dello stesso potere economico; i cambiamenti climatici, con i loro esiti devastanti, sono avvertiti dalla maggioranza degli abitanti del mondo come il pericolo più rilevante dopo la guerra ma questa percezione non supera la soglia dei Parlamenti e dei governi.
Le attuali democrazie reali (come il socialismo reale di ieri) hanno tradito i valori che avrebbero dovuto promuovere e garantire. Il popolo e il potere hanno imboccato strade diverse e divergenti; la democrazia è deperita da governo di tutti, in governo dei più, per diventare poi governo dei meno fino a sganciarsi totalmente da coloro che dovrebbe rappresentare. Non è un fenomeno sovrastrutturale, ma il portato di mutamenti intervenuti nel profondo della società e della cultura che hanno cancellato lo stesso homo democraticus dando la stura all’individualismo più sfrenato e alla sostituzione della partecipazione con la delega e un consenso drogato.
3. In tutto il mondo spira un vento di destra, solo scalfito, per ora, da alcuni (significativi ma limitati) segnali in controtendenza. L’impero di Trump negli Stati Uniti sta stravolgendo gli ultimi residui di sistema rappresentativo e di bilanciamento tra i poteri: la sua (auspicabile) sconfitta nelle elezioni di mid term attualmente in corso potrebbe avviare un percorso diverso ma sarebbe, comunque, solo un avvio.
L’America latina è integralmente governata, con le sole eccezioni di Brasile e Cuba (sino a che resisterà), da una destra senza freni e con tendenze golpiste; in Asia, il colosso indiano si avvia alla costituzione di uno Stato etno-religioso spingendosi, per questo, alla cancellazione dai registri elettorali di 130 milioni di persone; in Europa, anche le socialdemocrazie nordiche e il Regno Unito governato dai laburisti conservano il riferimento alla sinistra solo nel nome, mentre le prossime elezioni di Spagna e Francia rischiano di aggiungere altre tessere – oltre a quelle di Italia e Grecia – al mosaico neofascista del vecchio continente e i neonazisti si accingono a diventare maggioranza in una Germania già oggi impegnata in un progetto reazionario e bellicista.
Tutto questo ha come corollario la sostituzione della forza al diritto internazionale ed è il portato di un’ideologia improntata al liberismo più selvaggio che – è questo, forse, il dato più grave – non trova, allo stato, modelli alternativi capaci di egemonia né a livello teorico né, dopo il crollo del muro di Berlino (oltre tre decenni fa), sul piano delle esperienze di governo (ché anche la Cina, pur avviata a un ruolo di primissimo piano nello scacchiere internazionale, ha perso ogni contatto con un autentico progetto socialista).
4. Ci sono – guai a sottovalutarli – alcuni segnali in controtendenza, importanti e significativi ma limitati. Cito – omettendo esperienze potenzialmente ripetibili ma, allo stato, di carattere strettamente regionale (come quella del Kurdistan) – le elezioni della settimana scorsa in Serbia e in Brasile, alcune elezioni locali negli Stati Uniti (a cui potrebbero affiancarsi quelle di mid term in corso) e, soprattutto, i grandi movimenti contro la guerra, contro il genocidio in Palestina, per l’uguaglianza e i diritti che stanno percorrendo l’Europa (e non solo).
Si tratta di realtà tra loro assai diverse che non è possibile analizzare qui.
Mi limito, dunque, a pochissimi flash: il futuro della Serbia e del “partito degli studenti” è tutto da vedere e nessuno, oggi, è in grado di prevederlo ma, comunque vada, la pratica di democrazia diretta intervenuta in questi due anni e il suo esito elettorale resteranno un fatto profondamente innovativo e di grande spessore politico; il “miracolo” del secondo turno nelle elezioni presidenziali brasiliane, che ha prodotto la vittoria di Lula, è stato, soprattutto, l’esito del risveglio di masse, fino ad allora marginali e lontane dalla politica, che, a fronte del rischio del ritorno di un fascismo rapace e subalterno agli Stati Uniti, hanno messo in atto un inedito protagonismo; la vittoria di candidati progressisti (a cominciare da Mamdani) in alcune grandi municipalità degli Stati Uniti è avvenuta sulla base di un’esplicita rivendicazione di socialismo e dell’abbandono dell’idea nefasta che, per vincere, si debbano sempre inseguire il centro e i moderati; i movimenti che stanno occupando le strade del mondo (dalla Francia all’Albania, dalla Spagna agli Stati Uniti, dalla Germania all’India) non hanno – ancora – la consistenza di quelli dei primi anni duemila, quando il New York Times li definì la seconda potenza mondiale, ma esprimono una partecipazione e una continuità negli ultimi anni sconosciuta.
5. Anche il quadro italiano, come quello mondiale, presenta elementi significativi di novità. Ne segnalo tre: l’esito del referendum del marzo scorso che ha respinto la riforma costituzionale della giustizia; la saldatura, nella protesta, di movimenti eterogenei; la ridefinizione della rappresentanza del mondo del lavoro.
Sul referendum si è ormai detto tutto.
Mi limito, dunque, a ricordare che – secondo tutte le rilevazioni e le analisi – la vittoria del no è stata determinata dalla partecipazione giovanile e da un consistente ritorno al voto di elettori che lo avevano abbandonato, determinato dall’intento di impedire (o contenere) la svolta autoritaria perseguita dalla destra. Non si tratta, proprio per questo, di un elettorato acquisito; al contrario, la sua stabilizzazione è subordinata, con ogni verosimiglianza, al permanere delle condizioni di fatto e di contesto che lo hanno motivato in occasione del referendum.
Le mobilitazioni che dall’autunno scorso attraversano le strade, le piazze, le scuole, le università e i luoghi di lavoro – e che stanno anche alla base del voto referendario – non sono una semplice ripetizione di quelle dei decenni scorsi.
Ci sono profili almeno parzialmente inediti: la continuità (ché durano ormai da un anno), la convergenza di soggetti eterogenei (gli studenti, certo, e i movimenti per la pace e per la Palestina, ma anche aree sociali ad essi contigue, a cominciare dagli insegnanti, e il mondo dell’ambientalismo, fino a ieri per lo più impegnato in rivendicazioni separate) e la saldatura con il mondo del lavoro. È, in ogni caso, evidente che si tratta di realtà indisponibili a firmare cambiali in bianco ad alcuno.
Il terzo fatto nuovo è la ridefinizione in atto della rappresentanza del mondo del lavoro, con la crescita quantitativa e qualitativa (in riferimento a settori nevralgici) del sindacalismo di base, del suo protagonismo e della sua audience. È un processo in divenire che andrà seguito e studiato ma quel che è certo fin d’ora è il venir meno di ogni collegamento diretto tra questa parte di mondo del lavoro e la rappresentanza politica.
6. Da queste novità sul versante sociale la politica istituzionale è abissalmente distante. Lo dico senza compiacimento e – aggiungo – senza alcun atteggiamento elitario o intellettualistico. Mi limito a osservare la realtà. Solo alcuni flash. Il centro sinistra è da mesi impegnato in uno stucchevole dibattito sull’utilità e le regole delle primarie e sui tempi di definizione di un programma di governo: non – almeno prevalentemente – per ragioni personalistiche ma per l’incapacità di dire parole condivise e chiare, seguite da comportamenti coerenti, sulle questioni fondamentali che agitano le piazze e, in particolare, su quella della guerra, della pace e del riarmo.
C’è di questo scollamento una rappresentazione scolastica: venerdì scorso, mentre oltre 60 città italiane si mobilitavano in massa contro il Governo e le sue politiche, i leader dell’opposizione si incontravano in una call per definire la road map verso le elezioni e (magari) le modalità di coinvolgimento in essa di Italia Viva e di Matteo Renzi.
Difficile – anche senza evocare le “due destre” – pensare che ciò possa costituire un’attrattiva per i movimenti e per quei milioni (ripeto, milioni) di votanti aggiuntivi che hanno determinato la vittoria referendaria. Non meno inadeguato è lo stato della sinistra alternativa.
Mi basta segnalare, in attesa di riprendere il tema più avanti, le sue perenni divisioni (assai simili, ormai, alla scissione dell’atomo) e il suo stesso linguaggio, distante le mille miglia da quello della maggioranza dei cartelli e degli slogan delle manifestazioni in cui pure era presente, rivelatore di una impostazione novecentesca e massimalista inevitabilmente respingente anche per i settori ad essa politicamente più vicini.
7. È tempo, a questo punto, di trarre le conseguenze di quanto detto. La prima – e fondamentale – è che un cambiamento politico reale e l’inveramento dei valori sottesi alla democrazia non pioveranno dall’alto e, in particolare, dalle forze che costituiscono il cosiddetto “campo largo”. Inutile farsi illusioni. Sarà necessaria una rivoluzione culturale, a partire dal basso, dai margini, da chi è vittima del sistema che impropriamente continuiamo a chiamare “democrazia”. Perché occorre modificare la cultura diffusa, che contrassegna (almeno in prevalenza) anche le forze che al campo largo fanno capo.
Ma una rivoluzione culturale richiede una lunga incubazione e una trasformazione profonda dell’agire politico: la fretta (pur comprensibile data la gravità della situazione) non facilita l’operazione ma, al contrario, la ostacola producendo illusioni destinate a essere seguite da frustrazione e demotivazione diffusa. Per noi – di Volere la Luna – la cosa è pacifica, tanto da averla scritta nel preambolo del nostro statuto laddove si propone «quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale: cambiare radicalmente il proprio modo di essere, di pensare, agire, cooperare e aggregarsi, tenendo fermi i valori di riferimento di un solidarismo radicale. Il mondo è cambiato, è ora di cambiare noi stessi.
E il nostro modo di stare insieme. A cominciare da tre obiettivi primari: contrastare le diseguaglianze, promuovere ma soprattutto praticare forme di partecipazione solidale, favorire la rinascita di un pensiero libero e critico. Cioè non limitarsi a proclamare i propri valori, ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di prossimità, di spazi, anche limitati, di relazione, di strumenti di comunicazione aperti e critici».
8. Detto questo, è necessario addentrarsi nelle concrete scadenze dei prossimi mesi. Il rischio di una nuova vittoria della destra (accresciuto dal sistema elettorale) è elevato. Con una certezza: se dovesse vincere l’asse Meloni-Salvini-Vannacci (di assai probabile ricomposizione nonostante le scaramucce tese a definire i rapporti di forza interni) la nostra forma di Stato e di governo – quella disegnata dalla Costituzione del 1948 e tuttora vigente pur se, in molta parte, svuotata dall’interno – sarebbe travolta.
La destra eversiva disporrebbe non solo del Governo ma anche della Presidenza della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Consiglio superiore della magistratura e di tutta la costellazione di enti pubblici economici e culturali (oltre che del sistema informativo). Sarebbe – realmente e senza esagerazioni – il fascismo del nuovo millennio. Contrastare questo disegno è, evidentemente, una priorità.
Ma come?
Che fare per arrestare l’avanzata della destra senza indebolire (in quantità, in qualità e in credibilità) l’impegno di lungo periodo? I due obiettivi – deve essere chiaro – sono inscindibili perché se mai vincesse la destra tutto sarebbe più difficile; ma se, per evitare quella vittoria, ci fosse un appiattimento generalizzato sull’esistente e sulle forze che lo sostengono, ciò determinerebbe un allontanamento forse definitivo dalla politica istituzionale di quelle componenti della società che perseguono un mutamento radicale.
Il realismo ci dice che la quadratura del cerchio non è possibile e che non esistono soluzioni salvifiche ma alcuni dati sono ineludibili.
9. Anzitutto bisogna definire che cosa non fare.
La prima cosa impossibile è un endorsement al centro sinistra. Se è esatta l’analisi fin qui svolta, esso, sarebbe, oltre che incoerente, anche inutile: lungi dall’essere un incentivo al voto per i settori della sinistra che guardano a noi con attenzione e interesse, avrebbe il solo effetto di minarne la fiducia e la motivazione all’impegno per un vero cambiamento nei tempi lunghi che esso richiede.
Né è politicamente praticabile – ammesso che ci siano prospettive in tal senso – una qualche forma di entrismo in una delle forze di centro sinistra. È una impraticabilità che deriva dalle caratteristiche estremamente pregiudicate di quelle forze e dall’esperienza anche recente: in particolare quella delle elezioni europee del 2024 nelle quali le candidature “esterne” nelle liste di Pd e Avs si sono rivelate strumentali, utili per raccattare qualche voto in più ma inidonee a spostare anche di pochissimo gli equilibri politici.
È una strada praticata altrove, per esempio negli Stati Uniti, ed è possibile che diventi percorribile in un futuro più o meno prossimo anche in Italia ma solo in condizioni diverse, create nei territori, magari anche in momenti elettorali.
Lo stesso vale per la sinistra alternativa. Le sue proposte, nel dibattito (e anche nell’organizzazione), sono molte ma, per lo più, suicide. Tale sarebbe – anzi è, ché se ne vedono ormai avanzate avvisaglie – il tentativo di costruire un soggetto politico-elettorale espressivo dell’intera area.
La sinistra alternativa, infatti, è da tempo perdente sul piano culturale, su quello della capacità di aggregazione e su quello dei risultati elettorali. Mi limito a ricordare questi ultimi, che sono, anche, lo specchio dei primi e che rivelano una sconfitta definitiva, reiterata in tutte le elezioni degli ultimi vent’anni o quasi.
Lo sguardo d’insieme è impressionante. 2008, politiche (Camera), Sinistra Arcobaleno: 1.124.418 voti, 3,8%; 2009, europee, Rifondazione Comunista-Comunisti italiani: 1.037.862, 3,39%; 2013, politiche, Rivoluzione Civile: 765.189, 2,25%; 2014, europee, L’Altra Europa per Tsipras: 1.108.457, 4,04%; 2018, politiche, Potere al Popolo: 372.179, 1,13%; 2019, europee, La Sinistra: 469.943, 1,75%; 2022, politiche, Unione Popolare: 403.149, 1,43%.
A questa serie storica si aggiunge l’esito delle europee del 2024 in cui la sinistra alternativa, presentatasi con il simbolo “Pace, terra, dignità”, si è fermata a 513.281 voti, il 2,21% dei votanti, un elettore su 100 aventi diritto: sconfitta ancor più bruciante perché la lista faceva riferimento a una parola d’ordine chiara e condivisibile, come il rifiuto della guerra e l’apertura di una prospettiva di pace, e comprendeva candidature credibili per storia e coerenza. I fatti hanno la testa dura.
Lo dico senza alcun compiacimento e con la speranza di sbagliarmi, ma quella è ormai – io credo – una storia chiusa. Definitivamente.
Non so se ci sia un posto elettorale per la sinistra alternativa ma, se c’è, non è con quegli attori e con quelle modalità. Proseguire in questa logica sarebbe inutile e controproducente. La somma dei precedenti fallimenti non porterebbe a un successo e continuare in un inutile accanimento terapeutico non solo sarebbe improduttivo ma demotiverebbe e allontanerebbe ulteriormente dalla politica quelli che si vorrebbero coinvolgere (e che sono stati partecipi di un’esperienza, costruita sui contenuti, come quella del referendum sulla giustizia).
Suicida sembra a me anche la terza ipotesi sul tappeto, sostenuta da molti anche a me vicini: quella della creazione di un nuovo Comitato di liberazione nazionale. Ce ne sarebbe bisogno ma le controindicazioni sono insuperabili, a cominciare dalla mancanza di un’idea unificante capace di creare consenso, entusiasmo, mobilitazione. La stessa valutazione del Governo della destra è diversa tra le forze che dovrebbero comporre questo fronte e lo è, soprattutto, sul tema oggi fondamentale e dirimente della guerra. Aggiungo che, anche per questo, una proposta siffatta sarebbe priva di ogni appeal nei confronti di quei giovani e di quei marginali che si vorrebbe riportare al voto.
10. Non resta dunque che sedersi sul bordo del fiume aspettando che passi il corpo del nemico (immagine, tra l’altro, che non mi piace)? Assolutamente no. Una strada c’è, che consente di salvaguardare la coerenza e la credibilità conquistata negli anni e, insieme, di non astrarsi in modo elitario dall’esistente.
È una grande iniziativa politica, magari accompagnata dalla costruzione di una rete non coinvolta direttamente nelle elezioni, che denunci i disastri prodotti dalla destra, che sottolinei i rischi esiziali di una sua nuova vittoria e che immetta nel dibattito pre elettorale alcuni temi (pochi e non esaustivi ma qualificanti) sfidando, sul punto, le forze politiche del centro sinistra anche con l’affermazione esplicita che il voto sarà condizionato anche dalle loro risposte. I temi sono nelle cose.
Il principale (senza il quale tutti gli altri sono destinati a soccombere) è il rifiuto di ogni forma – diretta o indiretta, nazionale o europea – di aumento delle spese militari e di sostegno a chi lo persegue (posto che il riarmo prepara nuove guerre, potenzia lo status quo e sottrae risorse alle politiche tese a promuovere uguaglianza e dignità delle persone).
Altrettanto chiari sono alcuni ulteriori obiettivi: a) l’adozione di interventi finalizzati ad arrestare il collasso climatico, anzitutto potenziando le fonti energetiche alternative (con rinuncia a ogni ipotesi di nucleare); b) l’introduzione di misure tese a ridurre le disuguaglianze (un sistema fiscale progressivo con aliquote elevate per le fasce alte, il salario minimo, un nuovo reddito di cittadinanza e il potenziamento del welfare, in particolare della sanità); c) l’abrogazione delle norme liberticide dei decreti sicurezza e una politica migratoria accogliente; d) un sistema elettorale proporzionale senza correttivi.
Poi, ciascuno sceglierà che fare. Non c’è bisogno di nostre campagne elettorali né di indicazioni di voto. Ciascuna e ciascuno saprà fare la sua scelta, non necessariamente comune, nel contingente – come in molti hanno fatto nel referendum e come i brasiliani hanno fatto nel secondo turno delle presidenziali – salvaguardando, nello stesso tempo, la sua voglia e il suo impegno di cambiamento futuro.
A noi compete rendere palese che il voto è solo una tessera – importantissima ma non esaustiva – di un processo politico lungo e articolato e che la sconfitta del fascismo può venire solo da un arcipelago di forze differenziato e plurale.
* È l’intervento introduttivo al seminario “Tra un anno si vota. Come contribuire a impedire una nuova vittoria della destra”, organizzato a Torino il 4 novembre da Volere la Luna.