L’insostenibile leggerezza dei valori dell’Occidente

Dal blog https://www.lafionda.org/

3 Nov , 2026|Piero Bevilacqua

Un coprifuoco culturale bipartisan

È ormai una denuncia persino ovvia. I vari provvedimenti legislativi varati dal governo Meloni, dal decreto “Rave” del 2022, passando per le Disposizioni per il contrasto dell’antisemitismo approvate al Senato il 4 marzo (in concorrenza con un’iniziativa analoga di esponenti del Partito Democratico), al ddl su “sicurezza pubblica e criminalità minorile” di questo 20 ottobre 2026, rivelano la crescente pressione coercitiva che i cittadini italiani stanno subendo da tempo ad opera del potere politico.

Segnalano la restrizione degli spazi di libertà oggi in atto per volontà di un esecutivo che cova in seno una insopprimibile vocazione autoritaria. Ma gli italiani non subiscono soltanto questa forma manifesta e sbandierata di repressione. Sono anche vittime di una forma più soft e invisibile di controllo culturale, di censura politica, di delimitazione e chiusura degli spazi intellettuali. Una sorta di recinzione di ciò che è dicibile e ciò che non lo è.

Non da oggi esiste in Italia una vasta e nascosta perimetrazione del discorso pubblico e dell’analisi sociale, una sorta di presidio di politica culturale condotto da intellettuali, docenti universitari, giornalisti, editori, ecc., che ha il suo centro politico e punto di riferimento e di orientamento nel Partito Democratico.

Queste figure, che debbono contendere gli spazi della comunicazione a politici e intellettuali di area governativa, o comunque di centro-destra, li occupano stabilmente mettendo in atto una metodica emarginazione di ogni voce radicale e soprattutto classista, di ogni dissonanza antioccidentale, di ogni discorso severamente critico sugli USA, Israele e sull’Unione Europea.

E ciò avviene tramite il silenzio o il sabotaggio di libri scomodi, sbarrando l’accesso alle figure non conformi al moderatismo democratico alla TV pubblica, alla Radio, alle varie istituzioni culturali, ai festival, ai premi letterari, e a tutti gli altri luoghi di comunicazione che non siano finiti in mano alle altre forze politiche.

Questo accade come pratica normale e sotterranea di esclusione, quando cioè non si scatena invece l’isteria russofobica, che accomuna i democratici alla destra, e che porta a vere e proprie persecuzioni personali, come è accaduto a Elena Basile, Angelo D’Orsi, Pietrangelo Buttafuoco e ad altri nella caccia alle streghe dei putiniani d’Italia.

Chiunque abbia un minimo di conoscenza del mondo intellettuale italiano può constatare quante figure di studiosi vanta il nostro Paese, eccellenti nelle più varie discipline, che non appaiono sui mezzi della grande comunicazione di massa e di cui non si ode la voce. Un’esclusione che impoverisce il Paese, costretto a specchiarsi in una immagine di ristrettezza, conformismo e mediocrità culturale, a cui si dà in pasto facile letteratura, intrattenimento, i prodotti di rapido consumo della società dello spettacolo.

Fare qui dei nomi, come pure sarebbe utile, mi porterebbe a far torto a troppi filosofi, storici, sociologi, giuristi, scienziati, economisti, che per necessità di spazio non potrei menzionare. E non è affatto vero, quel che si dice, che “non ci sono più gli intellettuali di una volta”, cioè le figure che oltre a praticare una specifica disciplina intervenivano anche sui problemi dell’universo sociale.

Oggi probabilmente sono più numerosi che negli anni ‘60 e ‘70. La novità è che non sono visibili e non hanno voce, per la ragione elementare che essi non servono più, come accadeva un tempo, a un partito che voglia fare delle masse popolari il soggetto di un progetto generale di trasformazione sociale. A che serve la storia, la filosofia, la sociologia, a un ceto politico che si è assunto il compito di rendere più sopportabile la violenza del mercato e nulla di più? Che non intende fare della lotta popolare il soggetto per una trasformazione radicale della società capitalistica?

Che si è ritagliato il suo spazio di potere e legittimazione mostrando al proprio popolo, regredito a elettorato, il lato sviluppista e modernizzatore del capitalismo contemporaneo? Non c’è da cambiare il mondo, ma da amministrarlo, cercando di non urtare gli interessi dei grandi gruppi che oggi sovrastano la politica, ritagliandosi uno spazio di successo e di circoscritto potere. Perciò servono intelligenze moderate, che non insistano troppo a illustrare la violenza ormai fuori misura con cui procede il capitalismo del nostro tempo.

Molto più utili sono esperti come Ilvo Diamanti e Sandro Pagnoncelli, ad esempio, che informano sugli andamenti, le tendenze, gli umori dei cittadini, declassati alle figure manipolabili di elettori. Oppure i giornalisti-storici che saturano coi titoli dei loro libri l’intero universo pubblicitario quotidiano, ma anche il mercato librario, togliendo spazio ai testi che sono frutto di ricerca. O ancora giornalisti-scrittori, o bravi affabulatori, come Michele Serra, un acuto moralista scivolato nell’intrattenimento, e Fabio Fazio – il quale ha fatto del programma Che tempo che fa il salotto esemplare dei buoni sentimenti democratici – in grado di mostrare il lato apprezzabile ed edificante dello status quo, quello in cui loro prosperano, malgrado le sgradevolezze degli accidenti quotidiani e le storture della storia.

E qui, per ragioni di spazio, posso fare solo un cenno alle torrette di guardia che controllano, con grande potenza dissuasoria, l’osservanza del coprifuoco. Vale a dire, a parte la nera canaille dei fogli della destra, emergenti dai bassifondi della vita civile italiana, i giornali mainstream, Corriere della Sera, Repubblica e La Stampa, che sguinzagliano i loro cani da guardia anche nelle TV, mattina e sera.

Sono loro i guardiani che colpiscono manu militari qualunque voce politica stoni nel coro generale di alleluia impegnato a glorificare il regno celeste dell’Occidente. (Mi sono occupato in parte di questo giornalismo in Stampa di guerra, «Historia Magistra» 2023, n. 43)

Il lettore può intuire l’esclusione di cui parlo se osserva che i pochi intellettuali attivi fuori dal cianciare conformistico, visibili peraltro quasi esclusivamente, ma raramente, su Rai 3 e soprattutto sul canale della 7, si riducono ai pochi nomi di Luciano Canfora, Massimo Cacciari, Alessandro Barbero e Tomaso Montanari. E trascuro qualche altro nome che compare, ma solo episodicamente, sui canali privati.

E tuttavia la più clamorosa conferma della spartizione bipartisan e della restrizione dello spazio culturale nazionale si ha quando ci si affaccia sul mondo della geopolitica. In Italia fa parte ormai dell’immaginario consolidato identificare questa disciplina, che tratta delle relazioni internazionali, con la figura di Lucio Caracciolo. Uno studioso che certamente ha il merito, con la rivista «Limes», di averne diffuso i temi e gli scenari presso il grande pubblico, grazie anche alla vasta pubblicità che lo sostiene.

Confesso di avere scoperto solo da qualche anno questo straordinario versante intellettuale, che da solo è sufficiente a mostrare due Italie: quella visibilissima e rumorosa del conformismo euroatlantico e quella nascosta di una nuova cultura e di una diversa visione del mondo a cui si può accedere, grazie a YouTube, tramite canali online come Ottolina TV, Il Contesto, Tracce di Classe, Il Vaso di Pandora, dazibao (una grande finestra sulla società cinese), Tag 24, il canale tv Teleambiente e tantissimi altri che è impossibile menzionare.

Ma per quanto riguarda gli studiosi sono costretto a fare un po’ di nomi, perché l’esclusione dallo spazio pubblico di queste voci rappresenta un grave danno non solo alla cultura italiana, tenuta chiusa nel limbo di un angusto provincialismo euroatlantico, ma perché in questo momento nuoce gravemente alla politica nazionale, all’orientamento generale del nostro paese in una fase storica di drammatici mutamenti dell’ordine mondiale, affacciati come siamo sull’abisso di una guerra atomica.

I nostri colti analisti, nascosti al grande pubblico, non sono solo ex ambasciatori con lunga esperienza diplomatica, come Alberto Bradanini, Elena Basile, Marco Carnelos, oppure personaggi con esperienza nelle istituzioni internazionali, come Pino Arlacchi, ex vicesegretario generale delle Nazioni Unite; ma rispondono a nomi popolari solo nella rete, o per collaborazioni al «manifesto», come Alberto Negri, ma soprattutto al «Fatto», come Fabio Mini e Gianandrea Gaiani, o come Giacomo Gabellini, Enrico Tomaselli, Stefano Orsi, Giuliano Marrucci, Davide Martinotti, e tanti altri, insieme a docenti universitari che nella rete trovano il loro spazio prevalente di comunicazione: come Alessandro Orsini, Alessandro Volpi, Francesco Dall’Aglio, Gabriele Guzzi, Alessandro Somma, ecc.

Le guerre scoperchiano le pentole

L’apparato di delimitazione cognitiva che dura da un paio di decenni, in cui forze di centro-destra e PD si dividono i compiti di comunicazione, influenza, sorveglianza – sulla base della comune visione neoliberista e della sodale fedeltà euroatlantica – è stato reso finalmente visibile di recente dall’esplosione della guerra in Ucraina.

L’avvistamento minaccioso dell’Orso Russo ai confini delle patrie democratiche d’Europa ha reso più calda e ravvicinata la difesa comune dei “valori dell’Occidente”. Com’è noto, la guerra in Ucraina, nell’interpretazione dei dirigenti del PD, come dei giornalisti e degli intellettuali che gravitano nella sua area, ha inizio il 24 febbraio del 2022, con l’invasione della Russia. La guerra che segue ha quella delimitata origine.

Come se non ci fosse stato negli anni precedenti l’accerchiamento della Russia da parte della Nato, un colpo di stato orchestrato dagli USA a Kiev nel 2014, una sanguinosa guerra civile con migliaia di morti tra la popolazione russofona del Donbass, la pretesa occidentale di inglobare l’Ucraina – un pezzo della vecchia Russia, confinante oggi per oltre 2000 km con la Federazione – nell’Alleanza Atlantica. Poco diversa è stata la lettura delle origini dello sterminio a Gaza, da parte del PD.

Certo, con molta lentezza e dopo tantissimi morti si è preso atto, con varie posizioni e contorcimenti, del genocidio, ma anche in questo caso tutto ha inizio il 7 ottobre con l’eccidio perpetrato da Hamas. Come se prima “l’unica democrazia del Medio Oriente”, cioè Israele, sino a quella data avesse intrattenuto rapporti di buon vicinato con i Palestinesi, come se Gaza non fosse stata ridotta da anni a una “prigione a cielo aperto”, come se quella popolazione non subisse, da almeno il 1918, il colonialismo di insediamento degli israeliani, che li hanno cacciati con le bombe dalle loro terre.

(Ilan Pappé, La prigione più grande del mondo. Storia dei territori occupati, Fazi 2022). La stessa cancellazione della storia fa da sottofondo nella posizione dei dem nei confronti dell’Iran. Anche quando si condanna la guerra avviata dagli USA e da Israele, si ricorda più volentieri, certo non senza ragione, la repressione che in quel paese subiscono le donne e gli oppositori politici, ma mai si evoca la lunga storia delle sanzioni USA che iniziano nel 1979, continuamente estese negli anni successivi e che hanno colpito duramente l’economia iraniana e il suo libero commercio, impedito il suo autonomo sviluppo, immiserito i suoi cittadini per quasi mezzo secolo.

E così fanno, con proterva ignoranza, scrittori e giornalisti di fama, quando si tratta di giudicare le politiche a doppio standard degli USA. Si carica sulla groppa del solito, impresentabile Donald Trump e si riducono al perimetro del presente tutti i misfatti realizzati dai governi di quel paese. Con l’implicito pensiero che, una volta passato Trump, la democrazia rifiorirà più grande e luminosa che pria.

Ora, la cancellazione della storia fa parte di una comprensibile scelta strategica del Partito Democratico, soprattutto per volontà degli ex comunisti. Walter Veltroni, che a suo tempo dichiarò di non essere mai stato comunista, incarna anche personalmente questa decisione. Avendo scelto la teoria economica, il punto di vista, la cultura, l’ethos civile, la visione sociale, il linguaggio, le retoriche del neoliberismo, essi dovevano far dimenticare il proprio passato di legame con l’URSS e quindi con la Rivoluzione del 1917, con una economia pianificata, con il movimento operaio internazionale.

Un passato troppo ingombrante e perciò da cancellare. Non a caso dal linguaggio politico corrente di questo partito, come, di conseguenza, da tutta la koiné nazionale, è scomparso il sintagma classe operaia, e termini come proletariato, lotta di classe, capitalismo, imperialismo, internazionalismo proletario, ovviamente rivoluzione. Del resto, il nostro Partito Democratico prende il nome dall’equivalente statunitense.

Non poteva esserci più eclatante rottura storica con il passato del comunismo italiano, il suo marxismo, lo storicismo sedimentato della sua cultura nazionale. Ma è stata anche una rottura con la cultura cattolica democratica dell’altra componente di quel partito.

Ebbene, questa recinzione culturale operata dai dem non solo ha veicolato e favorito il dilagare della cultura neoliberista nei luoghi in cui la sinistra aveva una presenza rilevante, quando non una posizione egemonica. Si pensi alle Università, non solo alle facoltà di Economia, dove il verbo neoliberista viene venerato come il mistero della Santissima Trinità, ma anche alle facoltà umanistiche e di scienze sociali, dove i docenti ormai fanno la gobba chiusi nei propri specialismi, e dove il pensiero critico sopravvive in silenzio accettando i compromessi del quieto vivere.

Significativamente il PD non ha mai messo in discussione il Nuovo Ordine imposto all’università italiana dalla Legge Gelmini nel 2010, in piena ubbidienza alle direttive dell’UE. Ma i dem hanno svolto, seguendo del resto la via tracciata dal PDS e dai DS, un ruolo culturale di occultamento importante per il successo e il radicamento della mentalità neoliberista nel nostro paese, per la sterilizzazione del pensiero conflittuale, per veicolare i “valori dell’Occidente” tra le masse popolari.

Tutto questo mentre privavano l’Italia di un partito d’opposizione. Hanno puntato sui diritti liberali, spostando la conflittualità dalla carne viva dei rapporti sociali sul terreno ideale, elaborando recriminazioni contro il fascismo e il razzismo, le discriminazioni sessuali, esaltando la privacy, insomma tutto il repertorio della retorica cosiddetta woke.

Ed è davvero paradossale, ma fino a un certo punto, che sia stato un cattolico democratico come Giuseppe Conte a denunciare come il privilegiamento di quella cultura – pur portatrice di elementi di giustizia e di emancipazione – abbia rappresentato un evidente surrogato del sostegno ai conflitti sociali e di classe (G. Conte, Alla sinistra non serve il woke. Il nemico da battere è questa società di diseguali, «Repubblica», 21 agosto 2026).

L’elaborazione e la difesa di questo piano di rivendicazioni liberali, l’esaltazione dei diritti personali, corrispondente alla nuova antropologia dell’individuo consumatore – il nucleo profondo del pensiero neoliberale – ha cancellato dall’immaginario politico e dal discorso pubblico i diritti collettivi, i bisogni sociali delle masse popolari, la condizione operaia.

Gli intellettuali e i giornalisti di area PD, anche parlando d’altro, hanno svolto in tutti questi anni il compito di rendere invisibili le trasformazioni che cambiavano la vita dei cittadini: l’impoverimento e la perdita di dignità del lavoro, il soffocamento burocratico della scuola ridotta ad apprendistato, il processo di depoliticizzazione che l’UE generava tra la popolazione, il saccheggio del territorio, la cementificazione selvaggia e la vendita dei beni pubblici al capitale finanziario.

Quando naturalmente essi non erano impegnati direttamente a esaltare il versante modernizzatore delle politiche neoliberistiche. Oggi, ad es., le loro retoriche sullo sviluppo e sulla corsa verso il futuro nobilitano la strategia dei sindaci dem, che offrono ai grandi detentori di capitali la possibilità di estrarre rendita dalle nostre città.

Come accade a Milano, Roma, Napoli, Bologna e Firenze, sempre più privatizzate e lacerate dalle disuguaglianze di classe (Alessandro Scassellati, Il regime della città-vetrina. Governance progressista nelle metropoli italiane, Transform Italia, 25/8/26. Consultabile in rete).

Nulla sarà più come prima

Credo di poter affermare che oggi si sono create le condizioni perché questo gigantesco camuffamento culturale, che ha permesso a un’élite politica, passata nel campo avversario, di conservare un ampio margine di radicamento popolare e di potere, giunga al termine. La storia espunta per anni dall’analisi dei fatti come dalle psicologie collettive, oggi si prende la sua clamorosa rivincita.

I cosiddetti “valori dell’Occidente” con cui i dem e gli intellettuali di riferimento hanno perimetrato l’area della comunicazione pubblica, oggi vanno rovinosamente perdendo il loro ubi consistam, ogni possibile fondamento. Ed è innanzi tutto la storia degli storici a mostrare in maniera sempre più dispiegata la fallacia colonialista di quell’espressione, di quella pretesa supremazia dell’uomo bianco.

Oggi la ricerca storica va mostrando che molta della supposta superiorità dell’Occidente si regge innanzi tutto sulla nostra profonda ignoranza dell’Oriente, delle sue lingue, delle sue culture, della sua storia. E non sono solo le singole notizie che arrivano da studi recenti a mostrarcelo. Ad esempio, noi che facciamo nascere la filosofia in Grecia, con Talete, vissuto tra il VII e VI sec. a.C., apprendiamo che un pensiero analogo, che individua la nascita del cosmo nell’acqua, nell’aria e nel fuoco, era stato elaborato dalla cultura vedica in India dieci secoli prima, nel XV (Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale, Fazi 2026, pp. 114-115).

Anche il nostro primato nella fondazione delle prime università è messo in discussione. Franco Cardini ha di recente ricordato che un «luogo adibito allo studio e all’insegnamento», cioè una università, la Bayt al-Hikma, è nata a Bagdad, tra VIII e IX secolo, parecchi secoli prima di Bologna o Modena (Grazie Islam!, PaperFirst 2025, p. 84).

Non è aneddotica: si tratta di riconoscere un antico rapporto di scambio tra le culture e le civiltà che il suprematismo bianco ha cancellato. Il fatto che noi oggi, in Europa e nel mondo, utilizziamo i numeri arabi, originari dell’India, anziché quelli romani, non può essere accantonato come pura curiosità. Del resto, noi europei non solo ci siamo appropriati di tanta cultura alta di altre civiltà (Cardini è molto ricco nel documentare i nostri debiti alla cultura islamica), ma abbiamo fatto nostri, per poi dimenticarne l’origine, tanti saperi materiali, come le pratiche agricole e l’acclimatazione di piante, ad es. quelle diffuse dagli Arabi in Andalusia e in Sicilia, che oggi sono alla base della nostra orticultura e della cucina italiana.

La pasta che erigiamo a piatto identitario del nostro Paese è un lascito degli agricoltori musulmani. (Andrew Watson, La rivoluzione agricola araba. Alle radici di ciò che mangiamo. Introduzione di P. Bevilacqua, Slow Food, 2022)

Ma non è solo questo. Quando noi rivendichiamo i valori dell’Occidente, che poi sono i diritti di libertà, di parola, di associazione, di culto, ecc., noi omettiamo di ricordare che essi sono frutto di conflitti, conquiste strappate alle classi dominanti. E soprattutto dimentichiamo che mentre in Europa noi acquisivamo diritti, anche per i ceti popolari, le classi dirigenti del continente soffocavano i diritti dei popoli del resto del mondo colonizzato.

Quando in Gran Bretagna, nel XIX secolo, si svolgeva la seconda rivoluzione industriale e la classe operaia strappava la riduzione della giornata di lavoro in fabbrica, l’India, a cui era stata distrutta dai britannici la fiorente industria tessile, veniva saccheggiata e impoverita dalle classi dirigenti di quel paese. (Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale, cit.)

Allo stesso modo la Cina, grande paese e grande economia, mentre l’Europa si sviluppava e modernizzava, nel XIX secolo, subiva ben due guerre dell’oppio dai britannici e l’imposizione del commercio e dell’uso della droga tra i suoi abitanti. Una costrizione crudele che ha devastato la vita di un popolo, cancellando per un secolo quel paese dalla storia del mondo. (Amitav Ghosh, Fumo e ceneri, Einaudi 2025)

I valori dell’Occidente, in realtà, poggiano su cinque secoli di dominio coloniale europeo, su un primato economico e politico fondato sul saccheggio del Sud del mondo, sul conculcamento delle libertà dei suoi popoli e dei suoi valori, a cui è stato impedito di evolvere liberamente in coerenza con le proprie culture e la propria storia.

Ancora oggi questo meccanismo è all’opera. Le pressioni, i ricatti, le minacce, soprattutto segrete, e oggi le guerre degli USA all’altra metà del mondo costringono i vari paesi a restringere i propri spazi di democrazia interna, favorendo le politiche di controllo autoritario del potere sui cittadini. Vantarsi oggi dei primati dell’uomo bianco non regge più alla prova della storia, e appare come il cascame retorico della vecchia boria da suprematismo razzista.

Ma il PD – per limitarci a un partito sedicente di sinistra – che vuole nobilitare la propria strategia moderata con ornamenti ideali, oggi incontra un altro ostacolo nella costruzione della sua narrazione liberal-democratica. Una difficoltà che non viene solo dai progressi della storia scritta, ma dalla storia reale.

La grande democrazia a cui si ispirano con devozione, punto di riferimento della loro immagine pubblica e giustificazione della loro collocazione atlantica, gli USA, non può più incarnare quel modello. E questo spiega non poco della disperata confusione che regna in questo partito privo di visione e progetto, il quale ha cancellato ogni radicamento storico nazionale, puntando a gestire il proprio spazio dell’ordine capitalistico inseguendo un falso mito.

Oggi chi si riferisce alla democrazia americana, a meno che non alluda all’opera di Tocqueville, deve smentire una sterminata letteratura storica che illustra una verità inoccultabile, ora provata empiricamente, resa universalmente evidente dalla violenza predatoria dell’amministrazione Trump. Gli USA sono governati da un doppio stato: liberal-democratico all’interno e nei rapporti con i paesi alleati e uno stato criminale per il resto del mondo.

Non è più consentito ignorare l’esistenza dei libri, saggi, articoli, testimonianze di protagonisti, che raccontano, sulla base spesso di documenti desecretati del Pentagono e di altre amministrazioni, la politica estera americana degli ultimi 80 anni: dall’imponente William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti (Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions), Fazi 2003, passando attraverso Vincent Bevins, Il Metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Einaudi 2021, sino al recente Alessandro Pascale, Ascesa e declino dell’impero statunitense. Vol. 2. La violenza occulta del totalitarismo americano, Youcanprint 2025.

È la storia di una sequela di orrori sanguinari che svelano la doppiezza diabolica di uno stato apparso per quasi un secolo il faro più luminoso della nostra modernità. Una replica breve della storia d’Europa, che ha raggiunto i suoi primati ed elaborato i suoi valori, schiacciando la vita e la libertà di altri popoli.

Ma la pagina che seppellisce per sempre la leggenda della democrazia americana – senza considerare qui la sua condizione interna – ha un semplice e doloroso nome: Gaza. Il genocidio, il massacro di massa della popolazione palestinese, non è stato reso possibile dal repubblicano, violento e imprevedibile Trump, ma dal gelido e feroce democratico Joe Biden.

È stato il “lavoro sporco” di un esponente autorevole del Partito democratico, la forza politica di riferimento dei nostri dem, che per tutto il 2024 ha continuato a inviare tonnellate di bombe all’esercito israeliano, affinché nessun edificio, casa, scuola, ospedale, università di quella striscia sul mare rimanesse più in piedi. Trump ha solo continuato il sostegno a Netanyahu, perché continuasse ad uccidere, tentando di fare affari sul deserto di macerie degli abitati palestinesi e sulle ossa dei morti.

Questa pagina di storia criminale senza precedenti, l’annientamento di un popolo trasmesso quotidianamente in presa diretta, segna una cesura violenta nella storia dell’umanità. Essa non è stata scritta soltanto dagli USA e dallo stato di Israele, diventato costituzionalmente, nel 1918, uno stato etnico-religioso, con il consenso, purtroppo, di una parte non piccola della sua opinione pubblica.

Una “democrazia” che ha replicato, con la sua breve storia, la vicenda di paese colonizzatore e suprematista dell’Europa e degli USA. Al genocidio hanno concorso, con la loro indifferenza, con la loro complicità, con il loro appoggio diretto, le cosiddette democrazie occidentali, più precisamente le élites europee. Sicché oggi non è più possibile ignorare che esiste il mondo prima di Gaza e quello dopo Gaza.

E la frattura non separa solo i tempi della storia. Divide anche drammaticamente i gruppi dominanti dalle nuove generazioni, i padri e i nonni dai figli e dai nipoti. Quelle generazioni perseguitate in tutto l’Occidente quando manifestavano per la Palestina sotto assedio, le stesse che in questi giorni affollano le strade delle città d’Europa per fermare la guerra e il riarmo. Come ha scritto un saggista indiano, in un denso e doloroso libro: «Un’intera generazione di giovani occidentali è stata spinta verso la maturità morale dalle parole e dalle azioni (e inazioni) dei suoi rappresentanti più anziani in politica e nel giornalismo, ed è stata costretta a fare i conti, quasi da sola, con atti di ferocia supportati dalle democrazie più ricche e potenti del mondo» (Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, Guanda 2025).

Ma il genocidio disvela un’altra verità inquietante. La complicità delle élites europee con Israele e gli USA, che conferma la loro antica familiarità con i massacri delle popolazioni colonizzate, spiega anche la loro attuale volontà di guerra contro la Russia, un nemico strumentalmente inventato e ricercato.

Essa è la manifestazione dell’attitudine mai dismessa – quella che ha devastato per secoli il nostro continente e nel ‘900 il mondo intero – rinfocolata dal nichilismo capitalistico dell’epoca, ad imporsi sugli altri con la violenza del conflitto armato. Indiscutibilmente uno dei valori fondativi e sempiterni dell’Occidente. Di: Piero Bevilacqua

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