Ultras, maranza e ordine pubblico

Dal blog https://jacobinitalia.it

Cosimo Pica – Gabriele Granato 4 Novembre 2026

La trasformazione di un movimento popolare tra repressione, potere e conflitto sociale

Negli ultimi anni gli ultras sono stati colpiti da un’offensiva repressiva sempre più intensa a suon di Daspo, introduzione della tessera del tifoso, trasferte vietate, schedature e stadi trasformati in luoghi di controllo permanente.

Eppure, proprio mentre le piazze tornano a riempirsi e le mobilitazioni contro il carovita e l’economia di guerra si moltiplicano, una parte non trascurabile di quel mondo sembra collocarsi dall’altra parte della barricata, proponendosi come argine, presidio, forza di «difesa delle città» contro chi manifesta.

Gli episodi, per quanto ancora circoscritti, sono significativi. A Lecco, il 20 ottobre, alcuni ultras hanno risposto all’appello circolato sui social per presidiare il centro cittadino, dopo la diffusione di messaggi che annunciavano l’arrivo di gruppi di maranza. I commercianti avevano abbassato le saracinesche, mentre le forze dell’ordine si erano schierate. Alla fine, però, non è successo nulla.

I temibili gruppi di giovani non si sono presentati. Una scena simile si era già verificata a Verona nel giugno 2025, quando decine di tifosi dell’Hellas si erano radunati alla stazione di Porta Nuova in seguito a una «sfida» lanciata online, anche in quel caso rimasta senza seguito o quando i Viking Juventus, di ritorno da una trasferta della scorsa stagione, avevano esposto nella stazione di Milano uno striscione con la scritta: «Manifestare ci sta, ma non spaccare le nostre città».

Messaggio tornato a circolare in questi giorni, ripreso da pagine dedicate al mondo juventino e presentato come una presa di posizione che va «oltre il calcio e il tifo». Una logica di presidio del territorio che richiama la necessità di difendere i propri spazi da presunte minacce all’ordine urbano. Un appello alla mobilitazione, accolto da diversi gruppi storicamente legati alla galassia fascista che, almeno per ora, si è espressa soprattutto sui social network, più che nelle strade.

Un’espressione di una certa visione dell’ordine urbano che deve suonare come un campanello d’allarme perché apre alla possibilità che una parte del mondo ultras, storicamente bersaglio della repressione, finisca per assumere un ruolo attivo nel controllo informale dello spazio pubblico, in continuità e in supporto alle forze dell’ordine, e nella costruzione di nuovi nemici sociali.

Non è un caso che questo fermento di una parte del mondo ultras sia stato presentato da alcuni ambienti dell’ultradestra come primo segnale di una nuova stagione, nella quale persino le rivalità storiche tra tifoserie potrebbero essere messe da parte in nome della difesa del territorio.

Fermento che ci pone dinanzi a un paradosso piuttosto evidente poiché chi ha subito (e continua a subire) per decenni la repressione e ha visto lo stadio trasformarsi in uno dei principali laboratori delle politiche securitarie si ritrova, in alcuni casi, a sostenere quella stessa stretta securitaria e i dispositivi polizieschi messi al servizio della narrazione governativa e delle galassie dell’ultradestra.

Una narrazione che descrive le città come territori assediati, individuando continuamente nuovi nemici interni. Al momento, sono soprattutto le curve politicamente schierate a destra a farsi interpreti di questa deriva. Tuttavia, alcuni linguaggi e dinamiche possono facilmente oltrepassare questi confini e diventare senso comune, se non vengono riconosciuti, decostruiti e contrastati.

Una curva che sapeva ribellarsi

Per capire cosa si è trasformato, e forse cosa si è perso, bisogna ricordare cosa è stato il movimento ultras. Come ricostruisce Paolo Spagnolo in I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano (Odoya, 2017), il fenomeno nasce tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta come espressione di una gioventù popolare, capace di autorganizzarsi e conquistare propri spazi di aggregazione.

Ragazze e ragazzi si prendono la curva e ne fanno un luogo di appartenenza, socialità e conflitto. In quel mondo entrano anche le tensioni politiche e culturali dell’epoca: in molte città le curve guardano a sinistra, intrecciando le proprie esperienze con quelle dei quartieri, dei movimenti e delle controculture giovanili.

Valerio Marchi, ultras della Curva Sud romanista, comunista e libraio di via dei Volsci, è stato tra i primi a leggere questo universo senza moralismi e senza cedere alla sua criminalizzazione. In Teppa. Storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri (Castelvecchi, 1998) ne ha ricostruito la storia come una forma di conflitto generazionale e sociale.

Gli ultras erano, nella sua interpretazione, gli ultimi folk devils. I mostri da consegnare all’opinione pubblica, i capri espiatori da agitare per alimentare paure collettive e distogliere l’attenzione da altre contraddizioni. In fondo, anche loro erano un pò i maranza di allora.

In Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio (DeriveApprodi, 2005), Marchi aveva, inoltre, colto un aspetto decisivo ovvero quello che le curve rappresentano una palestra della repressione. Le tecniche di controllo sperimentate negli stadi possono progressivamente estendersi ad altri contesti e ad altri soggetti.

Il Daspo, le zone rosse, i fogli di via e i decreti sicurezza si inseriscono in una storia più ampia di sperimentazione e consolidamento degli strumenti di controllo dello spazio pubblico.

La riflessione sui folk devils offre oggi un’ulteriore chiave di lettura. I capri espiatori non si costruiscono spontaneamente ma vengono prodotti attraverso la diffusione di paure e l’individuazione di un nemico sul quale concentrare ansie e tensioni sociali. Oggi, in Italia, uno di questi nemici ha un nome preciso: maranza.

Il termine, già presente nel linguaggio giovanile dagli anni Ottanta per indicare ragazzi considerati appariscenti o dai modi grossolani, ha conosciuto negli ultimi anni una nuova diffusione, assumendo una connotazione sempre più razzializzata.

Viene utilizzato per identificare giovani delle periferie urbane, spesso figli o nipoti di immigrati, associati a determinati stili di abbigliamento, gusti musicali e comportamenti considerati devianti. L’etichetta è diventata così uno strumento attraverso cui le destre alimentano il discorso sul presunto pericolo rappresentato dalle seconde generazioni dell’immigrazione. Più che descrivere un gruppo sociale, finisce per sovrapporre origine, appartenenza culturale, aspetto fisico e propensione alla criminalità, trasformando una parte della gioventù delle periferie in un nuovo nemico pubblico.

Ed è significativo che alcuni settori del mondo ultras, a loro volta bersaglio per decenni di campagne di criminalizzazione e panico morale, finiscano oggi per partecipare alla costruzione di questo nuovo nemico interno.

Un corto circuito che assume un significato particolare se si considera la storia delle curve e delle loro relazioni con altri soggetti considerati «socialmente pericolosi». In passato, la comune esperienza della criminalizzazione aveva favorito, pur tra limiti e contraddizioni, forme di solidarietà e convergenza con centri sociali, movimenti e giovani dei quartieri popolari.

Lo ricordiamo non per idealizzare quel passato, né perché immaginiamo un mondo ultras omogeneo e politicamente coerente, ma perché la difesa della propria autonomia e dei propri spazi può difficilmente conciliarsi con la partecipazione alla stigmatizzazione di altri settori della gioventù popolare che, in modalità differenti, si oppone al potere politico.

La curva come patria

Per comprendere come si sia arrivati a questo cortocircuito bisogna allora guardare alle trasformazioni che, a partire dagli anni Novanta, hanno progressivamente modificato il significato stesso dell’appartenenza alla curva. La quasi totalità delle esperienze del tifo organizzato italiano hanno vissuto un periodo di progressiva chiusura in sé stesse, dove l’identità è diventata un criterio di esclusione più che di inclusione e l’orgoglio si è tradotto in ostilità verso il «diverso», accentuando le stesse dinamiche che si sono sviluppate e consolidate nella società.

Mauro Valeri, autore di La razza in campo (2005) e Che razza di tifo (2010), nonché fondatore nel 2005 dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio, ha dedicato una parte importante del proprio lavoro allo studio di queste dinamiche. Le sue ricerche mostrano come lo stadio non sia uno spazio separato dalla società, ma un luogo nel quale si riproducono e si rielaborano le sue contraddizioni, comprese quelle legate al razzismo e al nazionalismo.

La curva intesa come patria, con i suoi confini simbolici e le sue gerarchie di appartenenza, è diventata così un terreno sul quale l’ultradestra ha saputo investire, costruendo consenso e, in diverse città, conquistando posizioni egemoniche.

Quest’evoluzione si inserisce in un processo più ampio di politicizzazione delle curve e di progressiva penetrazione delle organizzazioni della fascio-sfera nel mondo ultras. Se i codici culturali del nazionalismo e dell’estrema destra si sono diffusi ben oltre i confini delle organizzazioni politiche strutturate, in diversi contesti queste ultime sono riuscite anche a consolidare una presenza organizzata.

Oggi alcuni gruppi di estrema destra presenti nelle curve si propongono come soggetti di presidio e controllo del territorio, alimentano campagne contro presunti nemici della città e, in alcuni casi, intrattengono rapporti di collaborazione con le forze dell’ordine. Non stiamo dicendo che ci sia necessariamente un legame organico con il governo o con una determinata organizzazione politica ma piuttosto una convergenza di ideali, valori e visione che può tradursi nella legittimazione e nella riproduzione di discorsi e pratiche securitarie.

Per decenni, il rapporto tra istituzioni e movimento ultras è stato segnato prevalentemente dalla criminalizzazione e dalla repressione, mentre le richieste di riconoscimento e di interlocuzione sono rimaste largamente inascoltate. Oggi, invece, una parte di quel mondo sembra contribuire alla legittimazione degli stessi dispositivi securitari che ne hanno limitato la loro autonomia.

Un cortocircuito ancor più grave in considerazione del fatto che gli strumenti repressivi della controparte non distinguono necessariamente tra chi li sostiene e chi li contesta. Il Daspo, le limitazioni alla libertà di movimento e le misure di controllo possono colpire anche chi oggi si considera al riparo perché dalla parte della repressione.

Chi sono oggi gli ultras?

Un’altra trasformazione che ha coinvolto il mondo ultras dagli anni Novanta in poi riguarda la sua stessa composizione sociale. Valerio Marchi aveva già individuato, più di vent’anni fa, il rischio rappresentato dagli «ultras di professione».

I rapporti privilegiati con le società, i biglietti concessi, il merchandising e la progressiva trasformazione delle curve in spazi di gestione di interessi economici potevano modificare profondamente la natura del movimento. Il venir meno dei gruppi storici e delle forme di aggregazione più radicate avrebbe potuto lasciare spazio a consorterie politiche o criminali. Ed è, in parte, quel che è accaduto.

Oggi sarebbe necessario uno studio sociologico approfondito sulla composizione sociale del mondo ultras per capire quanto di questo universo sia ancora espressione dei ceti popolari, come siano cambiati i rapporti tra gruppi organizzati, società calcistiche, interessi economici e istituzioni, e quale ruolo abbiano avuto in questo scenario l’aumento del costo dei biglietti, la commercializzazione del calcio e la trasformazione degli stadi in spazi sempre più selettivi.

Le inchieste giudiziarie sulle curve milanesi e della Juventus, ad esempio, hanno portato a galla un ecosistema nel quale il tifo organizzato si intreccia con attività economiche come il merchandising, la gestione dei parcheggi e il bagarinaggio, oltre che con rapporti di diversa natura con le società calcistiche e con pezzi di criminalità organizzata. Nuovi equilibri che, gioco forza, hanno modificato anche il rapporto di quegli stessi gruppi ultras con il conflitto sociale.

Perché, è abbastanza veritiero supporre che chi ha interessi economici e territoriali da tutelare può guardare con maggiore diffidenza a quelle mobilitazioni che mettono in discussione l’ordine esistente.

C’è chi resiste

Sarebbe però sbagliato, oltre che ingiusto, fare di tutta l’erba un fascio. Esistono curve e gruppi che si muovono in direzione opposta, mantenendo viva una cultura fatta di socialità, mutualismo, solidarietà e aggregazione popolare.

Venerdì 30 ottobre, al corteo in occasione dello sciopero generale dei sindacati di base, la curva nord «Fabio Bettinetti» del Livorno, ad esempio, è scesa in piazza con un proprio striscione, prendendo posizione in modo chiaro a sostegno di chi lotta e contro chi ha deciso di fare da cane da guardia del potere politico.

Striscioni contro questa deriva del mondo ultras e contro la repressione sono comparsi anche da parte delle curve di Pisa, Carrarese, Arezzo, Napoli, nella gradinata del Taranto e di tante altre realtà come la Curva Nord Michele Scorrano (Campobasso) o la Curva Marco Guida (Termoli) che, nei giorni precedenti il 30 ottobre, hanno lanciato un appello a sostegno dello sciopero generale.

Senza dimenticare quei gruppi che non hanno mai smesso di mobilitarsi contro il caro biglietti, contro la tessera del tifoso e le restrizioni alla libertà di movimento, così come contro il razzismo e in difesa del diritto di tifare liberamente.

Accanto a queste esperienze del tifo organizzato esiste, poi, un universo più ampio di sport popolare fatto di squadre autogestite, campi di quartiere, polisportive e associazioni che provano a sottrarre la pratica sportiva alle logiche del profitto e della competizione commerciale, rivendicandola come diritto e strumento di socialità. Sono esperienze diverse, molto spesso non collegate al movimento ultras ma che ne raccolgono alcune delle intuizioni originarie come l’autorganizzazione, l’accessibilità, il radicamento territoriale e la costruzione di legami collettivi.

È, anche in queste esperienze, spesso meno visibili e meno rappresentate, che si può ritrovare una parte importante dell’eredità migliore del movimento ultras.

Prendere parola

Oggi i gruppi del tifo organizzato, così come le società di calcio popolare, non stanno prendendo semplicemente parola sulla natura delle mobilitazioni di questi giorni o sulle scelte di chi ha deciso di stare dalla parte della repressione, ma stanno dicendo la loro sulla visione di quella città che si vorrebbe «difendere», su chi viene considerato una minaccia e su chi, invece, detiene il potere di stabilire cosa sia legittimo fare nello spazio pubblico. Le loro prese di posizione ricordano che la questione non riguarda soltanto il mondo del calcio o del tifo organizzato ma tutti e tutte noi che viviamo e attraversiamo gli spazi urbani.

Difendere una città non significa organizzare presidi contro chi manifesta, alimentare la paura nei confronti dei giovani delle periferie o formare pseudo-milizie a sostegno della repressione. Significa, piuttosto, difenderne i servizi, gli spazi di socialità, il diritto all’abitare e le possibilità di partecipazione di chi la vive quotidianamente. Significa riconoscere che le città non sono proprietà di chi pretende di rappresentarne un’identità esclusiva, ma spazi attraversati da esperienze, bisogni e conflitti differenti.

Quello che ieri – e ancora oggi – viene sperimentato sugli ultras, così come su chi lotta, domani può essere applicato a chiunque metta in discussione l’ordine pubblico e sociale. La repressione non è mai un problema che riguarda soltanto chi ne è colpito in un determinato momento. Per questo, ritrovare forme di solidarietà tra ultras, realtà dello sport popolare, movimenti sociali e soggettività che si ribellano alle ingiustizie significa riconoscere l’esistenza di un terreno comune di conflitto e la necessità di difenderlo.

La storia del movimento ultras non è una storia lineare, né un patrimonio da celebrare senza interrogarsi sulle sue contraddizioni. Non per questo deve essere lasciata nelle mani di chi vorrebbe trasformare le curve in luoghi dove fomentare odio e discriminazione, piegandola a interessi economici, legali e paralegali.

A chi continua a vivere il tifo come esperienza collettiva, popolare e autonoma spetta oggi una scelta: tornare a riconoscersi nelle lotte di chi difende i propri spazi e i propri diritti, oppure contribuire a presidiare un ordine che, prima o poi, tornerà a presentare il conto anche a loro.

*Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione. Cosimo Pica, ricercatore in sociologia, sannita di stanza nell’Ile de France e stato tra i promotori del progetto di calcio popolare dell’Atletico Brigante.

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