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6 Nov , 2026|Bianca Fazio
Poi dissero: <Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome (…)>. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo (…): <Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola (…) Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro>. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.
Genesi 11, 1-9
Abstract (fatto dall’Intelligenza Artificiale)
Il testo analizza il fenomeno dell’”ondatacenter”, ovvero la rapida espansione dei centri di elaborazione dati (CED) e degli hyperscale in Italia e nel mondo, trainata dal boom dell’Intelligenza Artificiale. Vengono evidenziate le principali criticità legate a questa corsa all’infrastruttura:
- Impatto ambientale: consumi energetici record ed emissioni, esaurimento e riscaldamento delle risorse idriche, creazione di isole di calore e consumo di suolo agricolo e boschivo.
- Speculazione economica: aumento del valore immobiliare dei terreni e rincaro delle bollette energetiche per i cittadini, con il rischio di una bolla finanziaria legata all’IA.
- Geopolitica e colonialismo digitale: la forte dipendenza dell’Italia e dell’Europa da investitori e Big Tech straniere (soprattutto statunitensi), che minaccia la sovranità tecnologica nazionale.
- Implicazioni antropologiche: i rischi legati all’uso acritico dell’IA in settori chiave come la scuola, il lavoro, l’informazione e persino il comparto militare (con le armi autonome LAWS).
In conclusione, l’autrice invita a rifiutare sia la tecnofobia che il tecno-entusiasmo acritico, promuovendo una riflessione consapevole e una regolamentazione pubblica capace di arginare un modello di sviluppo guidato unicamente dagli interessi capitalistici.
Indice
Il fenomeno “Ondatacenter”, p. 3
Le ragioni ambientali dei comitati “Stop Data Center”, p. 5
Il problema della speculazione e il rincaro delle bollette, p. 9
Nuovo colonialismo digitale, p. 11
La questione antropologica: a metà strada tra tecno-fobia e tecno-entusiasmo, p. 13
Il fenomeno “Ondatacenter”
In Italia non è ancora stato assegnato loro nessun nome fantastico da film della Marvel o da mitologia greca come è successo negli Stati Uniti, in cui uno dei data center più grandi del paese si chiama Colossus – si trova in Tennesse, la sua potenza di calcolo sfiora 1 GW 1 ed è di proprietà di SpaceX. I principali concorrenti sono Project Rainier, che prende il nome dal vulcano che sovrasta lo stato di Washington – proprietà di Amazon, anche questo quasi 1 GW di potenza – e Prometheus in Ohio – proprietà di Meta, non arriva neanche a 600 MW. Tutti e tre i titani americani servono per alimentare la capacità di calcolo dell’Intelligenza Artificiale.
Eppure, anche se non indossano un mantello, non si arrogano il diritto di lanciare fulmini dal cielo o di controllare gli elementi della natura, anche i data center, o Centri di Elaborazione Dati (CED), europei ed italiani non scherzano. “Ondatacenter” è l’espressione con cui, a partire dal 2026, si è cominciato ad indicare il fenomeno per cui nel quinquennio 2020-2025 la costruzione di data center è più che raddoppiata in tutto il mondo e anche nel nostro piccolo paese (2). Oggi, i data center in Italia sono 262 – la maggior parte dei quali concentrati nelle aree limitrofe alle città di Milano, Roma e Torino (3) – per una capacità complessiva di calcolo di 609 MG (come quella del solo Prometheus negli Stati Uniti, per intenderci). Dunque, i data center italiani sono piccoli e poco potenti. Eppure, nel 2020 la loro potenza di calcolo complessiva si registrava solamente a 280 MW. Ma è nel 2026 che è esploso il fenomeno “ondatacenter”. I più recenti studi sull’argomento registrano una preoccupante impennata delle richieste di costruzione di nuovi data center hyperscale (il modello più grande e potente) in parallelo con l’espansione del mercato dell’Intelligenza Artificiale. La principale fonte di informazione in Italia è Terna, il gestore della Rete Elettrica Nazionale, che nei primi otto mesi del 2026 ha registrato il 50% in più delle richieste di allacciamento alla rete elettrica per un totale di 586 pratiche attive (586 richieste per la costruzione di data center), da 108 GW complessivi (4).
La maggior parte di queste richieste non verranno esaudite, perché la rete elettrica nazionale non può affatto reggere un surplus di domanda energetica del genere. Tuttavia, alcune di queste sono già state rapidamente approvate, perché dichiarate dal governo di “interesse strategico nazionale”. Ne sono un esempio i due data center che verranno costruiti nei prossimi 1-2 anni a sud di Milano, tra i comuni di Zibido San Giacomo, Lacchiarella e Opera, i quali raggiungeranno ciascuno i 400 MW di potenza di calcolo (quasi come il Prometheus americano). Del primo non si conosce ancora il proprietario finale mentre il secondo sarà di Amazon Web Service (5). Altri esempi sono il data center in progettazione nel comune di Trino Vercellese, con una potenza di calcolo prevista intorno ai 400 MW (6) e il parallelo progetto a Moncalieri, nell’hinterland torinese, che diventerà la struttura più grande d’Italia con una potenza di calcolo di 576 MW 7 (come il Prometheus americano). Se la Lombardia ospita già più del 40% delle strutture dati del paese, sarà il Piemonte la seconda regione a subire nei prossimi anni il processo di costruzione più invasivo e repentino, in virtù della sua posizione strategica, adatta a ricoprire il ruolo di disaster recovery della regione lombarda.
I data center, dunque, spuntano come funghi. Molti erano già presenti prima che diventassero un tema – l’accumulazione dei dati non è necessariamente legata alla nascita e all’ampliamento dell’Intelligenza Artificiale – ma da quest’anno le richieste di costruzione e i progetti già approvati sono cresciuti vertiginosamente. Il problema è che, al contrario, la conoscenza di tali infrastrutture e di ciò che implicano – in termini ambientali, politici ed antropologici – così come la regolamentazione della loro effettiva costruzione non stanno crescendo con la stessa rapidità. La prima legge nazionale che regolamenta la costruzione dei data center risale al mese di aprile 2026. La Lombardia ha emanato una legge regionale a giugno mentre il Piemonte ancora non ne ha una. Inoltre, si ha il sospetto che una vera e propria regolamentazione e un’approfondita conoscenza dei dati vengano deliberatamente ostacolate, proprio per facilitarne la costruzione e apparecchiare su un piatto d’argento i presupposti per questa moderna “corsa all’oro”. È proprio ciò che denuncia l’inchiesta dello scorso settembre portata avanti da diverse testate giornalistiche europee in collaborazione con la redazione investigativa Lighthouse Reports (8). Lo scorso maggio, invece, 35 eurodeputati hanno accusato la Commissione europea di aver modificato la normativa del 2024 sui data center limitando l’accesso ai dati ambientali su pressione di Microsoft e Digital Europe, la lobby che fa gli interessi di Amazon, Google e Meta in Europa. La lettera e l’accusa dei politici è arrivata in seguito ad un’inchiesta condotta da Investigate Europe (9) e Altreconomia (10).
La cittadinanza però si sta mobilitando. Dalla scorsa estate sono nati nuovi movimenti di opposizione, sulla scia delle proteste americane che hanno riscosso alcuni successi (11). Le reti “Stop Data Center” non solo convogliano il malcontento e i dubbi di quei cittadini le cui abitazioni e i cui comuni di residenza vengono direttamente coinvolti dalle nuove opere, ma si impegnano anche a informarsi e ad informare la popolazione sul fenomeno. Un esempio è la rete nata in Lombardia che ha redatto un manifesto (12) e ha lanciato la prima manifestazione nazionale “contro lo sviluppo irrazionale dei data center” che si è tenuta a Milano lo scorso ottobre (13). Un’altra recentissima fonte di informazioni relative ai comuni lombardi è l’almanacco autunnale di La Terra Trema, che sta monitorando gli sviluppi dell’“ondatacenter” in Lombardia (14) . Inoltre, particolarmente dettagliato ed approfondito per quanto riguarda i progetti già avviati e quelli in fase di approvazione nella regione Piemonte, è il dossier pubblicato dal movimento ambientalista Extintion Rebellion (15), che segnala la nascita dei primi comitati “stop data center” piemontesi. Si rende necessario, allora, comprendere le ragioni di tale sollevamento di scudi da parte della popolazione italiana e mondiale e gettare luce sul fenomeno “ondatacenter”.
Le ragioni ambientali dei comitati “Stop Data Center”
Le proteste contro il fenomeno “ondatacenter” fanno leva, innanzitutto, su motivazioni ecologiche. La primissima contraddizione che salta all’occhio quando si scopre come è fatto un data center è l’inconciliabilità tra questa struttura di accumulazione dati e l’agenda verde della politica mondiale. Le ragioni sono tante. Innanzitutto, la quantità di energia che un Centro di Elaborazione Dati consuma. Abbiamo visto che la potenza media di calcolo dei nuovi data center italiani sarà di 400/500 MW. Dunque, saranno classificati come hyperscale. Data center così grossi si usano per alimentare l’Intelligenza Artificiale che ha bisogno di una elevatissima potenza di calcolo. I data center più piccoli, invece, già presenti sul territorio italiano da diversi anni, sono gli enterprise (tra 1 e 10 MG) e sono usati da un’azienda per gestire soltanto i propri dati. Esistono anche i colocation (tra 10 e 100 MG), usati da aziende che affittano i server anche ad altri. Per intenderci, una città di circa 100 mila abitanti (come Lecce, Udine o Piacenza) ha un fabbisogno energetico di un data center hyperscale piccolo, la cui potenza di calcolo di aggira attorno ai 200 MW (si tratta della potenza istantanea per far funzionare tutta la città/data center). Attualmente, i data center italiani attivi consumano circa il 2% del fabbisogno elettrico nazionale, mentre aggiungendo i 30 progetti recentemente approvati raggiungeranno il 9% (16). Di conseguenza, è chiaro che per alimentare i nuovi data center occorrerà
accrescere enormemente la produzione di elettricità e, dunque, il consumo di fonti fossili con il relativo aumento di emissioni di CO2 e di inquinamento. Infatti, sebbene i data center possano essere alimentati anche da energia rinnovabile, questa non è sufficiente a coprire l’intera fabbrica dati che verrà costruita né quella già esistente. Secondo Exitintion Rebellion, finora le rinnovabili hanno coperto meno della metà (il 43%) del fabbisogno energetico dei data center in Italia nel 2025 (17). Alcuni – come l’assessore all’Ambiente della regione Piemonte (18) – vedono nell’energia nucleare una valida alternativa che potrebbe sostenere la crescita dei data center nel mondo (19). Dunque, per una buona parte dei casi, costruire un data center hyperscale significa avere una piccola o media città in più che inquina.
Ma l’aumento esponenziale di inquinamento non è l’unico problema ambientale al centro del dibattito. Infatti, per il raffreddamento dei server (anche con i migliori sistemi di raffreddamento “a ciclo chiuso”) i data center consumano una quantità esorbitante di acqua. Si stima che una struttura hyperscale (da 100 a 500 GW) consumi dai 4 ai 18 milioni di litri d’acqua al giorno. 18 milioni di litri d’acqua al giorno è anche il consumo giornaliero di una città da 50 mila abitanti. L’Euromeditterranean Water Forum di Roma del 2026 ha puntato i riflettori su questi nuovi dati impressionanti: se fino poco fa la maggior parte del consumo di acqua proveniva dal mondo agricolo, ora si presentano nuovi attori, come i data center (20). Secondo Ristad Energy, compagnia indipendente di ricerca sull’energia attiva a livello globale, solo nel 2025 tutti i data center del mondo hanno consumato 222 miliardi di litri d’acqua. In parallelo con il fenomeno “ondatacenter”, questa cifra potrebbe triplicare entro il 2027, fino ad arrivare ad una cifra pari al consumo di intere grandi nazioni come, ad esempio, la Danimarca (21). Alcune zone particolarmente aride degli Stati Uniti, come l’Arizona e il Texas, hanno già visto aumentare la siccità del suolo a causa dell’installazione di grossi data center, che hanno assorbito gran parte della capacità idrica della regione, lasciando i cittadini senza acqua potabile corrente (22).
All’inquinamento e al consumo idrico si aggiungono anche il problema della cosiddetta “isola di calore” e l’occupazione di suolo agricolo o boschivo. Il primo problema è stato portato alla luce da una ricerca scientifica congiunta tra università del Regno Unito, Singapore, Francia, Italia e Hong Kong. Lo studio si basa su un campione di 6 mila data center costruiti tra il 2004 e il 2024 e ha constatato un aumento della temperatura nell’area circostante ai capannoni di 2 °C in media. Si parla addirittura di 9 °C nei casi più estremi (23). Il calore così generato avrà un impatto inedito sull’ambiente e sulla vivibilità dei luoghi che verranno scelti per ospitare i nuovi “colossus”. Infine, anche se non meno importante, c’è la questione legata all’occupazione di suolo agricolo o boschivo. Anche se la grandezza e la potenza di calcolo di un CED non sono necessariamente due misure collegate fra loro – infatti CED molto potenti possono essere meno voluminosi grazie all’impiego di server e chip di ultima generazione – tuttavia, in media, un data center hyperscale occupa una vastissima area. A volte questa corrisponde ad un’aerea industriale dismessa di cui si predispone il recupero – detta brownfield – ma in alcuni casi si costruisce direttamente su suolo precedentemente abitato dalla natura. È di qualche giorno fa la notizia che Google ha appena raso al suolo una foresta di 4 chilometri quadrati per costruire nuovi data center in Finlandia (24). Ma non mancano episodi analoghi anche in Italia. È il caso del data center inaugurato questo settembre a Noviglio (25), che si trova nel cuore del Parco Agricolo Sud di Milano e ha una dimensione di 230 mila metri quadrati. Un gigante che occupa lo spazio di 32 campi da calcio per una potenza di calcolo che si aggira intorno ai 100 MG. In seguito alle proteste della cittadinanza e ai dubbi di alcuni politici locali, la Noviglio Datacenter MXP I S.r.l. ha fornito al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica un documento che revisiona il progetto. Come? Ridimensionando la superficie destinata ai parcheggi, allestendo un “piccolo laghetto” e piantando degli alberi lungo il capannone per creare un “percorso di benessere” e promettendo, infine, “la proliferazione di straordinaria biodiversità” (26) . È vero anche che in seguito a diverse proteste la legge lombarda in merito alla costruzione dei data center prevede degli oneri di edificazione del 100% se si costruisce su terreno agricolo invece che su zone brownfield. Gli attivisti, però, denunciano (27) l’insufficienza di tale regolamentazione. Infatti, per società che hanno una capacità d’investimento di diversi miliardi – quelle che di solito rappresentano gli acquirenti finali dei data center hyperscale – costruire su suolo agricolo significa tagliare drasticamente sui tempi e risparmiare per la bonifica delle zone brownfield, spesso aree dismesse da decenni a causa di un percorso di bonifica tortuoso ed oneroso. Infatti, nonostante il contenuto della legge lombarda sembri tutelare le aree verdi, un mese fa è stato approvato un nuovo progetto in Lombardia, nel comune di Abbiategrasso, su terreni agricoli e boschivi vicino al Naviglio Grande. Un’altra problematica relativa all’attuale legislazione è la mancanza di un monitoraggio dei consumi, dell’inquinamento e delle isole di calore che tenga conto di tutti i data center costruiti. Infatti, per ora la legge si riferisce ad un data center preso singolarmente, mentre in alcune aree a sud di Milano – e, prossimamente, di Torino – i dati segnalano una elevata concentrazione di progetti, come se si trattasse di un unico grande campo che ospiterà più data center al suo interno.
Per tentare di risolvere l’infinita catena di disastri ecologici generati dai data center illustri scienziati pazzi si sono inventati delle ipotetiche soluzioni che hanno dell’incredibile. La prima sarebbe quella di lanciare data center nello spazio (28). A maggio di quest’anno Anthropic e SpaceX hanno chiesto il permesso all’autorità statunitense per le comunicazioni. Peccato che nello spazio manchi l’aria e quindi, senza la possibilità di poter disperdere il calore prodotto, i nuovi CED spaziali esploderebbero come robot in tilt (29). L’altra “genialata” sarebbe quella di costruire i data center sul fondo dell’oceano dove, come nello spazio, la temperatura è più bassa e non ci sarebbe bisogno di consumare così tanta acqua per il raffreddamento. Tuttavia, l’esperimento non è per niente andato a buon fine: il primo data center subacqueo al mondo è un colocation da soli 24 MW (30), la sua gestione e manutenzione – come si può immaginare – è complicatissima e non risolve il problema dell’inquinamento ma lo sposta solamente dalla superficie terrestre al fondale marino (31). Uno dei rari esperimenti che pare essere ben riuscito è il data center norvegese Lefdal, costruito all’interno di una ex miniera molto fresca e molto vasta (32) . Anche in Italia c’è stato un tentativo in questa direzione: il tunnel di una miniera che era diventato un frigorifero naturale per mele, formaggi e vino è ora un data center enterprise di minuscole dimensioni – 7 MG (33). Certo, ci sono tutte le Dolomiti da poter scavare, se è questo che vogliamo.
È chiaro, dunque, che l’entusiasmo per le soluzioni green è interessante e, sotto un certo punto di vista, divertente. Tuttavia, corrisponde ad una prospettiva di riuscita altrettanto irrealistica. Il settore dell’industria green non riuscirà mai a soddisfare il fenomeno “ondatacenter” che soffia con prepotenza sul fuoco della crescita economica capitalistica. Innanzitutto, per una questione di tempo. In secondo luogo, perché l’ipotesi che un sistema economico capitalista possa anche svilupparsi rispettando l’ambiente fa acqua da tutte le parti (34). Sembra proprio che questi discorsi intorno ai data center come frontiere dell’industria green rispondano alla classica operazione di green washing promossa dai soliti attori mossi unicamente dalla logica del loro interesse.
Ma anche se tutti i data center del mondo fossero green – e ammesso che questa ipotesi sia effettivamente realizzabile (35) – i problemi causati dall’ “ondatacenter” non sono solamente di natura ambientale. Anzi.
Il problema della speculazione e il rincaro delle bollette
Un altro genere di preoccupazioni legate alla costruzione dei nuovi data center è di natura economica. Infatti, lo schema di costruzione dei nuovi CED favorisce il fenomeno della speculazione immobiliare. Più che a funghi che spuntano nei prati i nuovi CED assomigliano a grossi capannoni o torri di cemento che vengono eretti a ridosso delle grandi città da una ditta che non ha nulla a che fare né con l’azienda immobiliare che compra il terreno e ottiene l’autorizzazione per l’allaccio alla rete elettrica né con i compratori finali dell’intero impianto. Dunque, prima dei costruttori interviene un’impresa immobiliare e solo alla fine del processo di costruzione l’impianto viene affittato o acquistato dal compratore finale. Diverse inchieste e studi correlati al fenomeno “ondatacenter” dimostrano che spesso i primi attori dello schema speculano sul mercato finanziario: comprano un terreno ad un prezzo di mercato che, una volta ottenuto l’allaccio elettrico e il permesso di costruire, schizza alle stelle. Quindi, si ritrovano con lo stesso terreno ma ad un prezzo di mercato che può addirittura triplicare. A questo punto intervengono le Bigh Tech che, con i loro milioni a disposizione, affittano o acquistano la nuova fabbrica-dati. Tuttavia, questo schema di costruzione a tre attori non è l’unico che esiste. A livello istituzionale si preferisce un modus operandi che garantisca una maggiore continuità industriale per potere gestire meglio i rapporti con il Comune che ospita l’area, favorire la chiarezza delle procedure e distribuire equamente le responsabilità legali. Tuttavia, anche nel caso in cui sia lo stesso compratore finale a gestire la questione immobiliare e la costruzione del data center, spesso lo fa creando una nuova società fatta apposta per gestire tali operazioni, una specie di società “fittizia” che detiene un capitale ridotto. Infatti, la procedura di richiesta di allacciamento alla rete elettrica gestita da Terna costa solamente 2 mila euro, dopodiché il terreno con valore immobiliare maggiorato passa al vero e proprio gestore del data center. Così il fenomeno della speculazione non si elimina, ma si nasconde (36).
Gli unici che rischiano di dover pagare di più di quanto spendevano prima sono i cittadini che abitano nei pressi delle nuove torri di cemento. Infatti, a subire variazioni di mercato non è solo il valore immobiliare del terreno su cui si costruisce, ma anche il prezzo dell’elettricità. I proprietari dei CED, ovviamente, pagano l’energia elettrica che consumano. Tuttavia, come abbiamo visto, si tratta di enormi quantità di energia in più che pesa sulla rete elettrica dell’area in cui sorgono, tanto che spesso è necessario costruire nuove centrali elettriche per sostenerne il carico (37). In questo modo il prezzo di mercato dell’energia e delle bollette delle abitazioni private limitrofe cresce per tutti (38).
Infine, c’è un’ultima – ma non per importanza – dimensione speculativa legata alla costruzione dei nuovi data center. Trattandosi per la stragrande maggioranza di data center hyperscale, ovvero destinati all’addestramento e all’accumulo dei dati per l’Intelligenza Artificiale, essi sono intrinsecamente legati allo sviluppo di quest’ultima. Saranno il corpo materiale, visibile e tangibile dell’IA. Il problema è che è lo stesso fenomeno della diffusione dell’IA ad essere esposto al rischio di una enorme bolla speculativa. In primo luogo, moltissimi azionisti si sono lanciati in questa corsa all’oro fino a far salire alle stelle il valore degli investimenti nel settore. Inoltre, molti investitori si affidano alla stessa Intelligenza Artificiale per scegliere in che cosa investire generando il cosiddetto “effetto gregge” che peggiora la situazione e aumenta il divario tra valore finanziario e valore reale dello specifico settore di mercato (39). Inoltre, il successo dei nuovi modelli di Intelligenza Artificiale dipende da innumerevoli fattori difficilmente determinabili e controllabili sul lungo periodo. Ad esempio, una questione semplice e cruciale è la produzione dei microchip (40). Senza di essi, l’IA non potrebbe funzionare, ma al momento pochi paesi sono in grado di produrne di sufficientemente avanzati. Tra questi Stati Uniti, Cina e Taiwan, una questione che per ovvie ragioni tiene tutti col fiato sospeso (41). Infine, lo sviluppo dei modelli di Intelligenza Artificiale resta per ora legato a fattori ideologici più che pratici: anche se ci sembra di essere costantemente connessi, non viviamo ancora in un mondo completamente domotizzato. Le grandi Big Tech stanno cercando di “far uscire” l’IA dai computer, di integrarla negli oggetti già esistenti o di creare nuove macchine per assegnare un corpo a nuovi algoritmi di IA. Insomma, stanno cercando di edificare un mondo in cui i cui chip, l’IA e i data center possano essere effettivamente impiegati con successo. Tuttavia, anche se alcuni prototipi sono già stati confezionati – anche in Italia (42) – siamo ancora molto lontani da uno scenario tecnologico del genere, sia dal punto di vista della capacità energetica sia dal punto di vista delle infrastrutture. Questo significa che al momento non c’è in quasi nessuna parte del mondo uno sviluppo tecnologico tale da rendere possibile la diffusione capillare e l’utilizzo intenso di IA su cui le Big Tech del settore stanno investendo. Forse solo qualche hotel in Cina ha raggiunto i loro standard. Dunque, al momento, non solamente un mondo in grado di accogliere e funzionare con un uso intensivo di modelli di Intelligenza Artificiale non esiste, ma non sappiamo neanche se sia effettivamente realizzabile, in primis dal punto di vista della sostenibilità ambientale, energetica ed infrastrutturale. Per il momento, rimane un ideale. Un ideale di chi dalla realizzazione di questo mondo guadagnerebbe moltissimo. È per questo che i grandi investimenti in questo settore sono una scommessa molto azzardata o, in altre parole, una enorme bolla finanziaria che rischia di esplodere (43).
Nuovo colonialismo digitale
Ma che cosa non può risolvere una manciata di milioni qua e là, nelle casse dei comuni italiani? Inquinamento, spropositato consumo di acqua, occupazione di suolo verde, riscaldamento, speculazione immobiliare e finanziaria e, infine, trickle down economic (ma al contrario) non sono granché davanti al potere dei soldi. Piccolissimi comuni dell’hinterland milanese e della regione Piemonte hanno ricevuto o riceveranno grossi finanziamenti per aver accettato di ospitare data center nei loro territori. Il comune di Zibido San Giacomo (circa 7 mila abitanti) sarà coinvolto da un investimento dal valore nell’ordine delle decine di milioni di euro (la cifra esatta non è ancora stata pattuita), mentre si parla di un valore complessivo introno ai 5,3 miliardi per lo stato italiano (44). L’amministrazione di Pregnana milanese (7 mila abitanti) ha già dichiarato che per il nuovo data center guadagnerà tra i 25 e i 30 milioni (45). Invece, per il data center piemontese di Moncalieri (un comune un po’ più grande, 55 mila abitanti) si parla di un progetto dal valore di 4,5 miliardi, sempre distribuiti tra lo Stato e il comune (46).
Un’importante iniezione economica nei corpi solitamente poco curati della provincia italiana. Eppure, dietro a questi investimenti dal valore esorbitante si nasconde un grave problema politico. Infatti, solitamente, i proponenti o i compratori finali di questi nuovi data center hyperscale non sono gruppi italiani ma aziende straniere, per la maggior parte statunitensi. Ad esempio, il data center già attivo a Noviglio all’interno del Parco Agricolo Sud di Milano è di due società americane, Compass Datacenter e Hines, che lavorano con i colossi della tecnologia e con i fornitori di servizi cloud come Google, Amazon, Meta, Microsoft, Apple (47). Invece, i due data center che saranno ospitati nella zona di Zibido San Giacomo sono rispettivamente di una società di Singapore, la K2 Strategic, e di Amazon Web Service (48). Quest’ultima è il soggetto proponente e proprietario anche del data center in programma a Rho (49). La Microsoft, invece, possiede data center nei comuni lombardi di Peschiera Borromeo (50), Bornasco e Pioltello (51). Per quanto riguarda il data center piemontese di Moncalieri il proprietario dell’area e delle strutture immobiliari èLogistic Capital Partners, un operatore immobiliare pan-europeo con sede a Londra. Non si sa ancora a quale colosso internazionale affitterà le proprie strutture. Lo stesso trattamento di riservatezza sul destinatario finale è stato usato a Trino vercellese. Lo sviluppatore immobiliare è Techbau S.p.A., una società italiana, ma l’utilizzatore o “inquilino” finale sarà uno dei colossi tech o dei cloud provider che già conosciamo, anche se per ora non sappiamo quale.
Il problema è evidente. Molti politici italiani stanno accogliendo questi progetti a braccia aperte in nome della sovranità tecnologica (52). Ma di tutto si può parlare tranne che di sovranità o indipendenza. È chiaro che già a livello di servizi – digitali, cloud, logistici – dipendiamo in larghissima misura da aziende, Bigh Tech e lobby straniere, spesso nemmeno europee. Ma le nuove infrastrutture per l’elaborazione dati non faranno che rendere palese agli occhi di tutti questa subordinazione. Non solo i servizi e i dati, ma anche il suolo sarà affittato da altri. I giganti mondiali del cloud piantano i piedi per terra e lo fanno nelle campagne italiane (53).
Si tratta di un nodo politico molto più che economico. Il problema non è chi riesce a mangiare dal piatto dello sviluppo tecnologico. Ovvero, il problema non è non guadagnarci dall’apertura di un nuovo settore di mercato. La prospettiva più inquietante è diventare politicamente dipendenti da quelle potenze politiche che deterranno le tecnologie fondamentali, ovvero le tecnologie dal funzionamento delle quali dipenderanno la maggior parte del nostro lavoro, della nostra mobilità, della capacità di sviluppo e di difesa. Una volta che l’Intelligenza Artificiale sarà diventata indispensabile per molte delle nostre azioni, dal lavoro d’ufficio all’istruzione nelle scuole, dal settore del marketing fino ai più comuni servizi pubblici, dall’informazione alla comunicazione, dalla ricerca scientifica fino all’impiego delle armi, chi sarà una colonia digitale non avrà libertà d’azione o possibilità di scelta (54).
Che lo sviluppo dell’IA – e delle sue infrastrutture come i data center – non abbia solamente un valore di mercato ma soprattutto un ruolo politico non è affatto un segreto di stato. Si tratta di fondare una vera e propria “Repubblica Tecnologica” con le sue terre, le sue pedine e la sua ideologia, al di là della classica forma statale o nazionale. È la tesi fondamentale del libro di teoria politica The Technological Republic. Hard Power, Soft Belief and the Future of the West, pubblicato l’anno scorso da Peter Thiel e Alexander Karp (55), il co-fondatore e il CEO di Palantir, la più forte azienda statunitense nello sviluppo di modelli di Intelligenza Artificiale da impiegare nei diversi settori del mercato (56).
La questione antropologica: a metà strada tra tecno-fobia e tecno-entusiasmo
Eppure, continuando a procedere per assurdo, anche se detenessimo la sovranità di queste nuove tecnologie e se il nostro paese non si riducesse al ruolo di colonia digitale; ovvero, se si riuscisse a stabilire una sovranità politica in virtù del potere delle nuove tecnologie, allora ci sarebbe da augurarsi l’avvento di una civiltà del genere? Il fenomeno “ondatacenter” rappresenta un’occasione per riflettere sulla questione politica e insieme antropologica legata allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Infatti, i data center hyperscale che verranno costruiti in Italia nei prossimi anni saranno il corpo dell’IA. Il fenomeno “ondatacenter” è direttamente collegato all’espansione dei modelli di IA, è impossibile considerarli come due avvenimenti separati.
Il fatto è che il tentativo di integrare l’IA nel mercato attraverso le più svariate tecnologie sta sollevando una marea di contraddizioni. Risulta ormai chiaro che molto spesso il fine di questa trasformazione tecnologica è il guadagno delle Bigh Tech e non il miglioramento della condizione umana. Anzi, le persone vengono sempre più spesso considerate solo come una forma di capitale da sfruttare in nome del progresso e in vista della crescita, senza tenere conto del loro benessere. Si tende a considerare la diffusione delle nuove tecnologie come una forma di progresso in sé, senza valutare gli effetti reali sulla vita delle persone.
Eppure, non mancano tentativi di lanciare alcuni allarmi. Basti pensare alle LAWS – Lethal autonomous weapon system – le armi autonome che integrano al loro interno algoritmi di Intelligenza Artificiale. Ufficialmente le LAWS non sono ancora state impiegate sui campi di battaglia, eppure recentemente si è accesso un dibattito sull’automazione di certe operazioni militari svolte degli eserciti all’interno della guerra Russo-Ucraina e del genocidio palestinese (57). Naza, il film-inchiesta vincitore del premio speciale della giuria al Festival di Venezia di quest’anno, rende bene l’idea dell’utilizzo in ambito militare delle nuove tecnologie basate su algoritmi di Intelligenza Artificiale. È chiaro che oggi le LAWS rappresentano uno dei primissimi settori di applicazione di quello sviluppo tecnologico che i nostri paesi riconoscono come il segno del progresso della civiltà occidentale. Lo scorso settembre la Commissione europea ha chiesto agli stati membri dell’Unione di spendere circa 2 mila miliardi di euro nelle armi dal 2028 al 2034 (58). Emergono così i capisaldi dalla nuova “post-democrazia armata” (59): la paura della guerra al posto di una certa dose di felicità e soddisfazione, lo spostamento degli investimenti pubblici dagli ambiti della scuola, del lavoro e della sanità all’ambito della produzione bellica e infine – ma non per importanza – la virtualizzazione dell’esistenza. Secondo alcuni politologi come il professor Carlo Galli, la “post-democrazia armata” è un assetto politico che deriva dalla (con)fusione tra poteri politici pubblici e poteri economici privati, cioè dalla convergenza delle potentissime Bigh Tech private – eredi del complesso militare e industriale statunitense – che fanno affari con i poteri pubblici, fino a non riuscire più a distinguere quale dei due decide. Ma risulta chiaro che un potere politico così composto dirige lo sviluppo economico di punta verso le nuove tecnologie e la guerra (60).
La virtualizzazione dell’esistenza, invece, è la questione di carattere antropologico che sta diventando oggetto di studio di molti. Si pensi al panico che ha travolto il mondo della scuola, che si è ritrovato quasi dall’oggi al domani di fronte all’incubo di ogni educatore: uno strumento che rende più difficile la conoscenza e l’apprendimento invece che facilitarli (61). Ma esistono problematiche legate allo sviluppo dell’IA anche in moltissimi altri settori della vita umana: il lavoro, che molte figure professionali stanno già perdendo a causa all’impiego dell’IA (62), l’informazione, che sembra ormai prodotta in serie e popolata di fake news (63), l’assistenza psicologica, che viene sempre più richiesta dagli utenti ai chat bot di IA invece che ad altri esseri umani (64). D’altra parte, gli sviluppatori di modelli di IA chiedono l’aiuto dei filosofi, dei politologi e degli psicologi per programmare meglio le nuove macchine e riuscire ad integrarle nel tessuto sociale. L’obiettivo dichiarato è riuscire a configurarle come se fossero dei veri e propri agenti sociali, dotati di diritti e capacità in un certo qual modo empatiche. Oltre alla semplice domotizzazione ormai si parla anche in Italia dello sviluppo di computer dalle forme umane – robot umanoidi – ad esempio nel campo della medicina e dell’ospedalizzazione (65).
È chiaro che le questioni sono innumerevoli. Ma il dibattito scientifico, pubblico e politico stanno al passo con i tempi? A volte sembra che l’espansione di queste tecnologie e dei loro corpi fisici, come i data center, proceda ad un passo decisamente più spedito. Allora forse conviene innanzitutto assumere la posa adatta nei confronti di questo sviluppo della tecnica che si appresta a stravolgere i diversi ambiti della vita umana. È necessario comprendere la natura della relazione tra questi nuovi strumenti e l’uomo, per avvertirne i rischi e tentare di immaginarne i benefici. Questo significa che, prima ancora di prendere posizione, bisogna sottrarsi alla polarizzazione del dibattito e porsi a metà strada tra tecno-fobia e tecno-entusiasmo. Mentre il tecno-entusiasmo, come abbiamo visto, si confonde spesso con l’ideologia del progresso e l’interesse capitalistici, la tecno-fobia si mescola con l’ignoranza ed è, dunque, più che altro un errore di metodo. La proposta è quella di partire da un presupposto filosoficamente saldissimo secondo il quale “la tecnica è vecchia quanto l’uomo” (66). La scimmia, il bastone e il monolite: riconosciamo a Stanley Kubrick il merito di aver reso tale concetto un’icona della cultura contemporanea. In fondo, non si tratta che di portare avanti il lavoro di tutti quei pensatori che, all’inizio dello scorso secolo (67), si sono dedicati allo studio delle trasformazioni sociali causate dalla prima e dalla seconda Rivoluzione Industriale. In verità, è impossibile fissare un punto di inizio o di svolta nella riflessione sulla tecnica/tecnologia, perché è sempre stata uno degli oggetti principali dell’indagine dell’uomo. Solamente accettando questa semplice verità si potrà individuare i limiti entro i quali uno strumento tecnologico avrà senso di essere impiegato e quando, invece, assolverà funzioni autolesionistiche. Infatti, se si è disposti a riconoscere che la tecnica è un corollario della natura umana, allora risulterà evidente il primo criterio per poterne giudicare il funzionamento: il benessere dell’uomo stesso. L’uomo è l’artefice e l’artefatto, la causa e il fine, delle sue stesse azioni – e costruzioni.
Note
(1) È chiaro che, presi così, questi numeri significano poco. Per ora, ci basta dire che l’energia consumata da un data center che ha una potenza di calcolo di 1 GW è pari all’energia consumata da una città di circa 500mila abitanti, ad esempio Genova. Vedi il prossimo paragrafo Le ragioni ambientali dei comitati “Stop Data Center”.
(2) Come dimostra il Report 2026 scaricabile e consultabile del centro di conoscenza del Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano:
(3) Come riporta il principale database italiano dei data center mondiali, Data Center Map:
https://www.datacentermap.com/italy
(4) https://dati.terna.it/econnextion#utenti-di-consumo
(6) https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/un-data-center-nellex-centrale-trino
(7) https://www.lagendanews.com/data-center-la-regione-prepara-una-legge/
(8) https://www.lighthousereports.com/investigation/data-centre-silence/
(9) https://www.investigate-europe.eu/posts/big-tech-data-centres-secrecy-eu-law-environment-footprint