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7 Novembre 2026 Giorgia Audiello
Note importanti- Con gli articoli di oggi, finisce il ” servizio di comunicazione gratuita ” ( non perchè diventi a pagamento) ma come forma di rispetto, prima di tutto del lavoro di controinformazione e di argomentazione provocata su temi vari con scarso dibattito sociale raccolto quasi ad inseguimento personale o di gruppi in cui ho avuto un piccolo ruolo politico. Nessuno starà male per questo, anzi credo alcuni diranno: finalmente sto rompi si sta zitto.In realtà non sarà così, anzi nel mio piccolo delirio continuerò, solo che ognuno dovrà un pò più faticare per avere lo stesso risultato. Il momento politico non è solo instabile per gli haker che ci minacciano o per le guerre di predazione, ma anche per una secca diminuzione dello sforzo intellettuale di chi ancora fa militanza comunque di uscire dal particolare, dal locale o cmq di provare ad allacciare alleanze e collettività su temi comuni. Ognuno sceglie le proprie vie ora a voi cercare le vostre argomentazioni o i silenzi abbondanti. Gianni Gatti
Nel dibattito politico sulla tassazione che vede un confronto serrato tra maggioranza e opposizione sulla pressione fiscale, assume un ruolo fondamentale il concetto di fiscal drag o drenaggio fiscale: a seconda che si consideri o meno questo concetto, infatti, cambia il modo di valutare il livello di tassazione per i vari scaglioni di reddito previsti dall’IRPEF (Imposta sul reddito delle persone fisiche).
Cosa che permette di districarsi nel contesto della propaganda politica in un momento in cui il governo sostiene di aver abbassato le tasse, mentre l’opposizione – al contrario – accusa che la pressione fiscale in Italia non sia mai stata tanto alta.
Ma chi ha ragione in questo dibattito che sembra non avere fine?
Tutto dipende dal concetto di drenaggio fiscale che è a sua volta strettamente legato a quello di inflazione: con l’aumento dei prezzi, infatti, i salari nominali tendono a salire, ma non sempre determinano un reale incremento del potere d’acquisto (reddito reale) che, anzi, nella maggior parte dei casi rimane invariato.
Allo stesso tempo, però, l’aumento del reddito nominale può implicare il passaggio automatico a uno scaglione IRPEF superiore e ciò a sua volta comporta un aumento della pressione fiscale per il contribuente, nonostante il suo potere d’acquisto rimanga invariato o sia addirittura diminuito.
Ciò accade perché non è prevista l’indicizzazione o la deflazione degli scaglioni IRPEF, con pesanti conseguenze soprattutto sui lavoratori del ceto medio e sulle fasce più povere della popolazione.
Secondo Il Sole 24 Ore, quest’anno il drenaggio fiscale dovrebbe produrre 4,4 miliardi di euro di incassi extra, 3,4 miliardi nel 2027, 2,4 miliardi nel 2028 e altri 2,8 nel 2029.
E siccome il gettito di ogni anno si ripete in quelli successivi – che significa che i 4,4 miliardi del 2026 tornano nel 2027, 2028 e 2029, così come i 3,4 miliardi del 2027 tornano negli anni successivi e così via – in termini cumulati, il drenaggio fiscale porterebbe a 35,4 miliardi complessivi in quattro anni.
Ma la cifra potrebbe essere anche maggiore a seconda dell’andamento inflazionistico. L’attuale documento programmatico di finanza pubblica, infatti, si basa sull’indice Foi (Indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati) di agosto.
L’indice misura la variazione nel tempo dei prezzi di un paniere di beni e servizi rappresentativo dei consumi delle famiglie italiane il cui reddito principale deriva da un lavoro dipendente extra-agricolo. Tuttavia, gli aggiornamenti dei mesi successivi potrebbero già mostrare nuovi rialzi dei prezzi. Questa situazione è destinata a durare almeno fino a quando lo scenario mediorientale non si stabilizzerà facendo rientrare i costi degli idrocarburi.
Va da sé che le implicazioni di un aumento fiscale mascherato dal fiscal drag ricadono principalmente sui lavoratori e sul ceto medio.
Questo è il motivo per cui la maggioranza sta discutendo sul «taglio IRPEF al ceto medio», vale a dire sulla proposta di alzare da 50mila a 60mila euro la soglia di reddito a cui applicare l’aliquota del 33%.
L’iniziativa è sostenuta da FdI e Forza Italia, ma è anche molto costosa, tanto da lasciare spazio a un’idea alternativa, ossia quella di stanziare un sostegno rivolto ad anziani e fragili, con una sorta di anticipazione forfettaria fissa volta a compensare le spese sanitarie, insieme a un fondo natalità più direttamente esperibile per i beneficiari.
Si tratterebbe comunque di palliativi che non sono in grado da soli di risolvere il problema dell’inflazione e del potere d’acquisto, così come dell’aumento della tassazione.
D’altra parte, però, va anche considerato che, per lo stesso meccanismo, l’inflazione gonfia i conti pubblici anche sul lato delle uscite, in quanto fa aumentare le spese per pensioni, assegno unico, acquisti della Pa e interessi sul debito.
Allo stesso tempo, oltre al danno per i contribuenti, si aggiunge la beffa: le entrate extra derivanti dal drenaggio fiscale, infatti, producono sì maggior gettito, ma non più coperture.
Ciò significa che non possono essere usate automaticamente per finanziare nuove voci di spesa pubblica, ma finiscono nei livelli di deficit e debito a legislazione vigente, ossia nei cosiddetti tendenziali di finanza pubblica che indicano l’evoluzione delle entrate, delle spese e dei saldi di bilancio dello Stato calcolata a legislazione vigente, ossia senza l’introduzione di nuove leggi o manovre correttive.
In altre parole, il gettito extra non può essere usato per finanziare lo Stato sociale, ma al più per migliorare i conti dello Stato, riducendo il disavanzo o il debito accumulato. E questo ha un ruolo chiave per mantenere la traiettoria concordata con l’Ue che si basa sui rigidi vincoli di bilancio formalmente stabiliti dal Trattato Maastricht, prima, e dal Fiscal compact, dopo.
In questo contesto, il danno più grande è quello che riguarda l’economia reale e i consumi interni con un indebolimento del ceto medio che rappresenta l’ossatura economica e sociale del Paese.
Un problema che può essere risolto solo con un intervento strutturale – e non temporaneo – rappresentato dall’indicizzazione degli scaglioni di reddito, come previsto del resto in altre nazioni, tra cui Francia, Norvegia, Austria e Danimarca.
In Germania, invece, la regolazione degli scaglioni all’inflazione avviene ogni due anni, ma può avvenire più frequentemente se necessario.
Giorgia Audiello
Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l’Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali.
