Boschi in cenere o usi più intelligenti di questa risorsa?

Di Federico Valerio (dal blog omonimo)

La superfice della Liguria è stimata pari a 542.024 ettari e nel 1880 i boschi liguri coprivano 230.000 ettari della regione.

Dopo il pesante disboscamento avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale, per produrre carbone di legna a scopo industriale e legna da ardere per uso domestico, il bosco ha cominciato a rioccupare il territorio.

Nel 2015, in base all’inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio (INFC), la superfice boscata ligure è passata a 397.170 ettari, un aumento del 41% nel corso degli ultimi 70 anni e superiore al valore di 135 anni or sono.

Nell’ultimo decennio, nonostante i frequenti incendi, il bosco ligure è avanzato: 2.270 ettari all’anno, corrispondenti a circa un milione e mezzo di metri cubi di biomassa legnosa, il cui peso (umido) può essere stimato pari ad 1,6 milioni di tonnellate.

Pertanto oggi, con oltre il 71% di territorio coperto da boschi, la Liguria è la regione più verde d’Italia, rispetto alla propria superfice.

Ma questa non è una buona notizia.

L’espansione del bosco ligure è avvenuta spontaneamente e a scapito di aree agricole e di pascolo, abbandonate a causa dell’esodo delle popolazioni verso la costa.

E l’abbandono ha riguardato anche la fitta rete di “bei” per la regimentazione delle acque e le migliaia di chilometri di terrazzamenti, la cui costante manutenzione, nel corso di diversi secoli, ha garantito la stabilità geologica di questi territori.

Il rinato interesse al paesaggio ligure, compreso quello dell’entroterra, la creazione di parchi regionali e la necessità di contrastare i danni del dissesto idrogeologico, sta riportanto l’attenzione sulla risorsa boschi e sempre più frequentemente si sente parlare di una sua “valorizzazione”.

Oggi i boscaioli liguri (387 imprese forestali nel 2012) tagliano annualmente circa 100.000 tonnellate di alberi, con tagliate che interessano mediamente un migliaio di ettari (max: 1.317 ettari nel 2010).

Pertanto questi interventi utilizzano circa il 6% della nuova biomassa e non incidono significamente sull’aumento annuale del carbonio organico stoccato nella vegetazione ligure.

La biomassa legnosa derivante dal disboscamento, nel 70% è utilizzato come legna da ardere, in gran parte per il riscaldamento invernale delle abitazioni dell’entroterra ligure. Segue il legname da triturazione per pannelli in legno (18%) e la produzione di travi e pali (7%).

Ma lo scenario potrebbe presto cambiare.

Il crescente interesse per le fonti di energia rinnovabile, ma ancor di più i generosi incentivi pubblici (Certificati Verdi) regalati all’elettricità prodotta con fonti rinnovabili, sono alla base di un numero crescente di impianti termici (calore e elettricità) alimentati con biomasse legnose.

Ad esempio caldaie a cippato di legno utilizzate per il tele riscaldamento sono già operative a Campoligure (700 kWtermici), Rossiglione (1.100 kWt), Rezzoaglio (150 kWt).

Altri undici impianti alimentati a biomasse legnose risultano operative in Liguria (Rovegno, Arenzano, Saremo, Rocchetta di Vara, Mallare, Calcare, Quigliano, Celle Ligure, Dego, Albenga).

Più problematiche, come abbiamo illustrato in questo blog, sono le centrali termoelettriche alimentate a legna.

A riguardo, in Liguria esiste un progetto che vorrebbe realizzare a Ferrania (SV) una centrale termoelettrica da 11,5 megaWatt elettrici che dovrebbe essere alimentata con 110.000 tonnellate all’anno di cippato di legno ricavato dai boschi intorno all’impianto, ovvero l’attuale, intera produzione di legname realizzata in Liguria.

Dovrebbe bastare questo dato per far nascere sospetti sulla reale sostenibilità ambientale di scelte di questo tipo, anche in considerazione delle oggettive difficoltà di accesso ai boschi liguri.

E la difficoltà di approvviggionamento di legname per coprire il fabbisogno annuale di 35.200 tonnellate di cippato di legno deve essere la causa della chiusura della centrale di Bevera (2,9 megaWatt elettrici), nei pressi di Ventimiglia, motivata da traffico illecito di rifiuti.

Visto quello che sta succedendo in Toscana, in Umbria, nel Trentino Alto Adige, possiamo con facilità prevedere che, in nome della manutenzione dei boschi e delle procedure autorizzative semplificate, anche in Liguria arriveranno decine di richieste di attivare impianti termoelettrici alimentati a legna, di potenza elettrica inferiore ad un megawatt elettrico.

Un impianto da un megawatt (1.000 chilowatt) richiede 10.000 tonnellate/anno di cippato di legno.

La stessa quantità di cippato (10.000 tonnellate) è richiesta, come strutturante, da un impianto di compostaggio per il trattamento di 30.000 tonnellate di scarti organici di origine urbana (scarti da cucina) oppure da un impianto per la digestione anaerobica di 60.000 tonnellate di frazione organica, con produzione di biometano e compost.

Una eventuale scelta tra produzione di elettricità oppure di compost e biometano deve considerare il fatto che, a norma di legge, ognuno di questi tre impianti, annualmente immette in atmosfera le seguenti quantità di polveri sottili (PM10)
•11 tonnellate PM10 da centrale a biomasse 1 megawatt
•0,12 tonnellate PM10 da combustione 3,6 milioni m3 biometano
•nessuna emissione di PM10 da compostaggio
E’ evidente come sia meglio usare la pulizia dei boschi per produrre compost e biometano, tendendo presente che l’inquinamento di quest’ultimo, in ogni caso molto basso, è simile a quello di un pari volume di metano fossile il cui consumo si potrebbe evitare grazie alla digestione anaerobica dei nostri scarti di cucina e all’immissione del biometano nella rete del gas.

Nel 2010 i Liguri e i loro ospiti hanno prodotto 280.000 tonnellate di scarti organici.

Per un loro corretto compostaggio, da effettuare in una decina di impianti di compostaggio distribuiti sul territorio, avremmo bisogno ogni anno di 84.000 tonnellate di cippato.

La regolare pulizia degli alvei dei torrenti e dei versanti dei principali bacini imbriferi liguri potrebbe fornirci queste quantità di legname senza intaccare il patrimonio boschivo che è opportuno che cresca sano anche per aiutarci a contenere le emissioni di gas serra.

1 Comment

  1. Questo di Valerio ingegnere chimico con competenza sull’energia , mi pare un articolo ben strutturato e con alcuni dati di evidenza che si commentano da se. Come dargli torto ? I numeri parlano più che le ideologie, la situazione che qui fotografa mi pare realistica ad oggi . C’è un però che va allegato, secondo me, indispensabile, perché queste ragioni che condivido di massima sono connesse ad un sistema di gestione del territorio , di governo sociale della nazione che è perennemente sotto ricatto lobbistico di chi rappresenta le energie fossili tramite le istituzioni statali. Nel senso che lo spazio di gestione delle eventuali aperture alle rinnovabili o a qualunque altra fonte sono in una sorte di limbo . Ma non lo è neppure un territorio che non è gestito con programmazione di interventi sul dissesto idrogeologico e in generale sul patrimonio del verde in Italia . Usare e non ripiantare, pulire e non riciclare in mille modi, non è di fatto, parte dell’azione complessiva delle istituzioni rispetto al governo della natura con riferimento particolare alla regione Liguria in mano a Toti e ad una pletora di “competenti” . Persone che questi discorsi non li iniziano neppure o li fanno al pranzo se li invitate per tartufi offerti…. La cosa è seria, perché come tutte le ideologie nell’uso delle varie possibili fonti si possono verificare condizioni che nel giro di poco tempo possono cambiare e tutte una per una hanno criteri di applicazione e di uso che devono rispettare parametri e etica Cosa voglio dire? Questa fatta da Valerio è la fotografia della situazione relativa all’uso della legna in Liguria oggi, sfruttata con tecnologie vecchie, non tiene conto del salto tecnologico già esistente (caldaie in classe 5,non convenienti solo x i costi ancora alti) in un sistema obsoleto , dove non solo non si ripianta, ma il territorio boschivo non è neppure organizzato secondo criteri di banale sicurezza antincendio, anti-alluvione , ecc. Ma anche inserito in un contesto dove in pratica il programma energetico è vecchio di vent’anni,non è finalizzato da una progettazione regionale oltre che nazionale, è lasciato al libero arbitrio delle poche aziende che ne fanno uso e di quelle che raccolgono con permessi lo sfalcio in generale . Questo atteggiamento è alla base di un uso anarchico e frammentato di questa fonte, dove non c’è neppure la chiarezza che usare la massa legnosa è più dannoso che utile . Una stufa a legna che brucia ossigeno direttamente prelevato dall’ambiente di una casa senza contromisure di trattamento aria non è sana per le persone . La distruzione del patrimonio boschivo senza un progetto di reimpianto circolare delle piante(come avviene in alcune regioni ed in paesi civili del Nord Europa) è un modo “tafaziano” di usare energie alternative perchè non ha nessun integrazione concreta col mondo sociale . La disposizione di fondi gestiti da regioni con quote a fondo perduto, come il Trentino ha dato buoni risultati, premesso che la madre di tutte le idee è il risparmio energetico (coibentazione e isolamento degli immobili, non spreco) in generale come priorità assoluta, perché è ovvio che qualunque sia la fonte, se butto via in immobili di classe G l’energia consumata, è una scemenza da fermare perché esula da quale fonte la produca : è uno spreco !
    Fondi, incentivi e progettazione dei territori e dell’uso delle rinnovabili insieme aiutano anche a cambiare la mentalità che fino ad oggi è stata in sintesi : taglio e uso , punto ! E certamente messa così è negativo e non ha sviluppo.
    Quindi questa buona analisi, la vedo come un punto di stimolo di partenza e non come un modo di affossare per sempre l’uso delle biomasse da legna vergine . Il piano di qualunque tipo di produzione di energia (F.V. , Solare, Geotermico, ecc)deve essere articolato, integrato e commisurato su obiettivi specifici . Oggi, costruire forme centralizzate di produzione di energia a bio-massa o altro, è spesso un modo di togliere sovranità alla gente attraverso forme centralizzate di teleriscaldamento, di togliere alla popolazione la democrazia energetica , pur auspicata dalla UE nella direttiva 20.20.20 . Il dibattito non può essere tecnico è politico e la domanda è appunto con quali obiettivi mi approccio all’energia .

    Mi piace

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...