Chi sono i nativi digitali?

Dal Blog dialoghi aperti

Definire i giovani oggi e pensarli come una generazione sembra non sia più possibile, perché la generazione smette di essere caratterizzata per età cronologica e riti di passaggio, che fino a poco tempo fa racchiudeva una definizione solida, adesso i “ nuovi giovani “ sono appartenenti a una forma sociale non rigida di appartenenza collettiva ( Aroldi, 2012) e il legame è unito in una forma dinamica e non prescrittiva. Esempio che può racchiudere il concetto, oggi i 40enni, 50enni sono giovani, guai se per caso lì definisci adulti oppure sbagli l’età, bisogna sempre dire: Ai un aspetto giovane, sei più giovane della tua età. In questa incapacità di accettare il passare del tempo come esperienza della saggezza, maturità s’ intreccia con il ruolo di genitore che per definizione dovrebbe essere il modello di riferimento a cui il giovane si appoggia nella sua crescita. Nella società del “La solitudine del cittadino globale “ , ” “ liquida “ di Zigmund Bauman ( Z.Bauman, LA solitudine del cittadino globale, La società liquida ) l’adulto vive una sorte di smarrimento, vulnerabilità che si riversa su tutti gli ambiti della vita stessa, la stessa vulnerabilità e sfiducia in un futuro, pare sia sentita anche dai giovani. Questo senso di vuoto esistenziale pandemico, è ricolmato con l’esposizione ai media per lungo tempo, perché riempie soprattutto il tempo libero dei giovani ragazzi. Il rifugio nei media ripresenta un riconoscimento e un’adesione a modelli educativi altri che trasmettono “ un apparire“ incentrato sull’esibizionismo dell’immagine perfetta e bella. Non solo, ma programmi come “ Uomini e donne “, “ Grande Fratello “ riflette falsi miti riguardo la percezione nei confronti dei facili guadagni, impegno poco. Questa percezione di non riuscire a incarnare la perfezione, ridistribuisce l’attenzione dei giovani sui social network e l’adesione a comportamenti devianti, perché di facile riproduzione e diffusione. L’adolescente da sempre vive questa fase di sviluppo come critica e caratterizzata dal protagonismo, i social danno loro la possibilità di un protagonismo in un agorà più ampia. Oggi il protagonismo specifico dell’età adolescenziale è stato rimpiazzato dal concetto di vitrinizzazione sociale ( Codeluppi, 2007,02009, Tirochhi, 2007, 2010 ) o di teatralizzazione ( Maffesoli, 2009). La visualizzazione e il like aumentano loro quel senso d’appartenenza che non trova piu nei legami di prossimità. La diffusione in rete di comportamenti devianti come il bullismo, cyberbullismo, balconing ( buttarsi da un balcone dritti in una piscina ), il gost-riding the whip consiste nell’abbandonare lo sterzo della propria macchina lanciata a forte velocita ) fanno sentire i giovani come appartenetti ad un IO collettivo e esauriscono quella euforia caratterizzata dall’età che stanno passando in relazione ai tempi che vivono. In mancanza di un’identità e la capacità di costruirla si da senso alla propria vita, facendo male agli altri oppure a volte rischiare di morire in prima persona.

La psicologia, l’educazione e la stessa sociologia non vogliono etichettare i giovani come devianti, sostengono però che questi comportamenti sono il risultato di forti mancanze di punti di riferimento, c’è in corso un’abdicazione dei genitori, un’incapacità di quest’ultimi nel leggere i pericoli che corrono i propri figli , una leggerezza nel modello genitoriale troppo permissivo e poco autoritario.

Le nuove tecnologie digitali, ristabilisce un nuovo rapporto con i strumenti digitali di più facile utilizzo e appropriazione del bene, il wi-fi permette una navigazione a volontà, con costi bassissimi e in ogni luogo ci troviamo. La tecnologia rimappa le nostre cognizioni cerebrali ( Palfery, Gasser, Nati con la rete, 2009 ) e cosi i bambini sembrano essere portati geneticamente e naturalmente verso il loro utilizzo. L’avvicinamento del bambino in modo naturale e intuitivo verso le tecnologie, nasce anche dal fatto che la rete permette un modello di comunicazione più attivo, reversibile, multidirezionale e multimediale. Intuitivamente per il bambino stesso questo passaggio di relazionarsi e consumare il suo tempo libero li sembra più facile, più colorato, più vivace.

Nativi digitali e immigrati digitali

 Chi sono i nativi digitali è difficili dirlo, Rivoltella afferma che la differenza starebbe nel funzionamento cerebrale differente, tra i nativi digitali e quelli non digitali ( Rivoltella, 2012 , pag012, S.Tirocchi, Sociologie della Media education, pag 86 ).

David Buckingham 2004, sostiene che i digital nativi sono le generazioni nate e cresciute “ con e dentro “ gli ambienti e linguaggi digitali. Gli adulti, gli insegnanti sono i “ digital immigrants “ e si caratterizzano per alcuni fattori specifici : devono adattarsi a questo ambiente multimediale, si rivolgono in una seconda battuta ad esso per ottenere dell’ informazioni , devono imparare a utilizzare un programma in modo analitico e non intuitivo come i nativi digitali “ (Marck Prenscky, 2001, Art. Digital Natives, Digital Immigrants; S.Tirocchi, Sociologie della Media education, pag 83 ). Sempre lo stesso autore afferma la plasticità del cervello modellante dei digital, flessibilità e assorbimento dei molti concetti compatti insieme. Queste caratteristiche si oppongono al sistema scolastico tradizionale che non riesce a innovarsi e parlare lo stesso linguaggio dei ragazzi.

Alla teoria di Prenscky si oppone Henry Jenkins che nel suo blog ( Confessions of an Aca Fan ) sostiene che la metafora “ i nativi digital “ non regge il peso. Non tutti i giovani sono digital, poiché l’intuizione d’utilizzo del digital si misura in rapporto alle esperienze correlate rispetto al modo di interagire e rapportassi alle tecnologie e il rapporto con gli altri soggetti e istituzioni.

Sempre Prenscky descrive la differenza tra “ digital cleverness “ che sarebbe il saggio digitale capace di trovare nella rete un possibile canale più efficiente di pensare, capire e risolvere problemi molto più articolate e complesse della vita, che l’informazione trasmessa e posseduta da un singolo uomo; invece “ digital stupidity “ l’autore intende chi lasciano in rete dati sensibili senza rendersi conto della pericolosità, la convinzioni di molti di essere superiori nel non utilizzare la tecnologia digital.

 

Condivido con voi un pezzettino della mia tesi di laurea, mi sembra interessante e attuale come argomento.

Grazie. Liliana.

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