David Rossi, quei misteri nell’ ufficio del manager Mps ‘suicida’

di paolopolitiblog

 

Chi entrò nel computer? E cosa cercava? Forse quello che la Finanza non aveva trovato in una precedente perquisizione? La ricostruzione e i sospetti di legale e perito di famiglia. Che continuano a chiedere verità.

Cosa nascondeva l’ufficio di David Rossi? Chi è entrato nella stanza del direttore della comunicazione della Banca Montepaschi durante la sua agonia e immediatamente dopo la morte, fino all’ingresso del segretario Giancarlo Filippone? Perché lui e il chief financial officer Bernardo Mingrone entrarono nell’ ufficio prima di soccorrere Rossi e solo da lì venne chiamato il 118? Chi era presente nel piano dell’area comunicazione e in quello superiore, nel cui corridoio, esattamente sopra la verticale dell’ufficio di Rossi, si trovava una sala riunioni in passato adibita ad ufficio del ex direttore generale Antonio Vigni? Queste domande turbano le notti di coloro che, su incarico della vedova Antonella Tognazzi e del resto della famiglia, continuano a indagare sul mistero della morte del dirigente apicale di Banca Mps. Riavvolgiamo il nastro e riepiloghiamo gli eventi.

QUEL NUMERO MISTERIOSO. Rossi cadde nel vicolo Monte Pio alle ore 19.43 del 6 marzo 2013, con una dinamica scarsamente riconducibile a un gesto volontario. Sopravvisse per almeno 22 minuti (nei quali è evidente attività respiratoria dal filmato della videosorveglianza) e restò a terra almeno fino alle ore 20.53, presunto orario di arrivo dei soccorsi. Sulla dinamica dell’evento, e su quanti punti oscuri ancora restino da esplorare, per esempio da quale finestra sia iniziata la caduta, il mistero è ancora fitto. Se si sommano 22 minuti (scostamento temporale del sistema di ripresa) all’orario delle 19.43 si arriva alle 20.05, corrispondenti all’ora in cui Lorenza Bondi, collega di Rossi, afferma di aver lasciato il proprio ufficio, ubicato nello stesso corridoio, passando davanti a quello del capo della comunicazione. La Bondi notò la porta aperta e la luce accesa ma afferma di non aver incontrato nessuno né nell’ufficio, né durante il percorso verso l’uscita di Rocca Salimbeni. In quel momento Rossi era appena morto nel vicolo. Alle ore 20.16, il filmato registra la caduta di un oggetto (secondo i periti della famiglia e della vedova) e contemporaneamente la chiamata dallo smartphone del dirigente ad un numero misterioso: 4099009.

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Solo nel marzo 2016 la Procura di Siena accerterà, con l’intervento di due dirigenti di Telecom che rilasciarono versioni contrastanti e in parte contraddittorie, che quel numero corrisponde al servizio di autoricarica verso il chiamante, in questo caso il cellulare di Carolina Orlandi, la figliastra. Quest’ultima però afferma di non aver mai esaurito il credito e di non aver ricaricato (che bisogno c’era se, come sostiene la Procura, i due non si parlarono?). Di sicuro, secondo i tabulati a disposizione dei periti della famiglia, il telefono di Rossi si attivò in più occasioni quella sera, rispondendo oltre alla chiamata di Carolina anche a quella dell’onorevole Daniela Santanchè, alle 21.59. Chi rispose e chi aveva in mano lo smartphone? Non lo sapremo mai, non avendo gli inquirenti provveduto al tempo neppure ad estrarre le impronte digitali e, men che mai, il Dna. Dalle 21 circa nell’ ufficio entrarono gli inquirenti e avvennero altre cose strane: agende consultate e poi rimosse o spostate sulla scrivania, arredi e suppellettili mossi e, infine, quattro accessi al pc: alle 21.50, alle 21.56, all’1.24 e all’1.37.

UN MISTERO DIFFICILE DA SVELARE. Si tratta, secondo il pool di esperti informatici messo insieme dall’avvocato Luca Goracci, legale della famiglia, che affiancano l’ingegner Luca Scarselli ormai da qualche mese, non di semplici riattivazioni del pc dovuti al movimento del mouse o delle azioni sulla tastiera (che non avrebbero mai dovute essere effettuate in sede di sopralluogo), ma di accessi al dominio della banca, cioè di traffico di dati con il server di Banca Mps. Chi ha fornito la password per l’accesso al dominio? Quale attività è stata effettuata? Un altro mistero difficile da svelare. La storia della riattivazione in funzione dello spostamento del mouse e della digitazione dei tasti sulla tastiera, che comunque non sarebbe dovuta avvenire durante i sopralluoghi, la riferisce Marco Bernardini del Consorzio Operativo (la struttura informatica) di Banca Mps. Il mattino seguente, infatti, i pm Aldo Natalini, Antonino Nastasi e Giuseppe Grosso, insieme a personale del consorzio operativo di Banca Mps, a ufficiali e sottufficiali della Guardia di Finanza e ad agenti della Polizia Postale, ruppero i sigilli dell’ufficio di Rossi per procedere all’acquisizione del materiale informatico: due notebook (pc portatili) e un computer fisso di proprietà della banca. Di tutti gli hard disk dei pc venne effettuata la copia forense con un software dedicato.

UNA DINAMICA CHE SOLLEVA SOSPETTI. Per quanto riguarda il pc fisso, il report del software di copia riporta l’orario 04.11.33 del 7 marzo 2013. Chi ha effettuato la copia, visto che l’ufficio era sequestrato nella notte, e perché l’immagine allegata al verbale indica le 11.50 come orario di repertazione? Se non bastasse questo macigno, a mettere dubbi su quanto avvenuto nell’ufficio di Rossi, nella mattinata del 7 marzo 2013, avvenne di peggio. I pm Natalini e Nastasi si accorsero degli accessi sospetti al pc e chiesero conto al personale Mps di rendere spiegazioni. La risposta arrivò nel pomeriggio a firma di Marco Bernardini, direttore del Consorzio Operativo del Mps: «I quattro eventi sono dovuti a meccanismi di riattivazione del sistema operativo a fronte di sollecitazioni meccaniche esterne (movimenti di mouse ovvero di tastiera), pertanto si può affermare che nessun accesso al pc del Rossi è stato effettuato in predetti orari, né da postazione fissa né da remoto». I presenti dovevano essere così convinti da questa spiegazione da ritenere, sciaguratamente, di inserire nuovamente l’hard disk precedentemente rimosso e sigillato nel pc del Rossi per esaminare il registro eventi.

 

Su questo punto l’ingegner Scarselli è categorico: «Il documento allegato al verbale mostra che i quattro accessi sono avvenuti sul dominio della banca, sono quindi transitati dal router e hanno avuto accesso al server o al proxy di rete. È lì che andava cercata l’ attività svolta. Le riattivazioni del sistema operativo, a computer bloccato, non consentono l’accesso alla rete se non con la password dell’utente. Non c’era alcun bisogno di inserire nuovamente l’hard disk nel pc. Il registro eventi, la scatola nera dell’attività svolta sul pc, è in un file del sistema operativo. Era già contenuta nell’ hard disk repertato». Perché si è provveduto a contaminare un hard disk già sigillato reinserendolo nel pc? Le email dalla posta aziendale di Rossi sono state consegnate su un supporto dvd sempre da Marco Bernardini del Consorzio, nell’occasione del nuovo accesso al pc. Ma proprio su questo il perito Scarselli avanza un sospetto pesante: «L’acquisizione delle email è avvenuta da parte del personale della banca. Non si tratta di un’acquisizione forense, in quanto il formato del file (*,pst) è quello di un archivio, peraltro modificabile. Non è che certo che quelle email siano state estratte dal server della banca, come richiesto dai pm».

IL NODO ALEXANDRIA. Alle operazioni del 7 marzo 2013 era presente anche Fabrizio Leandri, responsabile area Revisione Interna Mps, ex Banca d’Italia. Qualcuno a Siena si chiede se il contenuto del pc di Rossi potesse preoccupare l’istituto di Via nazionale. Perché? Perché nel pc del dirigente dell’area comunicazione di Montepaschi poteva esserci qualche riferimento al mandate agreement del derivato Alexandria stipulato con Nomura, la cui pubblicazione sui giornali, il 22 gennaio 2013, aveva determinato la rovina in Borsa del titolo Montepaschi e, contemporaneamente, aveva sancito la fine della carriera bancaria del presidente Giuseppe Mussari. La traccia del mandate di Alexandria, peraltro obiettivo della Guardia di Finanza durante la perquisizione dell’ufficio di Rossi il 19 febbraio 2013, potrebbe fornire una nuova e interessante chiave di lettura di questa vicenda sempre più intricata. Insomma, sono tanti tasselli che mancano, in un puzzle che l’avvocato Goracci con i suoi esperti sta tentando di ricostruire. Vengono quindi alla mente le parole rivolte dal colonnello Pasquale Aglieco, comandante provinciale dell’Arma dei Carabinieri, il primo ad arrivare sulla scena del vicolo Monte Pio, agli agenti di Polizia. Li invitò a procedere alla cristallizzazione dell’ufficio di Rossi «affinché non vengano disperse tracce utili alle indagini». Appunto…

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