Immigrazione, niente barconi in questi giorni in attesa, parafrasando Sieferle

Sono preoccupato. Sono giorni che non si sente parlare di gente che sbarca sulle nostre coste o di poveri disgraziati che vengono portati nei nostri porti. Non ci sono più immigrati. Forse perché tutti quelli che partono dal Nord Africa sono affogati e nessuna questa volta se n’è accorto? Non lo credo. Forse perché fa troppo freddo? Non credo neanche in questo: è un business, non può fermarsi per così poco. E poi sono tante le navi al largo che aspettano con una coperta e un tè caldo. Ed i barconi non viaggiano sui binari. Forse perché siamo a ridosso delle elezioni ed è meglio che la gente non perda l’attenzione sulle belle cose che escono dalla bocca dei nostri politicanti? Be’, su questo mi viene qualche dubbio. Non sarà mai che qualcuno da qui riesca a dirigere quel traffico e dopo il 4 marzo farà riprendere quei viaggi della speranza? Mai dire mai.

(https://it.wikipedia.org/wiki/Rolf_Peter_Sieferle)

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dell’immigrazione. Lo dico da cittadino, e ne sono preoccupato. E il relativismo imperante ci porta a dover essere contenti persino del fatto che il numero degli sbarchi appaia in diminuzione. Pazzia! Non è questo il problema, il vero problema è che devono cessare gli sbarchi e che comunque l’immigrazione debba essere controllata e gestita con maggiore senso dello stato e, soprattutto, scrollandoci l’idea che ci vogliono inculcare che sia un fenomeno inarrestabile e ineluttabile. Ci confrontiamo con due formidabili “opposizioni”: la convenienza economica (pecunia non olet) che ha garantito fior di milioni, nostri, a cooperative e onlus, e una convinzione dell’assoluto, che eticizza una visione utopica della promessa occidentale per cui, dato che i miliardi di persone nel mondo devono poter consumare a testa quanto i beati della parte industrializzata, tutti dovrebbero potersi stabilire dove vogliono. Non si discute. Una posizione radicale elevata a valore universale. Chi la pensa diversamente è xenofobo, razzista. E questa disgrazia del pensiero progressista occidentale copre i malfattori che di questo afflato se ne fregano ma solo gustano la possibilità di un grande guadagno.

La geografia e la demografia ci sono contro, non ci aiutano. Altri scacchieri sono più fortunati. Da una parte c’è un muro e si cerca di terminarlo, dall’altra parte gli australiani con i loro brillanti metodi pare abbiano fatto passare la voglia ai boat people di medio cabotaggio di approdare da loro. Il Giappone è chiuso e poi chi avrebbe voglia di rifugiarsi in Corea del Sud, o da qualche altra parte nel sudest asiatico? Russia e Cina che attrazione hanno? Resta l’Europa, quindi, l’area in cui c’è da aspettarsi la maggiore pressione immigratoria. Le frontiere europee, infatti, quelle che si affacciano sul mare, presentano ben altri problemi per via dell’ampiezza della costa del nord Africa (circa 4500 chilometri), per la loro ridotta ampiezza marina, ma soprattutto per l’imprevedibilità degli Stati confinanti, la cui cooperazione è incerta.

Noi, stiamo diminuendo e invecchiando. E, invece di pensare a politiche serie riguardanti la famiglia e la scuola, “boldrinianamente e grassamente” speriamo che una buonissima parte dei quasi 4 miliardi e rotti che saranno gli africani a fine secolo (con una crescita pari a circa il 4% annuo) abbia attuato in questa Europa, e soprattutto in Italia, il perverso auspicio o vaticinio di un soggetto dal nome Kalergi (1), secondo il quale “… l’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura euroasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità …”. Siamo alla follia, ma una follia lucida che da una parte sembra essere l’obiettivo della dirigenza tecnocratica di Bruselles, ormai obnubilata da Soros, e dall’altra attende che le degenerazioni oclocratiche dei suoi soci la conducano alla sofferta gloria finale: la cancellazione delle nazioni.

Secondo un certo Heinsohn (2), al momento parrebbe che vogliano emigrare dall’arco islamico e dall’Africa quasi 240 milioni di persone e per il 2050 potrebbero essere poco più di 1 miliardo. Se questo dovesse verificarsi, allora la popolazione europea attualmente su settecento milioni di persone aumenterebbe a dismisura tanto da non poter escludere conflitti economici e sociali.

Afferma Sieferle (3) che la vera ragione della migrazione non è la povertà ma la differenza di reddito che, nel contesto globale, si sta riducendo. Dopo aver raggiunto l’apice negli anni ‘90 del secolo scorso, ora pare essere tornata sui livelli rilevabili agli inizi del Novecento. Si sta riducendo. Pertanto, sempre più persone sono messe nelle condizioni di informarsi e di decidere per la migrazione, i cui costi diventano “sostenibili”. Così come, aggiunge lo scrittore tedesco, avvenne per l’emigrazione in America del XIX secolo, che ebbe luogo in quel periodo in modo significativo proprio perché la qualità della vita in Europa stava decisamente migliorando grazie all’industrializzazione. L’emigrazione perciò non era tanto espressione di povertà assoluta, ma il risultato dell’aspettativa di poter migliorare nettamente la propria situazione emigrando. I migranti aspirano a trasferirsi in una regione del mondo dove poter spuntare il prezzo più alto possibile per la merce che offrono, cioè il lavoro, oppure, quando questo non è soddisfacente, cercando il sussidio offerto loro dallo stato sociale nei paesi d’arrivo. A lungo andare questo stato sociale potrà collassare. E là dove gli stessi non riusciranno a trovare la soluzione ricercata potranno sì integrarsi, ma in una società tribale parallela, attraverso attività illegali come traffico di stupefacenti o la radicalizzazione ideologica, soprattutto, dico io, se di fede musulmana. Mi pare un’analisi obiettiva. E a nulla vale il tentativo di convincere il boldriname nostrano sulle esperienze negative fatte da altri, quelle nazioni che però possono vantare un sentimento dello stato certamente più solido del nostro. Figuriamoci!

Il sistema immigrazione, pertanto, si avvale di una combinazione formidabile, voglia di denaro ed etica della convinzione. Le due componenti si sostengono a vicenda. Non illudiamoci. Per i puristi della materia, i più pericolosi, l’etica dei principi impone una sorta di universalismo del dovere che prendendo le mosse da concetti quali i diritti umani o la dignità umana, pretende che sentimenti che ricadono nella sfera della moralità empirica, come la definisce Sieferle, quali carità, senso di cooperazione, fiducia reciproca e persino l’amore, propri della condizione dell’uomo inserito nel suo gruppo, vengano assunti per dogma politico in un universale indifferenziato. Una miscela esplosiva che può far saltare qualsiasi sistema democratico.

É l’applicazione diretta e incondizionata dell’etica dei principi, della convinzione e dell’assoluto alla politica, senza badare alle conseguenze. Questo passaggio filosofico porta al comandamento dell’uguaglianza materiale, un’utopia impareggiabile carica di una forza irresistibile, di stampo vetero-comunista. Da qui, ripeto, l’assunto che tutti gli esseri umani sono uguali anche nel senso che possono abitare con uguale diritto ovunque, con la conseguenza implicita che devono essere mantenuti dal relativo stato sociale. E se si dà uno sguardo ai “diritti”(4) garantiti alle varie forme di asilo, si potrà comprendere che è davvero difficile escludere dalle protezioni chicchessia e, infine, prendere conoscenza degli oneri sociali sottesi da queste garanzie. Ah, se tutti gli italiani avessero il tempo e la voglia di leggere, di riflettere e di pensare per non farsi prendere in giro. Pazzie!

Basta con il sentirsi colpevoli e far pagare alla società questi falsi sensi di colpa, quali i furti del colonialismo e che lo sfruttamento di quegli anni ha causato quelle povertà, per cui chi arriva non invitato, viene a riprendersi con diritto ciò che gli è stato rubato. Secondo l’adagio, aggiunge Sieferle, della tradizione leninista-trotzkista dello sfruttamento dei lavoratori. Senza considerare che la povertà di quei paesi era ben precedente al contatto con i paesi già industrializzati. Immigrato oggi, proletario ieri.

Questa promozione irresponsabile dell’emigrazione di massa porterà alla nuova strutturazione multi-tribale delle nostre società, in cui il popolo originale si costituirà come tribù in mezzo ad altre tribù, ognuna con proprie regole e una propria guida. È il multiculturalismo. Il segno del fallimento di uno stato di diritto che, in nome della società che deve difendere, non dovrebbe orientarlo come scelta in luogo dell’assimilazione. Ma questa richiede piccoli numeri, e i piccoli numeri non pagano e non garantiscono tanti voti.

Nel contesto da società tribale, per dirne una, non esiste un monopolio statale nell’uso della forza, pertanto quando lo stato interverrà non verrà considerato come arbitro superiore che deve applicare la legge, ma come una parte di altre parti. Il rischio consiste nel fatto che lo stato di diritto si ritiri o che applichi le sue leggi e le sue norme in modo blando pur in situazioni di crisi sociale, venendo interpretata questa sua scelta come segno di debolezza.

L’Italia non ha una strategia. Si parla di integrazione, una sorta di scorciatoia alternativa all’assimilazione. Un qualcosa di cui io sfido chiunque a spiegarmi il significato e le modalità di implementazione. Essa rappresenta un’adesione solo formale agli aspetti sociali e giuridici e, senza pretendere troppo in più, si finisce nella torpida realtà del multiculturalismo, nelle no-go-zones. E il recente tanto decantato “patto” raggiunto da Minniti con alcune comunità di musulmani non è un buon segno, perché conferma tristemente questo trend. Uno stato che scende a patti? Ancora una volta, pazzia!

Chiediamoci: abbiamo ancora la medesima energia culturale che ci ha accompagnato nei secoli? È la nostra progettualità ormai così sterile dal doversi basare, ad esempio, sulla sola affermazione apodittica che una legge vada approvata perché è un “segno di civiltà”, come ebbe a sottolineare Paolo Gentiloni per lo ius soli? E di quale civiltà stiamo parlando? Quella che vorremmo rimanesse nostra oppure quelle che altri ci stanno preparando? Quella di Kalergi? Non è che il senso di appartenenza a una civiltà sembra essere diventato un fardello divenuto scomodo e sconveniente, e sia financo scorretto l’accettare e il riconoscere che quel concetto implichi un’identità che si è formata in un contesto storico e geografico ben definito, che quindi postula dei limiti, dei confini? Abbiamo ancora la carica spirituale e la tensione etica che riconoscono e supportano il senso dello stato? Abbiamo ancora l’orgoglio di affidarci ai nostri simboli?

Dobbiamo stare attenti. Io sono convinto che Enzensberger (5) abbia ragione nel ritenere che la guerra civile non sia un virus importato, che non venga dall’esterno, ma che sia un processo endogeno. Forse ce ne sono già i segni, ma non ce ne accorgiamo, così come non ci accorgiamo di quello che diventa usuale, solito, abituale alla vista. Aristotele nella sua Politica diceva che “… la differenza di razze è elemento di ribellione … perciò quanti hanno accolto uomini d’altra razza sia come compagni di colonizzazione sia come concittadini, dopo la colonizzazione, la maggior parte sono caduti in preda alle fazioni …”. E, come ha scritto Ferraris (6), verità e realtà sono figlie del tempo, prima o poi vengono a galla: la prima come la scoperta di qualcosa che c’era già prima ma che non si sapeva, è la scoperta. La realtà che viene a galla è invece un aspetto del reale che prima non c’era, è l’emergenza. Noi dove siamo?

Lo dico io, siamo nell’insipienza … aspettando il prossimo barcone. Forse solo dopo il 4 marzo

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