La scienza del leader politico perfetto

Di paolo politiblog

Alto, forte, di bell’aspetto. E magari con voce non troppo stridula. Così la scienza spiega cosa (e perché) ci fa propendere per un determinato leader politico

Carlo MagnoNapoleone. Esempi storici di persone che sono riuscite a incarnare in sé le caratteristiche di leader politici perfetti (disclaimer: visto l’approssimarsi del voto di domenica 4 marzo, la scelta è ricaduta su personalità del passato per evitare recriminazioni di par condicio). Caratteristiche che tornano ciclicamente a essere oggetto di dibattito in occasione di ogni tornata elettorale. E di cui naturalmente si è occupata, a più riprese, anche la comunità scientifica. In particolare, è da collocare all’inizio del secolo scorso la nascita della cosiddetta storiometria (historiometry), definita come “l’analisi statistica dei dati storici al fine di condurre una valutazione quantitativa, o un confronto, di particolari figure storiche, eventi o fenomeni”. Ovvero, in altri termini, l’identificazione di tratti e caratteristiche comuni a personalità di spicco della storia. Tra cui, per l’appunto, figure di grande carisma come condottieri militari o leader politici.

Un po’ di storia
La storia della storiometria moderna, ci si perdoni il facile gioco di parole, comincia nel 1906, con la pubblicazione del libro Mental and Moral Heredity in Royalty, di Frederick Woods. Usando materiale biografico, l’autore tentava di connotare quantitativamente le personalità di centinaia di monarchi (e dei loro parenti) su una scala decimale che ne valutava “intelletto” “virtù”; l’opera venne poi ampliata in un lavoro successivo, The Influence of Monarchs, in cui Woods estese la valutazione ad altri capi di stato europei correlando i loro dati biografici con l’approvazione popolare e il benessere della nazione in cui regnavano.

Negli anni successivi, un altro contributo fondamentale al tema venne dai lavori di Edward Lee Thorndike, eminente psicologo statunitense che definì l’effetto alone, ovvero il bias cognitivo secondo il quale la percezione di un particolare tratto di un individuo è influenzata dalla percezione di uno o più altri tratti dello stesso individuo. Cioè il pregiudizio secondo il quale per esempio tendiamo, più o meno consciamente, a percepire come più intelligente un individuo di bell’aspetto. La teoria di Thorndike venne ripresa da Harold Kelley prima e da Solomon Asch più tardi, che suggerirono come proprio la bellezza fosse il tratto dal quale si inferiscono maggiormente tutti gli altri tratti, tra cui intelligenza, realizzazione personale e carisma.

Di leadership politica si occuparono specificamente Michael Efrain EWJ Patterson, due psicologi americani che nel 1974 pubblicarono uno studio dall’emblematico titolo Voters vote beautiful: the effect of physical appearance on a national election: nel lavoro, i due analizzarono i risultati delle elezioni federali canadesi scoprendo che i candidati di bell’aspetto erano stati votati, in media, più degli altri. “Come predetto”, scrivevano gli autori nel paper, “i risultati indicano che i candidati attraenti hanno ottenuto più voti degli altri (32% contro 11%)”.

Alti, belli, dalla voce grave
Anche altri ricercatori, in tempi più recenti, hanno analizzato il legame tra bellezza e leadership politica. Uno studio pubblicato nel 2011 sulla rivista Social Science Quaterly da parte di Gregg Murray David Schmitz, della Texas Tech University, in particolare, ha scoperto, in linea con i risultati di Efrein e Patterson, che sono proprio gli attributi fisici correlati alla bellezza – prima fra tutti l’altezza – a contribuire nella scelta delle preferenze per un determinato leader politico. Secondo gli autori del lavoro, dietro a tale scelta ci sarebbero ragioni evolutive: la preferenza per leader fisicamente imponenti potrebbe essersi infatti evoluta agli albori della specie umana, quando avere un capo forte garantiva maggioreprotezione dai pericoli esterni.

Gli scienziati, in particolare, hanno notato che dal 1789 al 2008 il 59% delle elezioni statunitensi sono state vinte dai candidati più alti: per capire cosa si celasse dietro tale preferenza, i ricercatori hanno passato in rassegna gli studi sull’organizzazione sociale delle tribù primitive e degli animali per capire se e in che modo gli attributi fisici influenzassero la scelta del leader. Hanno quindi intervistato 467 studenti chiedendo loro di disegnare un “cittadino comune” e il loro “leader politico ideale”, e poi di giudicare la propria propensione al comando: analizzando i disegni, è risultato che il 64% degli studenti raffigurava i leader più alti dei cittadini. Inoltre, i ragazzi più alti tendevano a considerarsi “più leader” rispetto agli altri, il che ha portato gli autori del lavoro a concludere che “c’è una preferenza per i leader fisicamente imponenti che rifletterebbe una tendenza psicologica evolutiva, indipendentemente dal condizionamento culturale”.

Sulla stessa scia uno studio presentato nel 2014 da un’équipe di scienziati della University of California, Los Angeles guidata da Rosario Signorello, che ha scoperto come il tono di vocepossa influenzare la percezione del carisma: “I leader con un tono di voce più basso”, ha spiegato Signorello, “vengono percepiti come autoritari e più attraenti, mentre coloro che parlano ad alta voce, o con frequenze più alte, vengono visti come più remissivi”. Gli autori della ricerca lo hanno scoperto analizzando gli audio dei discorsi di politici italiani, tra cui Luigi de Magistris, brasiliani, tra cui Luiz Lula, e francesi, tra cui Françoise Hollande, e sottoponendoli alla valutazione di 250 volontari che dovevano classificarli usando 67 aggettivi, tra cui “disonesta”“antipatica”“spaventosa” e “attraente”. Dall’analisi delle risposte, è emerso anzitutto che la percezione varia a seconda della provenienza geografica degli ascoltatori, ma che in generale una voce grave e sommessa viene percepita come più calma e autoritaria. Propria di un leader, insomma.

Voglio fidarmi di te
Il fisico, naturalmente, non è tutto. Un buon leader, per essere percepito come tale, deve avere anche precise qualitàpsicologiche e comportamentali“È fondamentale”, ci spiega Angelo Salvi, esperto dell’Ordine degli psicologi del Lazio, “che un leader riesca a mostrarsi affidabile e comprensivo rispetto ai bisogni, soprattutto quelli più irrazionali, dell’elettorato. Che riesca a intercettare, in altre parole, le naturali esigenze di sicurezza, accoglimento e appartenenza alla comunità proprie dell’essere umano. Negli ultimi decenni, in particolare, è avvenuta una forte deriva in questa direzione: se prima si votava, e si sceglieva il leader, basandosi soprattutto sui propri principi ideologici e valoriali, oggi si tende a farlo soprattutto rispetto alle caratteristiche comportamentali del leader”.

Un buon leader, in sostanza, deve combinare in sé diversi tratti: anzitutto essere direttivoassertivo, arrivando a “suggerire un’idea di onnipotenza”, dice ancora Salvi, ma anche paternalista e disposto all’ascolto, dal momento che “le persone vogliono sentirsi contemporaneamente rassicurate e ascoltate”. L’esempio più recente è quello della fotografia del foglio di appunti di Donald Trump all’indomani della strage scolastica in Florida. Il biglietto ricordava al presidente di pronunciare tre frasi chiave: “Cosa vuoi che io sappia della tua esperienza?”“Cosa possiamo fare per aiutarti a sentirti sicuro?” e, soprattutto, “Ti ascolto”. Domande e affermazioni che corroborano l’idea che i comportamenti e gli atteggiamenti di un leader debbano trasmettere al contempo protezione e ascolto.

Dimmi che puzze detesti e ti dirò per chi voti
Infine, una nota di colore. O meglio, di odore. Che viene da uno studio internazionale, di cui è primo autore Marco Tullio Liuzza, dell’Università Magna Grecia di Catanzaro, e che è stato appena pubblicato sulla rivista Royal Society of Open Science. Liuzza e i suoi, in particolare, hanno scoperto l’esistenza di una correlazione tra il disgusto provocato dal sentire particolari odori corporei – sia propri che altrui – e le preferenze politiche.

Uno degli esperimenti, in particolare, è stato condotto durante le ultime elezioni presidenziali statunitensi“Abbiamo scoperto”, ci racconta Liuzza, “che una maggiore sensibilità al disgusto è correlata alla preferenza per leader autoritari e di destra (Donald Trump, nel caso in oggetto) e contribuisce per circa l’1% alle motivazioni che guidano le scelte elettorali”. La ragione della correlazione, spiega ancora il ricercatore, potrebbe stare nel fatto che, da un punto di vista evolutivo, il disgusto elicitato da odori sgradevoli serve a tenerci lontano da agenti patogeni e da individui malati e potenzialmente contagiosi. Questioni che hanno a che fare, a loro volta, con la diffidenza verso gli estranei e con la forte identificazione con la propria tribù, valori associati a un leader autoritario e conservatore.

Sandro Iannaccone wired.it

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